2: Money

3766 Parole
Perché gli ho dato retta? Mi ripeto quando la gonna si alza per l'ennesima volta lì, dove c'è lo spacco, e io mi ritrovo per l'ennesima volta ad abbassare l'orlo. Quando entriamo in auto, invece, e le portiere vengono chiuse, quell'aria carica e spensierata che ci ha fatto sorridere fino a poco fa sparisce come per magia: come se fosse stata sbattuta fuori a calci. Non so spiegarmi perché, ma qualcosa è cambiato, e non riesco a capire perché e quando sia successo perché è accaduto tutto in pochi minuti e non riesco a capacitarmene. Guardo Ty, che se ne sta in silenzio mentre guida con gli occhi fissi sulla strada, e l'unica cosa che trovo familiare in lui è solo la tipica espressione scocciata di chi non vuole essere disturbato, mentre io sto morendo dall'ansia e sto prendendo davvero in considerazione l'idea di aprire lo sportello e buttarmi per strada col rischio che qualche auto mi investa. Tiro fuori il cellulare dalla pochette minuscola - l'unica che avevo nell'armadio - e sbloccandolo spero ardentemente dentro di me che ci sia qualche notifica di Jane, o qualche selfie stupido di Selena con la faccia deturpata dai filtri di Snapchat, o magari di trovare uno di quei video stupidi che tanto le piace fare dove si fa cambiare la voce intenta a cantare a squarciagola l'ennesima canzone di Britney Spears. Ma resto delusa: né una notifica, né un misero selfie di snapchat e neanche una traccia di qualche altra nuova citazione di Jane presa da chissà quale altro libro. Scuoto la testa: come si può paragonare tutto ciò che si legge dai libri, per la storia della propria vita? E' assurdo e direi anche irrealistico, e spero per lei che un giorno non le capiti mai di mano Hunger Games: vorrei proprio vedere se ha il coraggio di paragonare la sua vita a quella saga. Guardo demoralizzata il telefono, ma guardo anche Ty allo stesso modo; lui sembra non accorgersi minimamente del mio sguardo... O forse mi sta evitando? Scuoto la testa amareggiata, e mi lascio scivolare sul sedile sbuffando. Rimango scioccata quando subito dopo il mio gesto Ty accende lo stereo e alza il volume al massimo. Che razza di stronzo! Vorrei urlargli dietro... E invece mi limito soltanto a guardarlo incredula, mentre la musica sembra essere l'unica cosa in questo momento in grado di non farmi crollare da un momento all'altro. Sento che mi pizzicano gli occhi, e ancora una volta mi pongo la stessa domanda che mi assilla da un po' di tempo: come siamo arrivati a non comunicare più? Sento gli occhi pizzicare man mano sempre di più e quasi mi strappo la lingua a morsi: Io non piango. O almeno: non per lui che si comporta da stronzo! Una curva più larga mi riporta coi piedi per terra. Afferro la maniglia, la stringo fino quasi a spezzarmi le nocche, e chiudo gli occhi sperando che presto finisca. Solo dopo averli riaperti noto la mano di Ty che mi accarezza la coscia nuda. Il primo impulso che provo è quella di toglierla via, ma non lo faccio: ancora una volta faccio finta che non sia successo nulla. Ricambio il sorriso che mi rivolge, mentre dentro non sento altro che lo stomaco farmi male e una delusione che in questo periodo non posso fare a meno di provare sempre più spesso nei suoi confronti. Faccio un altro sforzo immane per ricambiare quella presa ferrea sulla mia coscia che dovrebbe farmi sentire tutta un fuoco, ma che ultimamente sto cercando di combattere per riuscire a sentirlo. Solo perché non c'è più la stessa passione di prima non significa che sia chissà quale problema... giusto? Quando lo guardo, stavolta sembra essersi finalmente accorto del mio