VIII
Il commissario informò telefonicamente la Bonamico su quanto stava avvenendo. Doveva avere il suo consenso per entrare nell’appartamento-ufficio sulla cui porta erano stati appiccicati i sigilli dell’autorità giudiziaria.
Il magistrato non aveva avuto nulla da eccepire. D’altronde la Scientifica il suo “sporco” lavoro l’aveva già fatto e solerti tecnici stavano esaminando i reperti raccolti sul luogo del delitto.
Sergio, Marco e Romina arrivarono in prossimità del condominio incriminato praticamente in contemporanea.
La segretaria di Balestri sfoggiava un paio di occhialoni neri che aveva utilizzato per occultare due occhi gonfi di lacrime.
Il commissario e l’ispettore si presentarono alla donna, stringendole la mano.
“Sono sconvolta”, disse Romina sollevando leggermente gli occhiali per asciugarsi le lacrime con un fazzolettino di carta.
Piccola, ma ben fatta. Non so se Balestri se la scopava però pensò, ma non disse Sergio. Non poteva escludere nemmeno il movente passionale rispetto a quanto accaduto la sera prima. Sesso e denaro muovevano i fili del mondo da sempre. Lo sapeva bene il commissario dopo tutti quegli anni trascorsi alle calcagna di killer assicurati alla giustizia.
“Lo immaginiamo, signora Lisetti. Abbiamo però bisogno di lei per capire se l’assassino ha rubato qualcosa. La signora Balestri ci ha riferito della possibile presenza di denaro contante in ufficio”.
“Sì certo, c’è ancora qualcuno che paga in quel modo. Seguitemi”.
La ragazza si fece coraggio e superò i due poliziotti che si accodarono. Nemmeno un paio di minuti dopo il trio era già all’interno dell’appartamento.
“Ci sono due posti in cui controllare”, disse Romina dirigendosi verso la bassa cassettiera posizionata di lato, sotto la scrivania di Balestri.
La segretaria si chinò e aprì il secondo vano. Frugò con la mano e aguzzò la vista prima di sentenziare:
“Cazzo, non c’è più la busta...”.
“Quale busta?”, domandò Quadrini.
“Tenevamo lì un po’ di soldi per le spese di poco conto, come la cancelleria o il pranzo, nel raro caso in cui il geometra decidesse di offrircelo”.
“Quanti soldi c’erano solitamente là dentro? Non le chiedo la cifra esatta”.
L’assenza di quella busta aveva innescato alcuni meccanismi logici nella mente del commissario.
“Due, trecento euro, non di più. In pezzi di vari tagli, anche moneta”.
“Utilizzavate quel fondo anche per pagare il caffè?”.
A Sergio quel particolare interessava moltissimo.
“Certo. Era più pratico per tutti. Balestri qualche volta ordinava al bar di sotto, soprattutto quando c’era qualche fornitore amico con cui fare public relation”.
Nonostante l’evidente stato di sofferenza della donna non era difficile notare una certa venatura polemica nelle sue parole.
“E gli altri soldi?”, la incalzò Crema.
“Quelli sono conservati in una cassaforte a muro che è di là, in sala d’aspetto”.
Romina si diresse nella stanza che aveva appena citato, spostò un quadro che nascondeva la serratura di una cassaforte che aprì senza tentennamenti.
“Non posso esserne certa senza contare, ma qua c’è tutto”.
Il commissario affiancò il suo sguardo a quello della segretaria. Per lui quel ‘qua c’è tutto’ era un’affermazione piuttosto vaga.
“Sono davvero tanti”.
“Ventimila euro, circa”.
Sergio e Marco si scambiarono uno sguardo colmo di sottintesi.
“Mi sembrano un po’ troppi per essere solo le spese di condominio pagate in contanti da quattro vecchietti”.
“Lo so...”.
La segretaria tirò fuori quelle due parole con grande fatica. Non ci voleva l’intuito di Sherlock Holmes per capire che era in evidente difficoltà.
“Quando la interrogherà il magistrato dovrà giustificare questa anomalia in maniera dettagliata”, la incalzò Quadrini. Crema si stupì per la terminologia utilizzata da Marco in quella frase.
“Io sono solo una segretaria, eseguo”, provò a difendersi, ma stava per crollare.
“Guadagni in nero?”, domandò Sergio andando dritto al cuore della questione.
“Diciamo che il signor Balestri ci sapeva fare...”, fu la considerazione, molto all’italiana, della donna.
“Ormai che c’è sia più chiara”, insistette il commissario.
“Il nostro studio gestisce decine di palazzi e il geometra aveva il suo tornaconto quando favoriva un manutentore a discapito di un altro. Lui era molto bravo nel convincere i residenti a scegliere i suoi ‘amici’, ma lo faceva in maniera non troppo evidente...”.
“Mazzette, in sostanza?”.
