LA FAMIGLIA DI LEGNO-2

2002 Parole
«Dammelo, piccolo orfanello cagnolino indiano.» Guardò la sorella in cerca di conferma. Jenny lo ignorò, indirizzò a Len uno dei suoi sorrisetti a labbra strette e si chinò su di lui. «Lo sai che Babbo Natale non esiste?» gli sussurrò all’orecchio. Len scosse la testa. Babbo Natale esisteva, gliel’aveva detto il suo papà. Una Vigilia di Natale di alcuni anni prima Len si era perso in un posto pieno di persone e negozi. Si era allonta­nato per guardare una vetrina con dei giocattoli ed era rimasto da solo, con un fiume di sconosciuti a scorrergli intorno. Nes­suno lo toccava, nessuno lo notava, così Len aveva raggiunto una parete, vi si era appoggiato ed era scoppiato in lacrime. Poco dopo era arrivato suo padre. Il suo respiro era affannato, quando l’aveva sollevato da terra e abbracciato. «Se un giorno ti perderai di nuovo», gli aveva detto, occhi negli occhi, «esprimi un desiderio a Babbo Natale. Chiedigli di restituirti la tua Famiglia di Legno. Lui accontenta sempre i bravi bambini e sa che un giovane ramo non deve essere mai diviso dall’albe­ro.» Aveva sorriso, Len ricordava gli zigomi pronunciati, la pelle olivastra e i capelli lunghi e neri che gli sfioravano le guance quando lo teneva in braccio. Dettagli, elementi sganciati. Così come quello della mamma, anche il volto di papà diventava nebuloso, distante ogni giorno di più. «Ehi, mi senti? Ti ho detto dammi il giocattolo e scendi dal divano.» Doveva essere la seconda volta che Bobby ripeteva l’ordine. Batteva il piede, puntava il Babbo Natale con l’indice e arric­ciava le labbra. Ormai Len aveva imparato a conoscere il suo carattere vendicativo. Se non poteva ottenere qualcosa, Bobby faceva di tutto per distruggerla, così come aveva fatto con la sciarpetta rossa che la signora Brown aveva comprato a Len prima di portarlo lì. La madre aveva detto al figlio che era di Len e non poteva averla, così, una volta soli, Bobby si era ven­dicato strappando una delle palline colorate all’estremità. A Len non importava niente della sciarpa, però non avrebbe mai permesso a quel bambino di rovinare il suo Babbo Natale di legno. Quando infatti lo vide allungare di nuovo le mani, tirò indietro il pupazzo, si gettò a pancia in giù sui cuscini e lo na­scose sotto di sé. Bobby gli saltò addosso, le ginocchia a schiacciargli prima le gambe, poi la schiena. Len si sentì man­care il respiro, ma non mollò. «Dammelo.» Bobby gli sputava la sua furia direttamente nell’orecchio. Intanto con le mani raspava come un cane in cerca di un osso sepolto. La colluttazione continuò fino a quando l’assalitore non iniziò ad ansimare. «Indiano!» Gli rifilò una gomitata sulla schiena nel rialzarsi. «Cagnolino, vattene dal mio divano!» «Sì, vattene, tu e il tuo schifoso giocattolo», lo assecondò Jenny. «Non ti vogliamo qui.» Len si rimise dritto e scalciò, indietreggiando fino a toccare la spalliera. Poi impugnò la pistola, la sollevò verso i due fra­telli e fece schioccare il grilletto. Bang. Bobby barcollò come se fosse stato davvero colpito da un proiettile, ma Jenny non si lasciò impressionare e si avvicinò. Len ricordava di essere andato a caccia con suo padre, una volta. Lo aveva visto sparare a una lepre con il fucile che teneva appeso sopra il camino del soggiorno. Un colpo e l’ani­male era diventato la loro cena. Avrebbe tanto voluto avere il fucile di suo padre in quel momento. Di sicuro Jenny si sarebbe spaventata. «Non ci senti?» strillò la ragazzina. «Alzati! Papà dice che sei uno sporco indiano, che puzzi e che il tuo cervello è andato in fumo!» Len lasciò che fosse la pistola giocattolo a rispondere. Bang. Jenny gli si gettò addosso. Pesava molto meno di Bobby, ma la sua mano era più sottile e riuscì ad afferrare il polso di Len. «Alzati. Lo sai che puzzi?» Lo strattonò fino a farlo ruzzola­re sul tappeto. «Papà ha detto che la mamma è stata stupida a farti entrare a casa. Che sei diverso da noi.» Su questo Len era d’accordo. Non faceva parte della loro Fa­miglia di Plastica. Lui voleva indietro la sua, di Legno. Provò a rialzarsi e venne spinto indietro. Per non perdere la presa sul pupazzo, cadde sulle natiche e sbatté la schiena contro il