sguardo. O almeno non l'ha evitato... «Siamo quasi arrivati», mi informa. E non so se mi ha sorriso per rassicurarmi, o se anche lui stia sorridendo come me per finta. Ultimamente tutto mi sembra forzato, ma: "non è nulla di grave..." Mi ripeto. Perché io lo so, ne sono sicura. Faccio finta di niente, e ricambio forzatamente il sorriso: va tutto bene. La prima cosa che noto una volta che il navigatore ci informa di essere arrivati a destinazione è solo un grosso cancello altissimo, in ferro, di colore nero e con qualche fogliolina dipinta d'oro con tanti intrecci che si intrecciano tra loro; in mezzo a tutti quegli intrecci in ferro battuto delle grosse lettere d'oro formano la scritta: Michigan. «Aspettami qui», mi avverte prima di scendere e andare verso quello che sembra a tutti gli effetti un citofono con videocamera integrata. Riesco a vedere da qui il grosso vialetto con la strada fatta in cemento armato, e mi sembra talmente infinito che mi chiedo se ci sia a tutti gli effetti un'uscita, oltre a questa che mi appare quasi un'entrata nella strada degli orrori. Scaccio i pensieri stupidi quando vedo Ty ritornare indietro: ha entrambe le mani nelle tasche dei pantaloni eleganti, le spalle sono talmente tese che solo un cieco non riuscirebbe a notarlo e ha un'espressione indecifrabile mentre guarda a terra, e quando rientra in auto noto che ha la stessa espressione indecifrabile: c'è un mix così grande di emozioni sul suo volto che mi ci potrei perdere. «Va tutto bene?» Gli chiedo, stavolta non riuscendo a fare finta di niente. E sobbalzo quando si volta di scatto verso la mia direzione. Sembra quasi che si sia spaventato della mia voce: come se si fosse dimenticato che io fossi qui ad aspettarlo. «Certo», annuisce. «Sta' tranquilla.» Mi rivolge l'ennesimo sorriso mentre io continuo a fissarlo per studiare le sue mosse, e quando il cancello si apre con tutta la sua imponenza entrambi cadiamo di nuovo nel silenzio. Qualcosa nella sua voce, nei suoi occhi, nel modo in cui tiene socchiusa la bocca, mi dice che sta mentendo. E soprattutto che mi sta nascondendo qualcosa. Il vialetto è lungo e con più svolte che quasi mi fanno venire il mal di testa, e attorno a noi non ci sono altro che pini ammassati uno affianco all'altro che oscurano la vista ovunque, mentre delle lanterne sono incastonate nell'erba e illuminano la via di una luce tenue. Svoltiamo, svoltiamo e ancora svoltiamo, e mi chiedo quanto sia grande questo posto, e perché Ty non mi ha mai detto che i suoi vivessero in una reggia: perché è questo quello che mi sembra casa sua una volta che finalmente il viale cessa. Chiamarla casa è un eufemismo nel vero senso della parola. Per un po' nessuno dei due parla, e Ty non sembra accennare a far ripartire l'auto, ferma in mezzo a un grosso spiazzale. Alla fine quella che spezza il silenzio sono io. «Perché non me l'hai mai detto?» Mi volto verso di lui. Noto che ha ancora le mani strette al volante, le spalle ancora tese e un'espressione abbattuta sul viso mentre fissa davanti a sé quella che prima era casa sua, come se da questo ne dipendesse delle sue azioni. Sospira, e fa una smorfia tra metà amareggiato e metà in imbarazzo. «Non volevo che tu mi guardassi con occhi diversi», dice, rivolgendomi finalmente uno sguardo. Per poi aggiungere subito dopo: «e anche perché non volevo che ti innamorassi dei miei soldi.» Restiamo entrambi in silenzio a fissarci: lui probabilmente perché mi starà studiando, in trepida agitazione e in attesa probabilmente di una mia mossa qualsiasi; io invece lo guardo perché non so se essere delusa, dubbiosa o se essere