Chapter 2

1948 Parole
Prologo Leonardo spesso ripeteva, mentalmente, le parole scritte da Jorge Amado nel libro “Mare Morto”. È dolce morire nel mare perché nelle sue acque scure, nel mare profondo c’è Lei: Iemanjà, la madre e amante di tutti gli uomini. …dal mare profondo dal buio della sua tana, emana un dolce richiamo, un richiamo forte e silenzioso, un canto profumato di mistero e d’amore che arriva alle orecchie di tutti. E tutti la desiderano e la temono: madre dai seni che piangono, madre guerriera, madre amante, colei che conosce tutti i più nascosti desideri. …ma severa e implacabile è la legge del mare: per amarla, per conoscere il suo volto, i suoi segreti, sentire il suo profumo è necessario morire. …solo il più coraggioso, l’eroe, il guerriero notturno, colui che non teme di guardare il volto della donna amata, che non sfugge la sfida o il pericolo: la notte dell’amore. Solo colui che soccombe alla potenza del mare può conoscere i segreti dell’amore. Solo lui viaggia nelle terre senza fine, assapora il latte proibito, conosce tutti i segreti del mondo. Era il 7 settembre e Leonardo aveva deciso di trascorrere quella giornata di Festa dell’Indipendenza del Brasile prendendo il sole in compagnia di un buon libro mentre la barca correva pigra solcando il mare. La chiglia fendeva le onde e, dietro di sé, due solchi di spuma segnavano il tragitto di una rotta, già percorsa tante volte. Con il sole a picco è facile perdere la nozione del tempo perdendosi nel limbo dei propri ricordi. «È dolce morire nel mare…» fece sue le parole di Jorge Amado, pensando al mistero della fine. Nessuno sa “quando” sebbene Leonardo pensasse che ognuno aveva il diritto di scegliere il “come” morire. Il romanzo che stava leggendo gli aveva indicato una possibile soluzione nel Mar Oceano. Già in passato aveva emulato Paulo Neves, il protagonista di “Brezza di mare sulla pelle” il romanzo la cui trama si svolgeva a bordo del “Brisamar” un motorsailer come il suo. Anche lui, come Paulo Neves, aveva sfidato gli elementi e in più di un’occasione si era trovato a tu per tu con una realtà violenta che lo schiaffeggiava mentre stava spingendo il “Liberdade” al massimo delle sue possibilità meccaniche, frangendo le onde che si erano ingrossate. Leonardo era stato affascinato dalla descrizione, da poco letta: “…la prua si alzava impennandosi ed il motore ruggiva avviluppandosi nell’acqua che pareva essere fatta di pece blu. Quando la prua si abbassava, pericolosamente in discesa, l’elica vorticava a vuoto, avvolgendo l’aria ma il peso dell’imbarcazione faceva proseguire il motorsailer nella sua corsa verso il piede di una nuova risalita. Le ondate spazzavano il ponte mentre gli spruzzi bagnavano il corpo ed anche il volto, accecando la vista. Paulo Neves rideva, ubriaco del proprio orgoglio di uomo avvezzo al mare. Era una risata folle ed irriverente. Irriverente verso gli elementi figli di una natura che stava sfidando in spregio ad ogni logica ed al buon senso. Leonardo ne ricordava anche le parole rivivendo, affascinato, quei momenti carichi di adrenalina: “Sì, eccomi…” diceva Paulo Neves, per poi continuare: “…sono forte e malvagio, solo come possono esserlo i forti e i vincitori” mentre conduceva il proprio motorsailer sulle risalite di quelle montagne russe fatte di spuma salata in rivoltosa ebollizione e gridava la sua sfida all’Oceano: “…te lo faccio vedere io chi sono! Schiavi si nasce ma gli uomini forti, quelli veri, diventano liberi e si prendono la propria libertà conquistando il mondo del quale diventano dominatori!» Anche Leonardo aveva mani grandi e forti ma che stringevano il timone e la manetta dell’acceleratore con delicatezza. Leonardo, così come Paulo, conosceva bene la barca che, accarezzata da quelle mani sapienti, rispondeva come una donna può rispondere alle carezze di un amante esperto nell’arte di soggiogarla. In quelle stesse occasioni nessuno, né Paulo né Leonardo, aveva vinto e neppure la natura… ma nessuno aveva perduto. «È dolce morire nel