Domandò Sergio, stoppando Romina.
“Diciamo di sì, anche se Gabriele non lo considerava un comportamento immorale perché ‘legittimato dal comportamento di uno Stato dalla tassazione eccessiva’, almeno così diceva lui”.
“Classica giustificazione dell’evasore italiano. Mi tolga un’altra curiosità”.
“Mi dica, commissario”.
“Come facevate a gestire in due tutti questi stabili?”.
“Durante il periodo invernale c’era una stagista che mi aiutava, ma che regolarmente non veniva confermata dopo la fine dello stage. Lei faceva un lavoro soprattutto di quantità, mentre io mi dedicavo alle questioni più delicate”.
Un uomo dalla limpida morale, pensò il commissario mentre ascoltava le ultime parole della segretaria.
Ci fu una tregua in quella discussione e Romina ne approfittò per chiudere la cassaforte.
“Cosa mi dice dei suoi rapporti personali con il geometra?”.
Sergio voleva togliersi ogni dubbio nel minor tempo possibile. Aveva notato che la ragazza, in precedenza, aveva chiamato con il nome di battesimo il suo datore di lavoro, come se si fosse tradita.
“Buoni direi. Dopo tanti anni qua dentro eravamo diventati anche un po’ amici. Penso che sia naturale nonostante il suo pessimo carattere...”.
Romina esitò. Aveva nuovamente gli occhi lucidi.
“Che succede?”, domandò Quadrini.
“Sono molto provata. Non pensavo di subire un interrogatorio senza aver contattato il mio avvocato”.
“Le ho chiesto tutte queste informazioni perché dobbiamo muoverci rapidamente. Adesso la lascio andare a casa, ma prima dovrei porle un’ultima domanda, per cortesia”.
Il tono di voce di Sergio si addolcì, era simile a quello che adottava quando raccontava le favole ai figli per farli addormentare.
“Mi dica”.
“Lei sa chi è lo Ionut che Balestri doveva incontrare verso le 21?”.
“Deve trattarsi di Constantin, l’imbianchino che ha collaborato spesso con noi”.
“Perché si dovevano vedere?”.
“Non sapevo nemmeno che avesse un appuntamento con lui. Evidentemente deve averlo fissato dopo che sono uscita dall’ufficio. L’unica cosa che posso dirle è che tra i due i rapporti non erano ottimali, ultimamente”.
“In che senso?”.
“Non ne so molto, ma da quanto ho capito aveva fatto un lavoro a casa proprio del geometra e lui non era rimasto soddisfatto. Ho sentito una telefonata burrascosa tra i due qualche giorno fa. Sarà più aggiornata sul tema la signora Sofia. Adesso posso andare, però?”.
Romina si asciugò nuovamente le lacrime nel tentativo di ottenere la clemenza della corte.
“Certo, vada pure. Nelle prossime ore la interrogherà anche la dottoressa Bonamico, il magistrato titolare dell’indagine sull’omicidio di Gabriele Balestri”.
Sergio si produsse in quell’affermazione con una certa enfasi. Voleva mettere pressione sulla donna perché la considerava un elemento chiave in quella indagine. Era la depositaria di molti dei segreti dello studio Balestri.
Romina dichiarò la sua disponibilità a collaborare con il PM prima di fuggire da quella stanza.
Appena Sergio e Marco furono soli fu l’ispettore il primo a parlare:
“Cosa ne pensi?”.
“Penso che Balestri mi sta già sui coglioni senza averlo nemmeno conosciuto. Doveva essere anche un bel taccagno. Viveva in una specie di castello e poi lavorava in uno studio assai modesto. Strana persona...”.
2 aprile 2001
Oggi fuori è buio e ti percepisco lontano...
Mi sento più sola del solito.
Sarà che il mondo fa schifo, sarà che il cielo è un muro nero che prima o poi esploderà.
Questa casa, apparentemente accogliente, è troppo grande per me.
Sono cresciuta in un posto diverso, in una dimensione minore in cui conoscere i vicini era essenziale.
Scambiarsi i favori faceva parte di un rituale antico che serviva a consolidare i rapporti sociali.
Poi c’era il mare.
Torino sarà bella e nobile, ma non è la stessa cosa per chi è cresciuto con quel sapore in faccia.
Ricordo la festa del paese, il momento atteso tutto l’anno.
Mi mancano le cose semplici anche se adesso ho tutto.
Da ragazza, forse non te l’ho mai detto, scrivevo poesie. Mai lette a nessuno ovviamente per vergogna.
Scrivevo a penna su un quadernetto con la copertina viola.
E poi lo nascondevo per non farlo trovare ai miei famigliari. Non so nemmeno che fine abbia fatto quando siamo andati via…
Quante cose ho scritto lì dentro con ingenuità e candore.
Tanto poi cambia tutto…