semplicemente incazzata: perché solo ora mi rendo conto che in undici anni non ho mai conosciuto il mio ragazzo. E così decido di esplodere, perché sono veramente incazzata. «Stiamo insieme da un decennio, e io non ti conosco! Non conosco chi fa l'amore con me e chi dorme al mio fianco tutte le notti!» «Per favore, non urlare...» «Non sto urlando, cazzo!» Mi dimeno quando tenta di toccarmi, e mi accorgo che sto urlando per davvero. Gli ho sputato con tutta la rabbia e il risentimento che provo in questo momento tutto ciò che penso da quasi sei mesi, tutto ciò che ho tenuto dentro per non fare naufragare ancora di più la nostra relazione, tutto ciò che ho sempre sputato con le lacrime a Selena e Jane quando non ero in grado di riconoscere me stessa o quando mi incolpavo nell'esatto momento in cui le cose non andavano bene. Ty mi guarda a bocca aperta e ora che lo guardo, non l'ho mai visto così confuso, scioccato, terrorizzato e a corto di parole. «Lia, ma cosa...» Comincia, ma scuoto la testa e lo interrompo subito. «Lascia perdere, Tryon.» All'improvviso non ho più voglia nemmeno di guardarlo in faccia. Non so cosa mi trattiene ancora che mi fa rimanere qui insieme a lui mentre in realtà dovrei solamente andarmene, fare le valige e magari prendermi del tempo per cominciare seriamente a pensare, a ragionare a capire ciò che sta succedendo nella nostra storia. Dovrei prendermi del tempo per separarmi un po' da lui, come non faccio ormai da anni: fare le cose che mi piacciono senza aver bisogno della sua compagnia, o magari farlo con Selena e Jane, ad esempio: non ricordo da quando non esco con le mie amiche, da quando non passo una serata in discoteca a scatenarmi. A dire il vero, non ho la minima idea di quando io non abbia fatto una sola cosa che non fosse con lui e non da sola, e mentre vedo la nostra relazione scivolarmi sempre più velocemente via dalle mani per la prima volta, dopo undici anni, mi chiedo chi siano queste due persone sconosciute che adesso se ne stanno zitte in macchina, senza degnarsi neanche di uno sguardo e con un rancore addosso ch'è nato da non si sa dove, e non si sa quando. La macchina riprende a camminare, e mentre me ne sto in silenzio sento una lotta dentro che mi accoltella il petto, e una voce. Sento una voce dentro che lotta per uscire e per urlare e soprattutto per andarsene via, una volta per tutte. Quando Ty finalmente parcheggia, un uomo completamente vestito di nero e con un completo che sembra costare quasi quanto tutti i miei strumenti per dipingere e disegnare ci viene incontro con un sorriso cordiale. Quando l'auto si spegne, l'uomo che mi sa tanto di maggiordomo - ma sto lottando per non crederci, visto quanto sia già assurda la situazione - si incammina verso di me e mi ritrovo la portiera aperta prima ancora che io potessi anche solo toccare la maniglia. «Madame.» Mi sorride, e adesso ne ho la conferma: è un maggiordomo. Un maggiordomo. Nella villa del mio ragazzo, che ha tanto di piscina spettacolare a qualche metro più in la da me e che solo ora noto, nonostante sono più che sicura che solo la piscina sia grande quanto metà di questa villa a tre piani in stile ottocentesco. Sorrido al maggiordomo, (dio, quanto suona inquietante...) e accetto in fretta il braccio che mi porge non appena scorgo Ty venire verso di me, probabilmente convinto che gli avrei dato la mano e camminato con lui verso l'entrata. Ma si sbaglia di grosso: ciò ch'è successo prima non è affatto acqua passata. E non finisce di certo qui. Mentre mi incammino verso la porta d'ingresso, braccio a braccio con un perfetto sconosciuto vestito