Capitolo 2-1

2036 Parole
Capitolo 2 Brynne L’enorme e scandalosamente costoso divano color crema attutisce la mia caduta. Atterro a faccia in giù sui cuscini e mi lascio affondare nell’imbottitura di piuma. «Salterà fuori» mi rassicura la mia migliore amica, Presley Bradshaw, dall’altra parte della stanza. «Sarà qui da qualche parte, solo che non riusciamo a trovarlo.» «Abbiamo guardato ovunque.» La mia voce è soffocata e credo che Pres non possa sentirmi, ma sono troppo sconfortata perché mi importi. Su quel cellulare ci sono i ricordi della mia vita, soprattutto della mia vita prima che tutto andasse a catafascio. Foto dei falò in spiaggia con Presley e il nostro piccolo gruppo di amici. Messaggi di mio fratello prima che lasciasse il Paese per lavoro. La mia musica, i miei appunti, la mia vita intera è archiviata su quello stupido. Piccolo. Telefono. Tanto vale che io resti stesa qui finché non muoio. «Brynne. Terra chiama Brynne.» Con un gemito raccolgo energia sufficiente a rotolare su un fianco. Presley mi sta guardando con un sopracciglio perfettamente inarcato. «Che c’è?» borbotto. «Lo troveremo. Se non lo troviamo, ne prenderemo un altro.» «Non ne voglio un altro. Voglio il mio.» «Che ti importa? È un telefono, Brynnie. Te ne prenderemo uno più bello! Te ne comprerò uno come il mio e faremo finta che sia un regalo di compleanno.» «Non è per quello. Non ho fatto il backup delle mie cose.» Ci scambiamo uno sguardo e vedo il momento in cui si rende conto del mio dramma, perché cambia espressione. «Già.» Mi tiro su a sedere e mi trascino un cuscino in grembo, ne ho bisogno per scaldarmi l’anima e per trovare un po’ di conforto. Ma se c’è una cosa che so sul trovare conforto è che non sarà un cuscino a darmelo. Se fosse così facile, gli ultimi mesi non sarebbero stati così difficili da affrontare. Presley si siede al mio fianco. «Hai idea di dove puoi averlo lasciato? Pensa a quello che hai fatto. Qual è l’ultimo posto in cui lo avevi?» Stavo parlando con mia madre che mi aggiornava su Brady, in realtà solo per dirmi che non ci sono novità. Mio fratello è sparito quattro mesi fa e sono settimane che non si sa nulla di nuovo. Dicono che, quando si ha a che fare con i terroristi, il silenzio sia meglio delle minacce, ma non ne sono sicura. Forse il silenzio significa che non c’è più niente da discutere, ma non ho intenzione di dirlo a mia madre, e non solo perché potrebbe non reggere l’idea: non credo che riuscirei a dirlo a voce alta, il solo pensiero mi fa venire voglia di morire. «In quel caffè» rispondo. «L’ho infilato in tasca quando ho pagato il latte macchiato. Quello è l’ultimo posto in cui sono sicura di averlo avuto con me.» «Non dirmi che al bancone c’era il figo con la cresta e che ti sei fatta distrarre.» «Nooooo.» In realtà è andata più o meno così, o molto così. Ma non l’ho perso lì perché sono tornata a controllare... e ne ho approfittato per farmi dare il numero del barista con la cresta. Non ho intenzione di dirlo a Presley, però, perché si esalterebbe tutta e inizierebbe a progettare il nostro matrimonio, e in questo momento non ne ho bisogno. Quello di cui ho bisogno è il mio dannato telefono. Presley alza gli occhi al cielo perché sa che sto mentendo, poi si attorciglia i capelli in uno chignon in cima alla testa. «Parleremo dopo del signor Mohawk e scoprirò perché la tua faccia ha appena fatto quella cosa» commenta, agitando un dito nella mia direzione. «Per ora spremi le meningi. Che cosa è successo dopo che hai lasciato il caffè?» «Sono passata all’ufficio postale, sono andata all’Angel's Market, mi sono fermata a fare benzina e poi sono venuta a casa.» «Hai già chiamato tutti quei posti? Magari qualche brava persona l’ha trovato e lo ha consegnato.» «Ho chiamato dal tuo telefono mentre eri in doccia. Nessuno l’ha visto» sospiro. «Sono fregata.» La mia amica mi rivolge un sorriso triste, poi apre e richiude la bocca un paio di volte. Anche