Capitolo 7: Il Gioco dei Riflessi

625 Parole
Angèle La notte è stata breve, popolata di numeri, sguardi grigio acciaio e sorrisi blu elettrico. Il progetto Helios. Il nome gira in tondo nella mia testa, una chiave di cui ancora ignoro la serratura. Ma è il mio ingresso. La mia breccia. E per consolidarlo, per infossarmici fino al midollo, devo diventare più di un'arma. Devo diventare un fantasma. Il mio piano non nasce dal desiderio, ma da un calcolo freddo. Un'equazione a due variabili: Nerone e Rabis. Il padre e il figlio. Il controllo e il caos. Non posso affrontarli frontalmente. Devo dividerli, giocare sulle loro debolezze, sulla loro rivalità. Devo diventare l'oggetto della loro brama, il premio che li spingerà a distruggersi a vicenda. Mi guardo allo specchio del mio guardaroba. Non sono più la ragazza in lutto né la consulente in tailleur severo. Sono un camaleonte. Oggi, per Nerone, scelgo un abito camicia in seta avorio, severo nel taglio ma tradito dal modo in cui abbraccia le mie curve. Tacchi alti ma discreti. Un'apparenza di fragilità e grazia che nasconde una lama. Per lui, sarò la moglie perfetta che non ha mai avuto: intelligente, efficiente, e di una bellezza a sua immagine, fredda e controllata. Per Rabis, il codice è diverso. Un tailleur, ma la gonna è più corta, la giacca lasciata aperta su una camicetta il cui primo bottone è slacciato. Décolleté che schioccano con autorità sul marmo. Sarò per lui la preda che osa sfidare il cacciatore, la tentazione proibita che eccita il suo istinto di possesso. La mia arma non è il mio corpo. È la loro percezione del mio corpo. È il riflesso dei loro stessi desideri che restituisco loro. — Ore 09:00. Riunione Helios. L'ufficio di Nerone. Siamo soli. È buio, solo gli schermi dei computer e la luce del giorno che filtra attraverso le veneziane illuminano la stanza. — Helios è un'operazione di acquisizione ostile, inizia, le sue dita che sfiorano la tastiera per proiettare dati sul muro. Silenziosa. Rapida. Dobbiamo essere fantasmi. Annuisco, prendendo appunti su un tablet. Sono concentrata, professionale. Ma mi tengo più vicina a lui del necessario, a una distanza che sfiora l'intimità senza entrarvi. Quando mi chino per indicare un dettaglio sullo schermo, lascio una scia del mio profumo, un iris e cuoio, discreto ma tenace. Sento il suo sguardo sulla mia nuca. — Gli azionisti di minoranza sono la chiave, osservo, la mia voce un mormorio meditato. Una pressione mirata potrebbe farli cedere senza allertare la direzione. — Una pressione mirata, ripete, il suo sguardo che si stacca dallo schermo per posarsi su di me. Spiegate. Mi raddrizzo, incrociando il suo sguardo. Sorrido, leggermente. Non un sorriso di seduzione, un sorriso di complicità. Il sorriso di qualcuno che condivide un segreto sordido. — L'amministratore delegato ha un figlio. Debiti di gioco considerevoli. Un'informazione che, se fosse divulgata ai suoi creditori… potrebbe renderlo molto… cooperativo per convincere suo padre. Il silenzio che segue è pesante di approvazione. I suoi occhi grigi percorrono il mio viso, come se vedesse per la prima volta la vera estensione della mia freddezza. — Spietata, mormora. Mi piace. Abbasso lo sguardo per un istante, fingendo una modestia che non esiste. — Faccio solo ciò che serve alla vostra visione, signore. Lascio la frase in sospeso, piena di sottintesi. La vostra visione. Il vostro impero. Voi. — Ore 12:30. La mensa esecutiva. Rabis è lì, circondato dai suoi scagnozzi, che ride troppo forte. Lo vedo individuarmi immediatamente mentre cerco un posto. Scelgo un tavolo isolato, vicino alla vetrata. Mangio da sola, leggendo un rapporto sul mio tablet, mostrando una totale indifferenza. Non devo andare verso di lui. So che verrà lui. Cinque minuti dopo, un'ombra si abbatte sul mio tavolo. — Mangiare da sola? Che spreco.
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI