Prologo

379 Parole
Quando hai ventotto anni e quindi sei sempre più vicina ai trenta, cominci a sentire la pressione. La gente comincia a chiederti quand'è che ti sposerai, quand'è che avrai dei figli. Se invece sei una libera professionista, comincia a chiederti se ne vale ancora la pena tentare, se non è il caso di trovarti un lavoro "vero", come se al mondo tutto cioè che ci circonda, tutto ciò che viviamo o che ci rappresenta, sia suddiviso in categorie alte e in categorie flop, ovvero quelle basse. Le perdenti. Ecco, io mi sentivo proprio così: una perdente. Perché quando arrivi ad un punto in cui né la tua famiglia, né il tuo ragazzo, non credono più nemmeno loro in te, allora lì cominci a porti due domande e per la prima volta sei lì a guardarti, e a chiederti: ma io, sono felice? Mi basta davvero questo, nella vita? Perché, quando ti avvicini ai trenta, e convivi da anni e il tuo ragazzo non fa che rientrare tardi la sera, parlarti a malapena di lui a tavola senza mai chiederti come stai tu, cosa hai fatto tu... Bè, è un bello schifo. Eppure... Eppure non ne abbiamo mai il coraggio. Non abbiamo mai quel coraggio di urlare, di mandare al diavolo tutte quelle persone che sono lì a puntarci il dito contro e a giudicarci, perché è questo quello che in realtà fanno quando se ne stanno lì, a fissarti da capo e piedi, mentre non fanno altro che elencarti tutto ciò che di sbagliato c'è nella tua vita. Eppure, non lo facciamo. Quando lui rientra tardi dal lavoro, e tu sei lì a sforzarti di sorridere ogni tanto mentre lui, in realtà, neanche se ne accorge mentre non fa altro che parlare di sé, non urliamo. Non lo mandiamo al diavolo, non gli chiediamo per quale motivo stavolta abbia fatto per l'ennesima volta tardi e soprattutto: non cambiamo le cose. Mai. Perché sappiamo quando le cose non ci stanno bene, quando ci feriscono o non ci rendono felici come noi desideriamo: eppure non facciamo niente. Ecco... Forse è proprio per questo che avrei dovuto capirlo prima, forse è proprio per questo che avrei dovuto reagire prima. Eppure, quel che è fatto... È fatto. Niente di più, niente di meno.
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