se non voglio sentire quello che ha da dire so che prima o poi dovrò farlo, quindi tanto vale togliersi il pensiero. «Che c’è?» le chiedo. «Non prenderla così.» «Così come?» «Come la stai prendendo.» Scuote la testa. «Con quell’espressione come se il mondo ce l’avesse con te. Perché non è così.» Cambia posizione, allontanandosi un po’ da me, non so se per darmi più spazio o per evitare che la strangoli. Sono entrambe idee valide. Voglio bene a Presley, ma la sua incapacità di non dire tutto quello che pensa a volte mi porta a odiarla... come in questo momento. «Il mondo ce l’ha con me, è proprio l’impressione che dà, Pres.» «Ascolta, la gente perde il telefono ogni giorno, non è una cospirazione.» «La mia vita è la prova lampante che l’universo odia certe persone. Un anno fa devo aver fatto qualche terribile torto al mondo, così ha deciso di fottermi.» «Smettila.» «Lascia che ti rinfreschi la memoria» replico, adirata. «Vengo accettata nel college dei miei sogni e, non appena finisce il fermo con i Marines, riesco a fare innamorare di me Grant McDaniels, il migliore amico di mio fratello nonché il ragazzo per cui ho avuto una cotta colossale per sei lunghi anni. Passiamo un anno stra-to-sfe-ri-co insieme, il migliore della mia vita, poi parte per l’Africa per qualche cazzo di lavoro e, quando torna, non è più quello di prima. Nel giro di quattro mesi lo becco con un’altra e Grant propone un lavoro a mio fratello. Tornano in Africa... e mio fratello scompare. Dulcis in fundo, sono costretta a lasciare gli studi per affrontare tutta questa situazione.» «So quanto sia stata dura per te, ero qui, l’ho visto.» «Allora dimmi come ho fatto a fare incazzare il karma.» «Non lo hai fatto. È solo un brutto allineamento astrale, non è una cosa personale.» «Oh, è personale eccome.» Mi alzo dal divano e mi volto verso di lei. «Come può non esserlo? La mia vita è passata da essere praticamente perfetta a un disastro totale nel giro di pochi mesi. Come fa a non essere personale?» «Le cose brutte capitano a chiunque, ogni giorno» è pronta a rispondere Presley. «Le persone che sopravvivono alla vita senza diventare dei completi stronzi sono quelle che riescono a vedere il lato positivo e ad andare avanti.» «Ci sto provando. Sto provando con tutta me stessa a restare lucida e a pensare che Brady tornerà a casa, e che tutta questa storia cambierà la nostra famiglia in meglio. Che guardare il mio ragazzo scoparsi una bionda sul pavimento del bagno può aver portato qualcosa di positivo nella mia vita. Ora come ora, però, la sensazione è che qualcuno mi stia punendo. Sono stata inghiottita da questa spirale negativa e non riesco a uscirne.» «Può esserci qualcosa di positivo per la storia di Grant, ma non per Brady.» Le labbra di Presley ora hanno una piega triste. «È un miracolo che tu non sia crollata del tutto. Voglio dire, è andato nello Zimbabwe ed è stato rapito, hai tutto il diritto di essere incazzata.» «E lo sono.» «Ma sono convinta che tutto andrà a finire bene. Brady è tosto, sveglio.» Si lascia quasi sfuggire un sorriso. «Ed è un gran figo.» «Presley...» La sua risatina fa breccia nel mio umore tetro. «Piantala» l’ammonisco, cercando di non scoppiare a ridere. So che lo sta facendo solo per stemperare la tensione, anche se in fondo lo pensa davvero: dopo averlo incontrato per la festa del Ringraziamento due anni fa, Presley mi ha fatto notare più volte che mio fratello è “sexy come il peccato”, e quando ha scoperto che è un medico è rimasta a bocca aperta. Almeno non gli ha chiesto di visitarla. «Proviamo a richiamare il tuo numero. Se non lo troviamo, andiamo dal gestore telefonico e ne prendiamo uno nuovo» propone, nel suo solito modo tranquillo. «Vediamo se riescono a disabilitare il tuo vecchio telefono da remoto, o qualsiasi tipo di magia possano fare.» Sto per controbattere ma la sua espressione mi blocca. «Okay» convengo, rassegnata. «Facciamo un tentativo.» Presley prende