meglio di me quasi da farmi sfigurare, non riesco a vedere quanto Ty sia rimasto indietro e neanche la sua espressione in questo momento. Quando arriviamo davanti ad una grossa porta in legno scuro mi sto già mordendo le labbra a sangue, e ringrazio tutti i santi in cielo di non aver messo il rossetto rosso stasera: a quest'ora mi sarei sporcata i denti peggio di un vampiro, e forse lui sarebbe risultato addirittura molto più pulito e ordinato di me. Il maggiordomo mi scosta da sé delicatamente e mi rivolge un dolce sorriso che non riesco a fare a meno di ricambiare, nonostante in questo momento abbia soltanto voglia di piangere. Subito dopo aver suonato il campanello Ty mi raggiunge, e scorgo con la coda dell'occhio che si sta sistemando la cravatta che mi piace tanto: quella che ho insistito per fargli mettere stasera e che gli ho regalato due natali fa. Mi do anch'io una veloce sistemata improvvisando il display del telefono come specchietto, e faccio giusto in tempo ad aggiustarmi la scollatura del vestito - che mi sta dando non pochi problemi per via delle sue scollature - che la porta di casa si apre, rivelando un'elegante signora vestita in un tubino rosso, dei capelli bruni e lisci raccolti in una metà coda e degli occhi azzurri. La donna mi sorride raggiante, e quasi si illumina mentre mi guarda. Ricambio il sorriso a disagio e imbarazzata a morte, e poco prima che la donna potesse aprire bocca un uomo, più alto di lei ma leggermente più basso di Ty, ci raggiunge e Ty gli sorride mentre questo lo attira a sé in un forte abbraccio. «Ah, da quanto tempo! Finalmente ti fai vivo, eh!?» Ty sorride, e noto che hanno entrambi un sorriso identico. «Allora...» Esclama, voltandosi verso di me. Tutto d'un tratto mi sento stranamente a disagio e fuori luogo. Tutto questo... Non sono io, e tutto questo lusso che mi circonda mi sta facendo venire il mal di testa. Accenno un sorriso, non sapendo cos'altro fare, e l'uomo che ho di fronte mi porge entrambe le mani che io accetto e afferro timidamente. Per un po' se ne resta così: in silenzio, a squadrarmi. Ma poi mi sorride ancora di più e stavolta si rivolge verso Ty: «avevi ragione, figliolo: è splendida!» Quella confessione ha il potere di farmi sentire... Strana. E' un mix di emozioni che non so descrivere, ma fortunatamente sono tutti positivi, e per un attimo sapere che Ty abbia parlato di me ai suoi genitori elogiandomi come una dea, un po' riscalda quel cuore ancora scosso e ferito dagli ultimi avvenimenti di questi mesi. E di poco fa. «La ringrazio.» Rispondo ridacchiando, sperando di far passare inosservate le mie gote rosse. È in momenti come questi che detesto essere così pallida di carnagione. La donna di prima, che ho capito essere la madre di Ty, affianca suo marito e mi porge la mano con un sorriso. Il padre di Ty mi lascia andare, sempre sorridendomi, e accetto la mano della donna che si presenta chiamandosi: «Sheryl.» «Io sono Lia, e vi ringrazio per avermi ospitata.» Continuo a sorridere, e Sheryl ridacchia compiaciuta. Mi ripete più volte quanto ai suoi occhi sembro squisita e quanto le piacciano i miei occhi. «Io sono Josh Michigan, ma ti prego: chiamami Josh e basta.» Si presenta, per poi aggiungere subito dopo: «E' un vero piacere poterti conoscere, finalmente!» Sorride, poi si volta verso il figlio, che stranamente sembra abbastanza intimorito dal padre. Josh gli sorride, e con una risatina di scherno, dice: «pensavo non esistesse, sai?! Pensavo l'avessi inventata, e invece eccola qui, finalmente: in carne ed ossa!» La situazione è surreale, e non sto facendo altro che