Capitolo 2: L'Attacco

717 Parole
Angèle Il colloquio è un duello. Lui pone domande precise, incisive, mettendo alla prova le mie conoscenze, la mia resistenza alla pressione. Rispondo con sicurezza calcolata, citando numeri, tendenze, proponendo un'analisi rischiosa di una delle sue acquisizioni. Vedo un bagliore di interesse, fugace, accendersi nel suo sguardo di ghiaccio. — Ha coraggio, signorina, osserva, sporgendosi in avanti, le mani giunte sulla scrivania. Il suo sguardo percorre il mio viso, poi scende lungo il mio collo, con lentezza deliberata. Molto coraggio per qualcuno di così… giovane. Il sottinteso è chiaro. Il mio corpo fa parte della prova. Un brivido di disgusto e di eccitazione malsana mi percorre. Sostengo il suo sguardo, rifiutandomi di abbassare gli occhi. — Il coraggio è una moneta di scambio nella sua azienda, immagino? ribatto, con un leggero sorriso sulle labbra. Néron Valesco sorride a sua volta. Un sorriso lento, pericoloso, che non raggiunge i suoi occhi. — Infatti. E pago molto caro quella moneta. La porta dell'ufficio si spalanca di colpo, senza bussare. L'intrusione è come un colpo di tuono. Un uomo giovane è sulla soglia. Ha ereditato il magnetismo di suo padre, ma in lui si trasforma in un'energia selvaggia e impulsiva. Capelli neri in disordine, un abito impeccabile ma con la giacca aperta, la cravatta allentata. I suoi occhi, di un blu elettrico, spazzano la stanza e si piantano su di me con un'intensità che quasi mi fa trasalire. — Padre. Scusa se ti disturbo, avevo… La sua voce, più rauca, più giovane, ma altrettanto carica di autorità, si interrompe di colpo. Mi scruta, un sopracciglio alzato, un sorriso arrogante sulle labbra. … una domanda urgente. Ma vedo che sei occupato. Néron Valesco non ha battuto ciglio. Il suo viso è una maschera di pietra. — Rabis, conosci le regole. Bussa prima di entrare. Rabis. Il figlio. Rabis ignora l'osservazione. I suoi occhi non hanno lasciato i miei. Entra nella stanza, avvicinandosi con l'andatura felina di un felino. Sa di cuoio, di legno speziato e di arroganza. — E chi è la sua… nuova recluta? chiede, la parola "recluta" che si trascina con un'insinuazione deliberata. — La signorina Derval è candidata per il posto di consulente strategico junior, risponde Néron, la voce neutra. Rabis si ferma accanto alla mia poltrona, così vicino che sento il calore che emana da lui. Si china, appoggiando una mano sullo schienale della mia sedia, imprigionandomi senza toccarmi. — Piacere, signorina Derval, dice, il suo sguardo blu che si tuffa nel mio con un'audacia che rasenta l'impudicizia. Rabis Valesco. Sono sicuro che avremo l'occasione di… lavorare insieme. Molto strettamente. La sfida nella sua voce è palpabile. Un segno del territorio. Un avvertimento. Sento un miscuglio di rabbia e di qualcosa di più primitivo, di più pericoloso, salire in me. Sono presa tra due forze, due temperamenti opposti ma ugualmente predatori. Alzo gli occhi verso di lui, rifiutandomi di lasciarmi intimidire. Il mio cuore batte contro le costole, un tamburo di guerra. — Il futuro ce lo dirà, signor Valesco, rispondo, la mia voce sorprendentemente stabile. Néron osserva la scena, un bagliore indecifrabile nel suo sguardo grigio. Vede la scintilla tra di noi, la tensione palpabile. E non sembra scontento. — Penso che il colloquio sia finito, signorina Derval, annuncia Néron, riportandomi a lui. La contatteremo. Mi alzo, sentendo lo sguardo di Rabis su di me, un peso quasi fisico che mi segue mentre attraverso la stanza. Sulla porta, mi giro per un ultimo saluto. I miei occhi incontrano quelli di Néron. Mi fissa con un'intensità divorante, come se vedesse già attraverso le mie difese, come se contemplasse già la mia sottomissione. Poi il mio sguardo scivola verso Rabis, che, appoggiato alla scrivania di suo padre, mi rivolge un sorriso carnivoro, promettendo inequivocabilmente un gioco ben diverso. Esco dall'ufficio, il corpo vibrante, la mente in allerta. L'ascensore scende di nuovo, ma non sono più la stessa. La rabbia fredda è stata temperata, forgiata in un'arma più complessa. Ho visto i miei nemici. L'uno, un ghiacciaio calcolatore che vuole possedermi. L'altro, un incendio impulsivo che vuole consumarmi. Ho acceso la miccia. Ora devo ballare con le fiamme. E mentre torno all'aria aperta, un solo pensiero mi abita, un pensiero che è allo stesso tempo paura e terribile eccitazione: In questa guerra, chi di noi tre brucerà per primo?
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