divano. «Vattene, sporco indiano», disse Jenny. «Noi siamo cowboy e ci sediamo sul divano. Tu sei un piccolo orfanello cagnolino indiano e devi stare davanti al camino.» «Sì, come il cane», lo canzonò Bobby, camminandogli sopra per sedere sui cuscini. La sorella gli si accomodò accanto e la televisione tornò a catturare il loro interesse. Len scivolò nell’angolo più estremo del tappeto e da lì, appena fu sicuro di non essere visto, strisciò via. La principessa sullo schermo chiedeva aiuto a gran voce quando Len, dopo es­sersi accertato che il corridoio fosse sgombro, tornò in soggior­no. Su una cosa Bobby e Jenny avevano ragione: lui voleva stare davanti al camino. 2 I biscotti allo zenzero erano un classico, a Natale. Lisa non li amava particolarmente, preferiva quelli alle noci o al burro d’arachidi. Però in quel periodo dell’anno erano d’obbligo. Li aveva preparati anche quando si era accorta dei problemi ali­mentari di Bobby, figurarsi se la presenza di Len avrebbe potuto impedirglielo. Il bambino le dava sui nervi, era vero, però le tradizioni erano le tradizioni. Mentre la cucina si riempiva dell’aroma della prima inforna­ta, Lisa distese l’impasto con le dita. Lo spolverò con la farina e lo appiattì con il mattarello di marmo. Spinse troppo, un lato della pasta divenne un’ostia, e fu costretta ad appallottolare di nuovo tutto e ricominciare da capo. Era nervosa e non doveva esserlo, non a Natale. Eppure, chi non lo sarebbe stato nella sua situazione? Nessuno a lavoro si aspettava che il professor Coleman potesse proporle quell’inca­rico e, quando era successo, le voci sulla loro relazione clande­stina erano diventate più insistenti, così come i sospetti che Len le fosse stato affidato perché lei apriva le gambe per il capo. Doveva dimostrare che non era così. E poi tra lei e Harry non c’era solo del sesso di convenienza. Lui la riteneva intelligente e capace, gliel’aveva sempre detto, e non soltanto dopo una scopata. Per quanto la riguardava, a Lisa erano sempre piaciuti gli uomini di potere, quelli che tenevano il mondo per le palle. Ryan era un brav’uomo, un padre attento, ma a stento riusciva a tenersi le sue, di palle. Harry invece era magnifico. Coman­dava un intero dipartimento di igiene mentale a Toronto e la gente scattava a ogni suo ordine. Lisa ripensò alla prima volta in cui Harry, dopo averla chiamata in ufficio, le aveva ordinato di togliersi le mutandine. Quello era stato il loro primo rapporto e, anche se Harry non era di certo uno stallone dei film che Lisa aveva visto con le amiche al college, era venuta. Due volte. Da un anno a quella parte pensava di aver dimenticato quella possibilità, durante i noiosi e abitudinari rapporti sessuali con Ryan. Lei studiava psicologia, sapeva che era tutta una questione mentale. Una promozione. Sarebbe bastato che Len si sbloccasse per avere finalmente la promozione che meritava. Il che avrebbe non soltanto spento le voci che circolavano, ma l’avrebbe portata a lavorare a stret­to contatto con Harry senza che Ryan potesse avere qualcosa da ridire. Anche perché lasciarlo non era in programma, ne era sicura sin dalla prima volta in cui Harry era entrato dentro di lei. Erano sposati, coloro che Dio aveva unito solo Dio poteva separare, e lo stesso valeva per Harry e la sua grassa moglie. Se soltanto Len avesse parlato! Possibile che non fosse riuscita a scucire una frase completa da quelle labbrucce sempre serrate? Il bambino aveva subito un forte trauma dopo la morte dei genitori. Era normale che fosse bloccato, si era detta la prima settimana. Nel corso dell’ultimo mese aveva provato di tutto: la gentilezza, la comprensione, l’empatia… niente. E quella stronza di Eveline, la rossa tutta scollo e minigonna che divideva la scrivania con lei, sembrava godere nel sapere che non aveva fatto progressi. Magari voleva provarci con Harry, fregarle la posizione che si era guadagnata. No, non glielo avrebbe permesso. Distese la pasta dei biscotti e cercò di riacquistare la calma. A forza di pensare le era anche venuta fuori una nuova ruga. L’aveva notata quella mattina, sul naso, proprio all’altezza dell’occhio. Questa ruga dovrei chiamarla Len. Iniziò a tagliare i biscotti con lo