sorridere, annuire e ridacchiare. Fortunatamente ci pensa Sheryl a salvarmi. «Cosa stiamo aspettando? Entriamo, forza!» Ty mi rivolge un'occhiata, e io annuisco. Seguiamo i suoi genitori fianco a fianco, ma senza sfiorarci troppo. Sento che mi si stanno immobilizzando le braccia talmente che sono rigida mentre cerco di non farmi toccare da Ty, e quando tenta di prendermi la mano la scanso via bruscamente. Lui non dice niente, ma il suo sguardo basta: è ferito. E per una volta non riesco a non pensare ad altro se non a quanto gli stia bene. Quando entriamo in casa e superiamo il corridoio pieno di foto appese alle pareti, la prima cosa che mi salta all'occhio è lo sfarzo della casa. E poi i mobili, i tappeti pregiati, i vasi in porcellana cinese e i quadri, soprattutto. Uno in particolare mi attira tanto da farmi avvicinare e da farmi dimenticare che non sono in casa mia. «Lia?» Sento Ty richiamarmi, ma non gli do retta. Avanzo verso il quadro, lo fisso per un po' e mi volto verso Sheryl e Josh, che adesso mi scrutano sorpresi ma anche divertiti: forse non si aspettavano che prendessi così tanta confidenza già dall'inizio. «E' La Grenouillèr di Monet originale in carne ed ossa, non è così?» Ty mi guarda a bocca aperta, mentre Sheryl e Josh si scambiano dapprima uno sguardo entusiasta tra di loro, poi mi sorridono. Josh mi si avvicina, con un bicchiere di vino tra le mani che prima non aveva e preso chissà dove: forse c'è quel maggiordomo di prima, o forse ce ne sono altri... Non ne ho idea. «E' un regalo, di un amico», spiega con un sorriso tutto denti smaglianti. «Me l'ha portato da un viaggio in Francia», indica la tela appesa al muro, con un grosso sorriso. Mi affianca, ed entrambi ci voltiamo a guardarlo. «Sono un appassionato di arte sin da bambino, ma Monet...» Sospira, sornione: «lui è il mio preferito!» Annuisco. «Ha ragione: è un grande artista. Ma, sinceramente parlando e senza offesa, non è il mio genere: troppo cupo e duro.» Scuoto la testa. «No, non fa per me.» Josh mi guarda sorpreso ma allo stesso tempo divertito. «Fammi indovinare: belle arti, giusto?» Stavolta scoppio a ridere sul serio: «si nota tanto?» Stavolta è Josh a ridacchiare. «Diciamo giusto un tantino!» Risponde. «E scommetto che indovino il tuo preferito.» «Sorprendimi!» Josh si allontana di qualche passo, e solo dopo noto una libreria. Non è grande, stranamente e direi visto quante cose enormi ci siano qua dentro, ma è abbastanza per poter fare uscire di testa Jane. Lo vedo aprire e curiosare in qualche cassetto di qua e di la, prima di esclamare vittoria e ritornarsene con un libro sottile, dalla copertina rigida di un tenue colore azzurro che mi ricorda tanto... «Van gogh!» Esclama, sventolandomi il libro sotto il naso e confermando la mia tesi. Stavolta rido più forte, imbarazzata ma anche punta nel vivo per essere stata "letta" così bene. Alzo le mani, in segno di resa: «te lo concedo.» Josh mi sorride in maniera gentile e galante mentre mi porge il libro. «Vorrei che lo tenessi tu», dice, e mi ritrovo a boccheggiare come un'idiota. Afferro, tremante, il libro tra le mani e tutto il disagio e l'imbarazzo di poco fa sembrano essere svaniti via del tutto. «Grazie... Josh.» Mi sorride, e un attimo dopo sentiamo Ty e Sheryl parlottare e ridacchiare, assieme ad un'altra voce femminile. Ty e sua madre sono in compagnia di una giovane ragazza dai capelli neri, la pelle scura come la loro e un corpo più arrotondato di quello di Sheryl, che invece è molto più esile e sottile. Io e Josh eravamo talmente presi dal quadro e dalle nostre battutine da non esserci minimamente accorti che