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535 Parole
I Luisa arrivò con la sua auto di fronte alla clinica Major, nel pieno centro di Torino, qualche minuto prima delle dieci. Sapeva che sarebbe stato un giorno double face, allegro e triste allo stesso tempo. Era contenta perché poteva finalmente riportare Mario Bernardini a casa, ma sapeva che per lui sarebbe iniziata una nuova tormentata fase esistenziale. La donna, dopo aver parcheggiato a pochi metri dall’ingresso della clinica, entrò in quella struttura, attese con il cuore in gola l’ascensore e raggiunse la camera in cui il critico aveva trascorso gli ultimi mesi. Mario era già pronto e la stava attendendo seduto sulla carrozzina che era diventata un’ingombrante protesi corporea. Quell’uomo non avrebbe più camminato a causa di una lesione midollare conseguente al conflitto a fuoco in cui era rimasto coinvolto qualche mese prima. Era il carissimo prezzo che aveva dovuto pagare per salvare la vita del commissario Sergio Crema, “appropriandosi” di quel proiettile a lui destinato. “Già pronto?”, domandò Luisa prima di baciarlo sulla bocca. “Sì, gli infermieri mi hanno impedito di aspettarti giù”. “Hanno fatto bene. Cosa ti è saltato in mente?”. “Volevo solo accelerare i tempi”. “Sei il solito testone, amore. Hai preso anche tutti i libri?”. Luisa pose quella domanda pur sapendo che sarebbe stato più facile per Mario dimenticare una parte del suo corpo piuttosto che i testi che aveva letto durante la lunga degenza, all’interno della clinica riabilitativa. “Certo, sono nel borsone nero. Ho messo dentro anche la cartella delle dimissioni”. I due sospesero il dialogo per qualche attimo. Fu una specie di tregua emozionale che si concessero prima di affrontare il momento più delicato di quella mattina, inaugurato dalla richiesta di Luisa: “Andiamo, allora?”. “Ok, non aspettavo altro”. Nonostante il pessimo carattere, Mario non riuscì a trattenere un sorriso che la sua compagna duplicò qualche attimo dopo. Era stato un periodo difficile per entrambi, aveva messo a dura prova la loro resistenza di coppia. Se lei era riuscita a sopportare i borbottii e le lamentele del critico in quei mesi più nulla avrebbe potuto separarli. Luisa iniziò a spingere la sedia a rotelle con forza anche se Mario avrebbe voluto fare tutto da solo. Per una volta preferì non dirglielo. La sensazione provocata dall’aria in faccia fu per il critico la più piacevole delle riscoperte. Come se fosse nato una seconda volta. Giunti in prossimità della loro auto, fu Luisa, dopo aver fatto scattare l’apertura porte, la prima a parlare. “Eccoci qua”. “E la tua vecchia macchina?”, chiese il critico appena comprese cosa stava avvenendo. “Con questa ci muoveremo meglio. Ha il portellone che scorre lateralmente ed è più spaziosa”. “Non era il caso, amore”, provò a protestare Mario, ma la donna non gli rispose nemmeno. “Dai forza, è arrivato il momento di ripartire”. “Questo giorno sembrava non dovesse arrivare mai”, commentò l’uomo, mentre, aiutato dalla compagna, abbandonava la carrozzina e si posizionava sul sedile anteriore. Durante la lungodegenza aveva rinforzato i suoi arti superiori perché li avrebbe utilizzati di più. Luisa, dopo aver messo via la carrozzina, raggiunse il posto di guida. “Andiamo?”, chiese al suo compagno di vita cercando di non guardarlo in faccia. Era riuscita a trattenere le lacrime sino a quell’istante e non si sarebbe arresa alla commozione proprio in quel momento. “Andiamo, capitano mio capitano”, replicò il critico per deformazione professionale. La donna mise in moto e premette il pedale dell’acceleratore. Si lasciarono alle spalle, in un amen, il momento più buio della loro vita.
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