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900 Parole
2.Il trillo metallico del campanello. Le considerazioni furono interrotte insieme ai tentativi di convenevoli con il giovane sconosciuto. Qualcuno aveva pensato bene di arrivare a interromperci. Dalia, che si occupava del ricevimento dei clienti, non c’era. Mi dovevo arrangiare. “Chi sarà?” chiese Corrado “Probabilmente uno che ha sbagliato indirizzo.” “Dici?” domandò sorpreso “Ma figurati. Nessuno sale qui all’ultimo piano senza ascensore senza un buon motivo. Sarà un cliente, non pensi?” Intanto Banksy era scattato e aveva iniziato ad abbaiare andando dalla porta. “Corrado, bada al ragazzino mentre vedo chi è.” “Ok, capo.” Il giovane rimase immobile. Mentre andavo alla porta, insistevano a suonare. Ma chi diavolo rompeva così le scatole in quel modo? Se si trattava di un possibile cliente, si era già giocato molto male le sue carte. Non amo gli ansiosi. Aprii e mi ritrovai davanti un paio di energumeni che neppure nei peggiori bar di Macao. Tenevo per il collare Banksy dietro la porta per evitare che gli saltasse addosso. Non erano due testimoni di Geova, anche se in quel preciso momento era quello che avrei sperato. Erano due cinesi, senza ombra di dubbio. E un cinese più due facevano tre. Troppi, tutti insieme nello stesso momento, per non trarre delle conclusioni. Ricordavo che un certo Ronald A. Knox nel suo personale decalogo su come scrivere un romanzo giallo alla regola 5 sosteneva che non ci dovesse essere nessun protagonista cinese nella storia. Si riferiva ovviamente all’inflazione di personaggi cinesi nei racconti scritti durante l’epoca d’oro del giallo, agli inizi del secolo scorso. Una delle più strane regole che avessi mai sentito. Nella mia storia eravamo già al terzo in pochi minuti. C’era motivo di iniziare ad avere dei dubbi. Segni particolari dei due ceffi: uno presentava i capelli lunghi raccolti in una coda con l’elastico. L’altro aveva un orecchio deforme che sembrava essere stato masticato da uno squalo. Erano alti oltre il metro e ottanta, piuttosto robusti per essere asiatici. Avevano un’aria brutale, naso schiacciato da pugile, di chi ne ha prese, ma che probabilmente ne ha anche date tanti. Insomma, due facce poco raccomandabili. E di solito, era difficile che mi sbagliassi. “Cosa volete?” li apostrofai come meritavano, senza troppi complimenti. I due non si degnarono neppure di salutare. D’altronde non lo avevo fatto neppure io. Era uno di quei casi da Far West, in cui si oppongono due fazioni rivali di ranch diversi. Banksy intanto non aveva smesso di abbaiare. Aveva capito che i due non mi erano troppo simpatici. “Ha visto per caso un bambino?” chiese coda di cavallo. Parlava a macchinetta, con un tono monotono non dissimile al ronzio di una zanzara. “In che senso, scusi?” “Nell’ultima mezz’ora è venuto da lei un bambino?” era la volta di orecchio mozzato. Lui invece aveva una voce stridula, stranamente effeminata. “Cosa? Qui, in un ufficio privato? Perché mai dovrebbe venirci un bambino?” Avevo parlato appositamente ad un tono più alto del solito in modo che Corrado sentisse. Volevo che tenesse il ragazzino a bada, ben nascosto. La situazione non prometteva nulla di buono. Dovevo prendere tempo e far allontanare i due ceffi. Ero sicuro che Corrado avrebbe capito la situazione. Mi piaceva prenderlo in giro, ma sapevo che era capace di leggere benissimo i momenti di possibile minaccia. “Ne è certo? È molto importante che lo troviamo” disse coda di cavallo. “È in pericolo” precisò orecchio mozzato. Eh, sì. In pericolo da voi, dissi tra me e me. “Posso sapere il nome di chi state cercando?” chiesi. “Si chiama Peng.” “Comunque qui non si è visto alcun ragazzino” risposi sprezzante. Non erano personaggi che si potevano intimorire facilmente. Presi insieme mi avrebbero messo a perdere se solo lo avessero voluto. Avevo una mano sulla porta e l’altra sullo stipite in modo da fare scudo a eventuali atti di forza. I due ormai non mi guardavano neanche più in faccia. Allungavano il collo per cercare di vedere dentro il più possibile. Non avrebbero mai scorto l’ufficio perché non era visibile da quella prospettiva. “Potrei sapere chi è il bambino che state cercando? Uno di voi due è il padre?” chiesi facendo il finto tonto. Era una cosa che mi riusciva benissimo, per la verità Non erano in vena di ammissioni, perché non mi degnarono di risposta. “Io faccio l’investigatore privato di mestiere. Se volete una mano per trovarlo, sono a vostra disposizione. Ma se non mi dite di più, non posso aiutarvi molto” azzardai. “Non si disturbi troppo. Ci penseremo noi” rispose uno dei due, arrogante. Furono le loro ultime parole. Seguirono attimi di intenso silenzio, colmo di tensione. Poi la situazione di stallo fu rotta dall’inconfondibile rumore delle sirene di un’ambulanza. Il suono come in una canna d’organo risaliva da salita San Matteo fin sulle pareti del vicolo, per esaurirsi nel vuoto. Gli energumeni ebbero un paio di gesti che indicavano stizza. Uno si grattò la nuca e l’altro si toccò l’orecchio, proprio quello masticato. Poi senza dire una parola, girarono i tacchi e presero veloci giù per le scale. O ero improvvisamente rimbecillito, oppure tutta quella questione non stava portando niente di buono. Inconsciamente o meno, sapevo che stavo per ficcarmi nell’ennesimo ginepraio.
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