mare…» si ripeté ancora una volta Leonardo Giordano felsineo di nascita ma stabiese d’origine e peruibense per adozione. Viveva in Brasile ormai da molti anni. Aveva lasciato il luogo dove era nato a seguito di una brutta storia familiare. Pensandoci bene, nella famiglia nella quale era nato non era stato molto felice. Neppure anni dopo, quando si era sposato due volte, aveva raggiunto la serenità e per questo altrettante volte aveva divorziato. Aveva scoperto il Brasile, se così si può dire, venendoci in vacanza. Il suo primo viaggio e poi anche i due successivi, nell’arco di due anni, li aveva considerati un “risarcimento” in cambio di tutti quegli anni nei quali aveva lavorato per il benessere familiare, senza mai prendersi un giorno di libertà. Vedere il Brasile ed i brasiliani con l’occhio del turista, è tuttavia un modo falsato di considerare le cose, che non si limitano al Carnevale, il Samba, la Bossa-nova, le partite di calcio, le spiagge meravigliose piene di belle ragazze con la pelle del colore di tutte le razze. Leonardo sapeva bene tutto ciò, pur tuttavia aveva continuato a fare le sue puntate turistiche di tre mesi senza curarsi più di tanto. Fu durante la permanenza degli ultimi tre mesi del secondo anno che, essendo vicino all’età del pensionamento, decise che il Brasile poteva interessarlo per stabilirvisi definitivamente. Quando si va in un luogo sconosciuto, tutto è nuovo ma anche interessante, sopra tutto se si abbandona l’ottica della vacanza dove ogni cosa è organizzata per lasciare la migliore impressione nel cliente dell’agenzia turistica. Durante l’ultima permanenza Leonardo aveva preso in affitto una “quitinete” ammobiliata in Campinas, Città importante dell’interno dello Stato di São Paulo. Sufficientemente padrone del portoghese-brasiliano, più di quando era arrivato la prima volta, aveva preso a fare la spesa nel supermercato sotto casa, a parlare con tutte le persone con le quali aveva rapporti, a coltivare qualche amicizia femminile e così facendo era entrato nella giusta dimensione per fare le sue valutazioni. Considerando il rapporto di cambio molto favorevole, che riportava la propria pensione a livelli di acquisto superiori a quelli della vecchia lira italiana, si era informato presso la Polícia Federal per sapere che cosa dovesse fare per risiedere in Brasile definitivamente. Ora ricordava che la risposta laconica del funzionario addetto ai problemi di immigrazione era stata molto semplice: «Occorre il Visto Permanente che deve essere chiesto tramite uno dei due Consolati Generali Brasiliani in Italia, presentando i documenti che verranno chiesti, con allegata la traduzione in portoghese, giurata, di un interprete abilitato.» Nella quiete di quel giorno soleggiato, mentre il motorsailer stava provocando lo sciabordio delle onde che solcava, a Leonardo venne in mente il nome dato alla sua imbarcazione. «Liberdade…» si disse: «… Libertà, un nome da me voluto, un nome che dice tutto ma quanta fatica per conquistarla!» Egli tornò di nuovo con la mente al ricordo di quei giorni turbinosi fatti di fretta ed apprensione per raggiungere la tanto anelata libertà in terra brasiliana ed i fatti stavano sfilando, davanti ai suoi occhi, come proiettati sulla tela di uno schermo. Leonardo ricordò come era tornato a Bologna per richiedere tutti i documenti di una lunga lista, farli tradurre in portoghese, presentarli al Consolato Brasiliano più vicino alla sua città, che era quello di Milano. In attesa del nullaosta del Dipartimento di Immigrazione a Brasilia, Leonardo aveva iniziato ad organizzare il trasloco delle proprie cose in Brasile ma la procedura per ottenere il Visto Permanente non fu così facile come gli avevano fatto intendere quelli della Polícia Federal di Campinas. Qualche giorno prima di Natale, avendo avuto conferma del nullaosta ricevuto, si era presentato a fare la coda nel Consolato Brasiliano, con il passaporto in mano, per farvi apporre il tanto sospirato Visto Permanente. «Ecco, qui c’è il mio passaporto!» aveva