Capitolo 1

987 Parole
Capitolo 1 Fenton «Digli che ho avuto il suo messaggio ieri e che non è necessario che me lo succhi, ma ringrazialo per l’offerta.» Prendo il carrello della spesa più vicino e incastro il cellulare tra l’orecchio e la spalla. Quasi scivola per via dei muscoli rigidi: tutta la schiena sta protestando, risultato della stanchezza dopo l’allenamento che si aggiunge allo stress dovuto al lavoro. Duke non cerca neanche di nascondere la frustrazione e lo sento sospirare. «Fenton, non è così.» La sua voce è carica di esasperazione. «Non ha chiesto di farti un pompino.» «Certo che no, ma voglio sentirlo quando dovrà negarlo.» «Sai una cosa? Dimenticati che ti abbia chiamato. Gli rispondo qualcosa io.» «Ecco, direi che questa è l’idea migliore che tu abbia avuto finora.» Duke sospira di nuovo, ancora più forte. Non c’è dubbio che io mi sia comportato da stronzo fin da quando l’ho assunto, ma lo avevo messo in guardia. Tutta la situazione è stata un vero casino fin dall’inizio. Non c’è niente di più frustrante del non essere in grado di risolvere un problema perché hai le mani legate mentre ti viene ricordato che il problema esiste. Lo so bene che esiste, ne sono molto consapevole e nessuno vuole risolverlo più di me. «Mi limiterò a dir loro che la situazione non è cambiata.» «Avrei potuto occuparmene io» replico stizzoso. «Lo so, lo so.» «Ma non me lo lasciano fare.» «Lo. So.» «Lo so che lo sai. Cerca di farlo capire anche a loro. Sto rispettando le regole in questo momento, ma inizio a perdere la pazienza con i loro...» «Fenton, devi rispettare le loro regole, altrimenti...» «Sto entrando nel negozio» lo interrompo. «La ricezione sarà pessima.» «Ci sentiamo presto» risponde Duke, come se fosse già pronto a porre fine alla conversazione. Quando riattacca infilo il telefono nella tasca dei pantaloni della tuta. Ho la mascella rigida, l’energia dell’allenamento mattutino ormai scomparsa. Ignoro gli occhi di un uomo dall’aspetto severo che studia le mele e dirigo il carrello a sinistra per evitare interazioni. Non so perché ho deciso di venire a fare la spesa proprio oggi. Avrei potuto aspettare altri tre giorni, fino al rientro dalle vacanze della mia governante. Abbandonate le mele e l’energia negativa dell’uomo arcigno, punto verso le banane. Devo ritrovare l’ottimismo che avevo cinque minuti fa, prima che Duke mi chiamasse dall’ufficio e mi rovinasse il sabato mattina. Le banane sono biologiche e perfettamente mature. Ne scelgo un casco e faccio per allontanarmi quando avverto uno strano brivido e una sensazione di disagio colpisce il mio subconscio. Mi fermo e mi guardo intorno. Non noto niente fuori dall’ordinario, solo persone che gironzolano e pensano ai fatti loro. Faccio per allontanarmi con il carrello quando individuo la causa: un pezzo di plastica nera sbuca da dietro un casco di banane, e le luci al soffitto che vi rimbalzano sopra hanno catturato la mia attenzione. Allungo la mano e tiro fuori un cellulare nero. Lo giro e osservo che non ha neanche un graffio. Premo il pulsante tondo in basso e lo schermo si illumina. Due splendide ragazze, forse un paio di anni più giovani di me, sui venticinque, mi fissano. La bruna indossa un bikini bianco striminzito e fa il simbolo della pace con le dita. È uno schianto. Ma è la bionda che attira la mia attenzione. È seduta a gambe incrociate sulla spiaggia, in short e canotta, i capelli sciolti sulle spalle. Il corpo è coperto, la posa di assoluto contegno, ma qualcosa che non so ben definire mi colpisce, tanto che non riesco a staccare lo sguardo da lei: gli occhi blu-verdi mi scherniscono, mi provocano in un modo che mi incanta. Mi sembra di cogliere una traccia di vulnerabilità dietro alla sua sicurezza, e questo mi fa venir voglia di sentire la sua voce, di sapere che cosa sta pensando. Sono talmente ridicolo che mi viene da ridere, eppure l’ondata di calore che mi corre nel sangue è innegabile. Mi guardo di nuovo intorno: nessuno sembra stare cercando un telefono. Torno a fissare lo schermo e i miei occhi cercano subito la bionda. Faccio scivolare il pollice sul display, lungo la curva del suo fianco. Dovrei portare il telefono in direzione, sarebbe la cosa logica e responsabile da fare. Ma resto dove sono. Perdere il telefono tra le banane non è un gran segno di responsabilità. Faccio un respiro e valuto le varie opzioni. Posso portarlo al banco informazioni e sperare che glielo diano se torna a cercarlo. Oppure... potrei provare a mettermi in contatto con lei. Continua a dirti che stai giocando al Buon Samaritano. Mi appoggio al banco dove è esposta la frutta e analizzo brevemente la situazione. Le probabilità che lei lo ritrovi al banco Assistenza Clienti non sono alte, forse cinquanta-cinquanta. Qualche ragazzo addetto a imbustare vedrà la foto dello schermo di blocco e se lo porterà in bagno per farsi una sega, sì, è molto probabile che accada proprio qualcosa del genere. Le mie chance di indovinare la password non sono grandiose, ma aumenterebbero di molto la sua possibilità di tornare in possesso del telefono. E mi consentirebbero di vedere quegli occhi dal vivo. Digito 0000. Sullo schermo appare “Password errata”. 1234. “Password errata”. Con i gomiti comincio a spingere il carrello verso il banco dell’Assistenza Clienti, e intanto penso alle password possibili per fare un altro tentativo. Ho un’ultima possibilità prima di venire bloccato, e allora non avrò altra scelta se non abbandonarlo al commesso e alla sua pausa bagno. Opto per 1111, un’altra password strausata. Sento un click e lo schermo di blocco scompare: il telefono quasi mi scivola dalle mani da tanto sono sorpreso. Ha funzionato. La schermata iniziale ha uno sfondo dorato pieno di app in attesa di essere esplorate. Dovrei farlo oppure no? Sfioro la galleria con il pollice e vedo la prima foto. Dovrei, senza dubbio.
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