stampino a forma di abete. La seconda infornata sarebbe stata tutta per Ryan, così come il completino “natalizio” comprato su internet. Harry l’aveva tro­vato delizioso, la settimana precedente. Non che Ryan si meritasse la lingerie, in effetti. Con Len, sin dall’inizio, era stato più un ostacolo che un aiuto. Lisa aveva sempre saputo cosa pensava suo marito degli indiani, anche se la terribile storia dei genitori di Len, i Wavaka, lo aveva sconvolto molto più di quanto lei si sarebbe aspettata. Però Ryan doveva capire che qui ne andava della sua carriera. Della sua carriera e della sua felicità. Len era un’occasione unica e non avrebbe lasciato che le mandasse in malora il futuro. L’avrebbe costretto a parlare, a costo di farsi venire altre dieci rughe a furia di sorrisi e moine. Poi, tanto, avrebbe rimediato con il botox. 3 Sembrava che il fuoco avesse aspettato Len per dare il via allo spettacolo. Non appena si fu seduto a gambe incrociate, le fiamme guizzarono, uno dei grossi ceppi si spezzò e rotolò fino alla ringhiera. Una cascata di scintille colpì il pavimento come piccole stelle cadenti e una ventata di calore lo raggiunse sulle guance, sul mento, sulla fronte. La vista gli si fece acquosa e Len cercò di convincersi che fosse a causa delle vampate. Dal giorno in cui aveva perso la Famiglia di Legno i suoi occhi si erano rifiutati di lasciar andare le lacrime. Len avrebbe voluto urlare “papà” e “mamma” e piangere, come aveva fatto molte volte prima dell’incidente. Avrebbe voluto scappare dalla Casa dei Bambini, andare a cercarli. Per molto tempo aveva pensato potessero essere lì dove li aveva persi la prima volta, in quel posto pieno di negozi. Oppure a casa o, chissà, forse lo stavano cercando per la città, senza sapere che lui era stato portato alla Casa dei Bambini. Il giorno in cui la signora Brown era venuta a prenderlo, Len ricordava di aver sperato. Babbo Natale esaudiva i desideri, perciò doveva soltanto espri­mere il suo, fare il bravo e aspettare. Certo, era difficile essere buono, ma Len aveva deciso di mettercela tutta. Adesso che era arrivata la Vigilia, però, era stato investito dai dubbi. Anzi, da una terza opzione, alla quale non aveva mai pensato. Forse era stato cattivo in qualche modo. E se i suoi genitori erano arrabbiati con lui? E soprattutto, se Babbo Natale non lo avesse ritenuto abbastanza buono da avere di nuovo la sua Fa­miglia di Legno? Forse era davvero un piccolo orfanello cagnolino indiano, qualunque cosa significasse. A Natale mancavano poche ore e Len sentì gli occhi inumi­dirsi. Stavolta non poté fingere di non sentirli gonfi di lacrime. Strofinò l’avambraccio sulle palpebre fino a che la lana del ma­glione non arrivò a un passo dal graffiarle. Aprì gli occhi e il calore delle fiamme lo investì in un’ondata furiosa. Quando riuscì di nuovo a vedere, l’ombra era lì, un volto ovale delinea­to da lingue di fuoco e composto da legna incandescente. Le labbra, due pieghe nel ceppo consumato, si mossero prima piano, poi con violenza sempre crescente fino a spalancarsi in un urlo. Il grido senza voce della donna non lo aveva mai ferito, solo angosciato. Ogni volta che Len vedeva la figura di fuoco agi­tarsi, immaginava che soffrisse, che gli chiedesse aiuto. In un’occasione, la prima in cui aveva assistito a quella scena, si era anche scottato nel tentativo di liberare il ceppo dalle fiamme. Lo aveva fatto con uno dei ferri che usavano i grandi per smuovere i ciocchi, ma il legno era caduto e una scheggia gli aveva raggiunto la mano. Il segno era rimasto per un mese. Il dolore della scottatura, però, non era nulla in confronto a quello che la sofferenza della donna gli stava procurando. Len si sentiva bruciare. Gli occhi, le mani, le guance. Avrebbe gri­dato, se la gola non fosse stata come otturata dal fumo. Strisciò indietro, incapace di alzarsi e, quando sentì anche il petto di­ventare incandescente, sollevò il braccio e scagliò la pistola nel fuoco, dritta sul volto. Le fattezze umane tornarono a essere fiamme e la plastica del giocattolo iniziò a sciogliersi, liberan­do un fumo nero che la cappa non riuscì ad aspirare del tutto.
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