sia Ty che Sheryl si erano allontanati per chiacchierare in qualche altra stanza di questa enorme reggia. Sheryl mi sorride fermandosi a fianco a suo figlio. La ragazza, alta esattamente quanto me, mi si avvicina con un grosso sorriso sulle labbra prive di trucco, e mi porge la mano che accetto subito. «Tu devi essere Lia!» E' la prima cosa che dice. Annuisco, divertita dal suo caratterino tutto pepe, e la ragazza mi sorride più raggiante di prima: «però, cavolo se sei un vero schianto!» Esclama stavolta, senza farsi tanti problemi a guardarmi dalla testa ai piedi. «Normani!» La ammonisce Sheryl, rivelandomi prima che lo facesse la figlia il suo nome. Sorrido anch'io: «mi piace il tuo nome: è figo!» Normani, che per un po' sembrava essersi sentita in imbarazzo per il richiamo di Sheryl, mi sorride di nuovo e nei suoi occhi brilla qualcosa che non saprei descrivere. «Grazie, anche il tuo è figo! Sai, mio fratello dice che dipingi e che sei una bestia a disegnare, sarebbe figo se...» Si interrompe, mentre l'aria silenziosa della casa viene spezzata da una musica rock/metal a tutto volume. Normani alza gli occhi al cielo, infastidita. E per un attimo mi chiedo se sia per me o per la musica uscita da chissà dove. Ty guarda suo padre che senza accorgermene mi ha raggiunta, e adesso l'aria spensierata di prima sembra essere svanita per una più pesante. Guardo Sheryl, non sapendo che fare e non capendo cosa cavolo stia succedendo, e lei mi rivolge un sorriso triste. «Ci risiamo... Ma non poteva starsene a New York!?» Sbuffa Normani, sotto voce. Josh sembra non averla sentita, anche perché ha raggiunto moglie e figlio. Decido di approfittarne del fatto che tutti e tre siano abbastanza lontani per avvicinarmi a Normani e chiederle sottovoce: «di chi parli?» «Mia...» Comincia, ma si interrompe quando la voce di sua madre urla a gran voce un nome: Mila, mi sembra di aver capito. Guardo di nuovo Normani, ma questa alza le spalle e si va a sedere su una poltrona dell'enorme salone. Mi fa segno di raggiungerla, ma proprio quando stavo per farlo ecco che sento dei passi pesanti scendere di corsa dal piano di sopra, mentre la musica sembra essere sparita, e una voce calda e squillante esclamare con un tono derisorio: «Siiiii, zietta?» Mi volto, ed eccola che la vedo: una folta e lunga chioma di capelli rossi, ma rossi come il fuoco e liberi sulle spalle simili a grosse fiamme che sembrano avvolgerla. E poi un viso, due occhi castani truccati da una pesante e spessa linea di matita nera, uno skinny jeans nero a vita alta, un fisico snello e asciutto e un sedere alto, pieno. La pelle macchiata da tantissimi tatuaggi che non riesco nemmeno a contare, e subito mi salta all'occhio lo sguardo che mi rivolge oscurando tutto il resto che mi circonda. Il suo sguardo felino mi mette completamente KO facendomi sussultare. Mi sorride... ma non è un sorriso come tutti gli altri, quello... C'è qualcosa di più: qualcosa di inquietante che mi spaventa e che scatena una serie di brividi lungo tutto il corpo. Sento i capezzoli diventare turgidi mentre la pelle d'oca mi investe, e il suo sguardo cupo cade proprio lì. Porto con finta disinvoltura i capelli sul seno, ma spero fino in fondo che la trasparenza e la scollatura del vestito non abbiano dato mostra di niente. E il suo sguardo indagatore... Chi si crede di essere per guardarmi in questo modo!? Quando alzo lo sguardo Sheryl sta parlando con lei e non sono più quegli occhi felini a guardarmi, ma quelli di Ty che adesso mi guardano in un modo che non gli ho mai visto prima.
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