detto, consegnando il documento alla funzionaria dello sportello. «Bene, Signor Giordano può tornare fra dieci giorni lavorativi per ritirarlo.» Fu così che Leonardo aveva capito che la burocrazia è infelicemente uguale da tutte le parti ed anche in Brasile, dove per apporre un autoadesivo prestampato ma completato da un numero, un timbro ed una firma, occorrevano ben dieci giorni lavorativi. Leonardo aveva abbozzato, pensando che ci sarebbero state di mezzo le festività di Natale e Capodanno ma, dopo tante spese ed altrettante code di attesa, la meta si stava avvicinando. A metà del mese del gennaio del nuovo anno, Leonardo era nuovamente in coda nel Consolato Brasiliano apprendendo una notizia che non conosceva. «Ecco, Signor Giordano qui c’è il suo passaporto con il Visto Permanente concessole. Lei deve farlo convalidare dalla Polícia Federal di Campinas entro trenta giorni e poi chiedere entro altri trenta giorni il suo “RNE”» aveva detto la funzionaria, riconsegnando il passaporto. «Che cosa è questo erre-enne-e?» «È la Cédula de Identidade de Estrangeiro. Corrisponde alla Carta di Identità che attesta che lei è residente in Brasile con visto classificato “permanente”. Le è indispensabile, se vuole soggiornare senza liniti di tempo nel nostro Paese.» «Se non faccio in tempo a far tutto, che cosa mi succederà?» aveva chiesto, ingenuamente, Leonardo. «A lei non accadrà nulla ma il suo visto permanente sarà revocato e si dovranno ripresentare altri documenti tradotti e rifare tutto l’iter iniziato quattro mesi fa.» Era stata questa la laconica risposta. Leonardo rammentò che aveva afferrato il proprio passaporto con rabbia, uscendo da quegli uffici, olezzanti di burocrazia. Correndo verso la fermata del Metrò, che lo avrebbe portato alla Stazione Centrale, aveva avuto la sensazione di fuggire. Durante il viaggio verso Bologna in treno, aveva considerato che avrebbe dovuto aggiungere, a tutti i costi già sopportati, anche quello di quel volo di andata e ritorno imprevisto, se non avesse fatto a tempo a spedire le sue cose. Sovvenendogli le parole della funzionaria brasiliana ed al solo pensare di rifare tutta la trafila spendendo altri denari per nuovi documenti, bolli e traduzioni giurate, aveva percepito un brivido lungo la schiena. Doveva fare in fretta ad imballare le sue cose per spedirle, via nave. Aveva meno di un mese per fare tutto, prendere l’aereo e giungere a Campinas per tempo. Dopo quel viaggio di ritorno nella casa di Campinas, Leonardo rammentò che le cose divennero più facili e l’indispensabile Cédula de Identidade de Estrangeiro giunse regolarmente ma dopo tre mesi. Con quel documento in tasca poteva muoversi liberamente in tutti gli Stati Federativi del Brasile, ottenete il CPF (codice fiscale) e quindi, con i due, aprire conti correnti presso le banche trasferire i propri risparmi, fare acquisti ed anche comperare un’autovettura oppure una casa. Per quest’ultima, il luogo era ancora da scegliere ma certamente la voleva in riva al mare. Una sola cosa lo aveva disturbato: sentirsi definire “straniero permanente”. Sì, perché fino a che non si venga naturalizzati, divenendo così “italo-brasiliani”, gli italiani ed anche tutti gli altri cittadini appartenenti agli stati esteri sono considerati “estrangeiros” sebbene abitino in Brasile da decenni ed anche più. «L’acqua sta gonfiando ed il vento sta rinforzandosi spingendo onde più alte…» si disse mentre stava dirigendosi, un poco barcollante, verso la consolle dei comandi: «…sì, è meglio voltare la prua e tornare a casa.» La giornata di pigra festività era finita. Leonardo aveva imparato, da tempo, a decifrare i segnali che la natura gli stava mandando. Diede mano alla manetta dell’acceleratore ed il “Liberdade”, ruggendo si aprì un varco tra le onde e, con un’ampia curva, virò di 180 gradi dirigendosi verso la foce del Rio Preto dov’era localizzato l’attracco nel “Portinho de pesca” di Peruíbe, la perla del Litoral Sul Paulista.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI