Angèle
Alzo gli occhi, mostrando una stanchezza educata.
— Sto lavorando, Rabis.
Si siede senza invito, spingendo il piatto dall'altra parte del tavolo. Il suo sguardo percorre il mio abbigliamento, soffermandosi sulla linea della mia gamba, sul bottone slacciato della mia camicetta.
— Il progetto segreto di papà? sussurra chinandosi. Ti fa credere di essere speciale. Ma non sei che un giocattolo nuovo. Prima o poi si stancherà.
Appoggio la forchetta, sostenendo il suo sguardo. Lascio che un po' di sfida si accenda nei miei occhi.
— E tu, Rabis? Collezioni giocattoli? O li rompi solo per passare il tempo?
Lui sorride, un sorriso vero, selvaggio e autentico. Gli ho appena parlato come a un pari, provocandolo. È quello che vuole.
— Io preferisco i giochi a cui partecipano tutti. Soprattutto i più... interessanti.
La sua mano, sotto il tavolo, sfiora la mia caviglia. Il contatto è bruciante, invasivo. Non indietreggio. Non sorrido. Mantengo il suo sguardo, permettendo a quel contatto di esistere per tre secondi interminabili, dandogli la speranza che io accolga le sue avances.
Poi, con un movimento secco, ritiro la gamba.
— Non ho tempo per i giochi da bambini. Ho un impero da aiutare a costruire.
Mi alzo, raccogliendo il tablet. Lo lascio lì piantato, il desiderio e la frustrazione chiaramente leggibili sul suo viso. Gli ho mostrato che non mi lascio intimidire. Che posso essere toccata, ma non posseduta. Per lui, sono la sfida da raccogliere, la conquista che gli sfugge.
—
Ore 18:45. Fine giornata.
Nerone appare sulla porta del mio piccolo ufficio. L'open space è di nuovo quasi vuoto.
— Progressi sulla lista degli azionisti? chiede.
— Sì. Ho identificato tre bersagli prioritari. Posso farvi un rapporto domani mattina.
— Ora, dice. Nel mio ufficio.
Non aspetta risposta. Lo seguo.
Una volta nel santuario, non si siede. Si piazza vicino alla finestra, contemplando la notte.
— Rabis vi ha parlato oggi.
Non è una domanda.
— Sì. In mensa.
— E?
Scelgo le parole con cura. Devo seminare la discordia, non la sfiducia verso di me.
— Ha cercato di scoraggiarmi. Di sottovalutarmi. Sembrava... geloso. Della vostra attenzione.
Nerone si volta. Il suo viso è nell'ombra.
— La gelosia è una debolezza. Acceca.
— Sì, signore.
Si avvicina. L'oscurità lo rende più imponente, più spettrale.
— Avete reagito bene. Non vi siete lasciata intimidire. Gli avete tenuto testa.
È vicinissimo ora. Posso sentire il calore del suo corpo.
— È importante per me, Angèle. Sapere che siete... forte.
La sua mano si alza, non per toccarmi i capelli questa volta, ma per sfiorarmi la guancia. Il gesto è incredibilmente possessivo. È il gesto di un uomo che accarezza un bene prezioso, un'opera d'arte che ha appena acquisito.
Non mi sottraggo. Chiudo gli occhi per un secondo, lasciando sfuggire un sospiro, fingendo un'emozione che non provo. Un tradimento del mio stesso corpo al servizio della vendetta.
— Lo sono, mormoro.
Quando riapro gli occhi, il suo sguardo è cambiato. La freddezza ha ceduto il posto a qualcosa di più oscuro, di più primordiale. Il predatore ha individuato una preda che non fugge, e questo risveglia in lui una curiosità nuova.
— Andate via, Angèle, dice, la voce stranamente roca. Prima che decida di tenervi.
Annuisco, voltandomi. Esco dall'ufficio, il cuore che batte all'impazzata, non per eccitazione, ma per trionfo gelido.
Nell'ascensore che scende, mi guardo allo specchio. La donna che mi fissa è un'esca, un miraggio perfettamente costruito. Ho acceso una miccia nel padre giocando la parte della confidente forte e desiderabile. Ho attizzato le fiamme nel figlio giocando la parte della preda sfidante.
Credono di desiderarmi. L'uno per la mia freddezza, l'altro per il mio fuoco.
Ma loro desiderano solo il riflesso che porgo loro.
E mentre lotteranno per questo fantasma, io smantellerò il loro mondo, pietra dopo pietra. Il gioco è pericoloso. Una scintilla mal controllata e tutto può bruciare.
Ma stasera, per la prima volta dalla morte di mio padre, mi sento viva. Perché sono diventata io stessa il fuoco.