il telefono. «Dobbiamo andare da qualche parte per il weekend. Uso la carta di credito di mio padre dato che la mia è al limite, grazie alla svendita da Kitson su Melrose.» Si picchietta il labbro con il dito. «Cosa ne pensi di Tybee Island?» «Penso che tu sia pazza.» Non è la prima volta che glielo dico e lei si limita a ridere. Quando l’ho conosciuta in spiaggia, un paio di estati fa, non avrei mai immaginato che fosse così spensierata: si stava lamentando per una macchia di vino rosso sul nuovo bikini bianco e l’avevo scambiata per una stronza snob. Lei però mi ha fatto cambiare idea in fretta, poi mi ha offerto un bicchiere del vino responsabile del danno. Da allora siamo state inseparabili. «Non sono pazza, sono divertente. C’è un’enorme differenza.» Prima che abbia modo di continuare il telefono le squilla in mano, e una melodia bizzarra riempie la stanza. «Pronto?» Gli occhi le si illuminano mentre ascolta, e un lento sorriso le piega le labbra. «No, non ho perso il telefono, ma la mia amica sì.» «Qualcuno l’ha trovato?» Copro la distanza tra noi e mi piazzo proprio di fronte a lei. Le faccio segno che voglio altre informazioni ma lei agita una mano per zittirmi. «Sì, è stata una giornata fantastica in spiaggia.» Si fa aria al viso, gli occhi che le brillano maliziosi. «Io sono quella con il bikini bianco. Mi chiamo Presley Bradshaw, a proposito.» Continua ad ascoltare e mima “Oh mio Dio” con le labbra. «L’altra ragazza è Brynne Calloway. È suo il telefono che hai trovato.» «Dove?» grido. Sto quasi saltellando per la gioia, e dentro di me sto recitando una preghiera di ringraziamento per il fatto che un buon samaritano l’abbia trovato. Sto anche giurando che sarò una persona migliore, che farò di tutto per espiare i miei peccati e mangerò meno Snickers, qualsiasi cosa pur di far durare questa ondata di positività. «Certo» tuba Presley. «Assolutamente. Davvero gentile da parte tua. Non sappiamo dirti quanto lo apprezziamo. Ci saremo.» Chiude la chiamata e sospira con occhi sognanti. «Che figo pazzesco.» «Non puoi dirlo solo dalla voce.» «Aspetta di sentirla.» Alzo gli occhi al cielo. «La cosa importante è che abbia il mio telefono. Ce l’ha, vero?» «Sì! Sì, ce l’ha» ripete con una cantilena. «E ci sta aspettando all’Angel's Market.» «Sarà un senza tetto» osservo. Vado alla porta ed esco in strada, puntando verso la Mercedes di Presley. «Dobbiamo dargli una bella ricompensa.» «Be’, è un senzatetto con una voce che sembra cashmere» cinguetta Presley mentre si mette al volante. «E se di aspetto è figo la metà di quanto lo è di voce, sarò felice di stendermi davanti a lui come buffet di ricompensa.» Il sole del primo pomeriggio filtra attraverso il finestrino e riflette un caleidoscopio di colori dal cristallo che penzola dallo specchietto retrovisore. Quel calore non si limita a diffondersi attraverso il vetro: penetra anche nella mia pelle. È come se la Vitamina D mi affondasse nell’animo, evocando picnic e giornate pigre in spiaggia. Non sono ricordi di quest’ultima estate, però: l’ultima giornata che ho passato in spiaggia è stata con Presley, il pomeriggio in cui ho beccato Grant che mi tradiva. «Brynne.» Grant aveva detto il mio nome come se stesse solo provandone il suono, la voce calma, una strana contraddizione rispetto all’ansia nei suoi occhi. Non aveva neanche cercato di staccarsi dalla donna stesa sotto di lui, nuda, le labbra rosse piegate in un sorrisetto rivolto a me. «Che cosa stai facendo?» avevo gridato, la mano sulla bocca per non vomitare mentre, piena di orrore, l’avevo guardato scivolare fuori dal corpo di lei. Eppure non ero riuscita a staccare gli occhi dal disastro totale che avevo di fronte, con Grant che aveva gettato un asciugamano sul corpo di lei per cercare di coprirla in qualche modo. La mia vista era appannata da lacrime brucianti che si accumulavano senza riuscire a scorrere via.
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