Capitolo 4
Ida Sue
“Sembri più un fiore.”
Le sue parole mi tormentano per tutta la notte.
Non so perché. Suppongo abbia pensato di essere divertente. Sono certa che tutti in città gli hanno già riferito che ai miei figli ho dato i nomi dei colori e che per le bambine ho scelto i fiori. Non mi disturba, possono dire quello che vogliono.
Un tempo ero conosciuta come Peace Lily Lucas. Era adatto, dato che i miei genitori erano figli dei fiori ed ero cresciuta con la generazione dei colori psichedelici, i camper Volkswagen e gente che utilizzava parole come “ganzo”. Quando l’amore libero era la via del mondo e combattere l’ordine precostituito era un stile di vita.
Si potrebbe credere che due genitori così non avrebbero avuto problemi ad accettare la loro figlia, qualunque cosa le fosse accaduta. Penso che, se non avessi accusato qualcuno di stupro, forse lo avrebbero fatto. Se avessi detto di aver fatto soltanto sesso, non ci sarebbe stato alcun problema. Diamine, sarebbero addirittura stati fieri di me. La parola “stupro”, invece, li aveva fatti apparire colpevoli.
E lo erano.
Mentre loro andavano alle feste a divertirsi, i miei fratelli e io restavamo da soli... senza protezione.
Scaccio via i ricordi.
È acqua passata.
Pensare al passato non cambia il futuro. Inoltre, se ho imparato qualcosa, è che non permetterò mai che i miei figli si sentano indesiderati o non amati. Farò sempre il possibile per proteggerli e tenerli al sicuro... e per renderli felici. Voglio che siano felici. Voglio che ognuno di loro trovi la felicità.
E scatenerò l’inferno contro chiunque proverà a impedirlo.
Le favole non sono esistite per me, ma non sarà lo stesso per i miei bambini. Me ne assicurerò.
Al mattino, dopo aver lasciato Magnolia con i piccoli, mi dirigo verso la stalla. Questa settimana non ha scuola e ne sono sollevata. So che preferirebbe uscire con i suoi amici piuttosto che badare alle sorelle, ma non si è lamentata. Nessuno dei miei figli si lamenta spesso... eccetto Cyan, forse. Quel bambino di sicuro mi darà del filo da torcere. Lo fa già e ha soltanto undici anni.
«Salve.»
Jansen mi saluta e io lo cerco con lo sguardo. È appoggiato a uno dei lati del fienile. Ignoro il brivido che mi percorre la schiena quando lo osservo. Ieri sera ho pensato che fosse bello ma, ora che lo vedo alla luce del giorno, mi rendo conto di essermi sbagliata. È un gran figo. Mi ricorda le immagini che vedevo appese al negozio di alimentari della contea, quando ero piccola.
L’Uomo Marlboro.
Avevo sempre desiderato sposarlo.
Favole.
«Sembra che tu sia sopravvissuto ai coyote.»
«Sono troppo coriaceo per loro.»
«Giusto, ne sono certa. Sei pronto a occuparti del ranch?»
«Non hai nessun dipendente?»
«Prima ne avevo tre. Quando il caposquadra è andato via, gli altri lo hanno seguito.»
«Hai gestito questo posto da sola?»
«Credi che una donna non ne sia capace?»
«No, ma hai dei figli a cui badare.»
«Selliamo un paio di cavalli e ti mostrerò la fattoria» lo ignoro, cambiando discorso.
«Sei tu il capo.»
Sarà che sono una stronza, ma scelgo di dargli Duke. È un vecchio cavallo cocciuto al quale non piace essere cavalcato. Suppongo che in questo modo capirò di che stoffa è fatto Jansen.
«Come si chiama?» chiede mentre Duke scalcia con gli zoccoli sul terreno, scuote la testa e tira il morso.
«Duke.»
«Come un cane?»
«Come John Wayne» lo correggo prima di salire sul mio cavallo.
Osservo Duke spostarsi un paio di volte, cercando di impedire a Jansen di salire in sella. L’uomo lo ignora e alla fine riesce a salire senza problemi.
Sono delusa. Mi sarebbe piaciuto vederlo finire a terra. Restiamo in silenzio mentre lo guido verso il pascolo nord e gli mostro la piccola mandria di bestiame che possiedo. Non esprime la sua opinione. Mi rendo conto che avrei bisogno di altro bestiame, ma, quando non si hanno uomini sufficienti per lavorare la terra, bisogna arrangiarsi. Dopo, lo porto verso la sponda del torrente. Prima tenevo qui il bestiame, ma il recinto ora è in pessime condizioni.
«Dannazione. Ida Sue, a questo ranch non basterà un caposquadra.»
«Già» dico e odio il mio tono sconfitto.
«Sembra che nessuno controlli questa recinzione da anni. Il filo spinato è una merda e metà della staccionata di legno è marcia...»
«Ci vedo, Jansen. Se non credi di farcela, dillo e basta.»
«Non è quello che ho detto.»
«A me è sembrato di sì.»
«Allora devi pulirti le orecchie. Se accetterò il lavoro, dovrò assumere qualche altro uomo. Puoi permettertelo?»
«Non ne sono certa» rispondo con sincerità.
«Puoi permetterti di pagare me?»
«Ho bisogno di vendere qualche mucca e di fare rifornimento, Jansen. Per come la vedo io, non ho molta scelta.»
«Credo che avrò bisogno di dare un’occhiata ai tuoi libri contabili, Ida Sue.»
«Non ti conosco. Perché dovrei consentirlo?»
«Perché hai bisogno di me e accetterò il lavoro soltanto dopo averli visti.»
«Ti sbagli. Non ho bisogno di un uomo. Non ne ho mai avuto bisogno.»
«Non sto dicendo che hai bisogno di me nel tuo letto o del mio anello al dito» sbuffa, facendomi incazzare.
«Bene, perché non accadrà mai.»
«Cercherò di non soffrire troppo. Mi mostrerai i libri contabili oppure devo andare via?» domanda.
«D’accordo» borbotto, rifiutandomi di lasciarmi ferire da questa conversazione. Non mi interessa che cosa prova per me. Ho soltanto bisogno di qualcuno che salvi il mio ranch.
Tutto qui.
«D’accordo» ripete, mettendosi comodo sulla sella.
«Torniamo a casa. Cerca di starmi dietro.» Lo sfido e poi comincio a galoppare verso casa. Sento Jansen dietro di me, ma non rallento e non guardo indietro.
Duke non lo fa cadere e anche questo mi fa incazzare.
Non so che cosa ci sia in Jansen che mi innervosisce tanto, ma in questo momento vorrei che qualcun altro si candidasse per il lavoro.