VII
Cinque minuti dopo il commissario era già in linea con la dottoressa Bonamico.
“Buongiorno Crema, come sta?”.
Non devo cedere, non devo cedere, pensò, ma non disse Sergio; quella voce continuava a non essergli indifferente.
“Tutto bene. Come saprà sono stati mesi difficili. Adesso però occorre darsi da fare”.
“Mi fa piacere sentirla così, come un toro pronto a entrare nell’arena”.
Il commissario avvampò in volto. Per fortuna si trattava solo di una conversazione telefonica.
“La chiamavo per sapere cosa c’è nell’agenda”, cambiò rapidamente il fronte del discorso per sopravvivere.
“Le ho già mandato, via mail, una scansione degli appuntamenti che quel giorno aveva Balestri”.
“Ok, grazie, qualche anticipazione?”.
“Nel tardo pomeriggio ha incontrato un paio di manutentori. Poi c’era un appunto, meno chiaro intorno alle 21”.
“Poco chiaro?”, domandò il commissario drizzando le antenne.
“Sì, perché la grafia è meno accurata rispetto alle annotazioni dei precedenti incontri. C’è scritto “Passa Ionut” da ciò che sono riuscita a interpretare, anche con l’aiuto di una consulente grafologa”.
“Interessante, potrebbe essere l’ultima persona che ha visto prima di morire. Dei tabulati telefonici abbiamo notizie?”.
“In mattinata spero. Di certo ha chiamato la moglie intorno alle 18 e il bar alle 21 e 30 per l’ordinazione. Tutto il resto è da ricostruire”.
“La fedina penale dell’amministratore immagino fosse pulita”.
“Certo, almeno in ambito penale. In quello civile aveva avuto diverse cause sul groppone, ma penso che sia normale con il lavoro che faceva. Chi non ha avuto da dire con il proprio amministratore nella vita?”.
Il magistrato pronunciò l’ultima frase con un tono rancoroso. Era evidente che anche lei aveva qualche scheletro nell’armadio in quell’ambito.
“Lo so, lo so. A noi tocca il compito di capire chi possa avercela con il proprio amministratore al punto di arrivare a ucciderlo, sempre che sia quello il movente”.
“Ovvio”, chiosò la Bonamico.
Sergio stava per riprendere a parlare quando Ansaldi entrò nel suo ufficio e con ampi gesti lo invitò a interrompere la comunicazione. Il commissario capì al volo che si trattava di qualcosa d’importante.
“Mi scusi dottoressa, ma devo lasciarla. Ci deve essere qualche notizia nuova”.
“Ok, ma si faccia sentire il prima possibile per aggiornarmi”.
“Certo, non la dimenticherò”.
“Ci conto, Sergio”.
“A dopo dottoressa, buona giornata”.
“Buona giornata anche a lei”.
Dopo quel mieloso scambio di battute Crema si concentrò sul sovrintendente.
“Cosa succede?”.
“Siamo riusciti a contattare la Lisetti”.
“Chi?”, domandò stupidamente il commissario. Era ancora ostaggio dell’effetto Bonamico.
“Romina Lisetti, la segretaria di Balestri”.
“Bene. Dobbiamo incontrarla...”.
“Si sta dirigendo in ufficio. Era sconvolta perché aveva da poco appreso la notizia della morte del suo capo”.
“Le hai detto che ci vediamo là davanti?”.
“Certo”.
“Dove cazzo è Quadrini?”, domandò il commissario scattando in piedi.
“In bagno, da un po’”.
“Vallo a chiamare, digli di stopparsi qualsiasi cosa stia facendo. Dobbiamo muoverci”.
Ansaldi non si oppose all’insolita richiesta del suo superiore anche se non gli era mai capitato di ricevere un ordine del genere. Sparì in fretta dal campo visivo del commissario e si diresse verso il metro quadro che ospitava le terga dell’ispettore.