Capitolo II

3305 Parole
Capitolo II La signorina "Sempre-no" A Mary era sempre piaciuto molto guardare sua madre, perché la trovava molto bella, ma l'aveva fatto sempre da lontano; rare erano state le occasioni in cui la Memsahib le aveva parlato e così la bella signora era poco più di un'estranea per sua figlia. Non c'era quindi da aspettarsi che Mary si disperasse troppo quando si rese conto che non c'era più; se fosse stata più grande si penserebbe che almeno si preoccupasse del suo futuro in una situazione così tragica. Era rimasta sola, proprio sola in quel lontano paese, in mezzo a gente sconosciuta e per di più terrorizzata dalla violenta epidemia di colera, preoccupata solo di evitare il contagio. Ma Mary era ancora troppo piccola ed era stata sempre servita e riverita e quindi pensava che fosse obbligo di tutti gli altri occuparsi di lei, si aspettava come una cosa naturale che tutti si dessero da fare solo per procurare a lei una vita facile, comoda e piena di cose che potevano farle piacere. Gli ufficiali che l'avevano trovata nella villa deserta, l'avevano accompagnata a casa di un pastore protestante inglese, in attesa di altre decisioni. A lei non piaceva assolutamente vivere con quella famiglia, perché erano poveri; c'erano cinque bambini malvestiti e con le mani sempre sporche che litigavano continuamente fra loro e si tiravano i giocattoli, colpendo spesso anche la loro ospite. Mary odiava quella casa umile e piccola, quei mobili sciatti, quei pavimenti senza tappeti, quei piatti sbreccati sulla tavola. E lo faceva ben capire che tutto questo la ripugnava, tanto che dopo il primo o secondo giorno della sua permanenza nessuno dei bambini voleva più giocare con lei. Questo poteva anche essere un vantaggio, ma prima di lasciarla in pace, le avevano appiccicato un nomignolo che l'aveva resa furiosa. Era stato Basil, il più grande, a pensarlo e gli altri gli erano andati subito dietro. Basil era un ragazzino di otto o nove anni, con due grandi occhi azzurri, con un'espressione a “prendi-in-giro” e con un naso dispettoso a patata che gli davano sempre un'aria provocante e sbarazzina, qualunque cosa facesse o dicesse. Mary non lo poteva soffrire, aveva sentito un'antipatia profonda verso di lui al primo sguardo. Con gli altri quattro bambini non c'era stata un'intesa migliore. I cinque fratellini avevano, per la verità, compiuto vari tentativi per far giocare con loro quella bambina che si erano trovati un giorno improvvisamente fra i piedi, ma Mary aveva respinto con mala grazia tutte le proposte e aveva fatto chiaramente capire che preferiva giocare da sola, in un angolo del giardino. Fra tutti i giochi, come abbiamo già visto, preferiva quello del “fare i giardinetti”: riuniva dei mucchietti di terra, disegnava delle stradine mettendo dei sassolini in fila, cercava dei piccoli fiori per adornare le aiuole e costruiva dei cancelli con pezzetti di rami secchi... Il pomeriggio del secondo giorno era dunque intenta a giocare così, quando Basil si fece vicino e si mise con le mani sui fianchi a osservarla. L'idea gli piacque e tentò di partecipare al gioco. «Perché non metti un mucchietto di sassi lì nel mezzo? Così sembrerebbe una grotta... Ecco... Lì, vedi?» La bimba fece finta di non sentire. «Lì, vedi?» insisté lui, piegandosi in avanti per spiegarsi meglio. «No! - gli gridò Mary sul viso - No e no! Vattene, non voglio maschi qui! Va' via, va' via! Vattene!» Per un attimo Basil rimase male, poi cominciò a prenderla in giro, come faceva con le sue sorelle. Si mise a ballarle intorno, facendole delle boccacce, cantando e ridendo: Signorina Sempre-no Che giardino bello hai fatto! Se lo tiri per la coda Dice “bello” anche il gatto! Signorina Sempre-no... Signorina Sempre-no... Cantava e rideva, accompagnando quel “Signorina Sempre-no” con un battito di mani e una piroetta. I fratellini lo udirono e vennero a fargli coro; più Mary si arrabbiava più loro trovavano gusto nel canzonarla. Il nomignolo le restò attaccato e così la chiamavano i bambini quando parlavano fra loro di lei e anche quando le rivolgevano la parola. Un giorno Basil le disse: «La sai la bella notizia? Te ne torni a casa alla fine della settimana! - alzò gli occhi al cielo e aggiunse: - Siamo proprio tutti contenti!» «Figurati io! Non vedo l'ora di andarmene - replicò Mary, ma dopo un attimo chiese: - Ma in quale casa torno?» «Ah, ah! Vuol andarsene e non sa dove! Non sa neanche cosa vuol dire tornare a casa... - scherzò Basil e poi guardandola con sussiego: - Ma vuol dire andare in Inghilterra, no? La nostra nonna sta là e la nostra sorella Mabel ci è andata l'anno scorso per fare le scuole... Ma tu non andrai dalla tua nonna. Non ne hai nonne, tu! Andrai da tuo zio, un tale che si chiama Archibald!... Archibald Craven.» «Mai sentito nominare.» replicò aggressivamente Mary. «Eh, lo so che tu non ne sai niente! - insisté Basil - Tu non sai niente di niente. Le ragazze non sanno mai niente. Io ho sentito il papà e la mamma parlare fra loro di questo tizio... Dicevano che vive in una grande, immensa, desolata vecchia casa in mezzo alla campagna... Nessuno va mai a trovarlo... Lui è sempre di cattivo umore e non vuol vedere nessuno... Ma tanto non c'è pericolo che qualcuno voglia andare a trovarlo!... È anche storpio... Gobbo... Sì, un gobbo orribile, ecco cos'è!» «Non credo a una sola parola di quello che hai detto.» urlò Mary tappandosi le orecchie con le mani; voltò le spalle a Basil e se ne andò correndo. Per tutto il giorno continuò a pensare a quelle parole, e quando la sera, a tavola, la signora Crawford, madre di Basil, le disse che fra pochi giorni si sarebbe imbarcata per andare in Inghilterra a vivere con lo zio Archibald Craven nel castello di Misselthwaite, Mary si mostrò così fredda e disinteressata che il discorso finì lì, perché la signora rimase così colpita da quella reazione che non trovò niente altro da dire. Tutti loro, comunque, cercarono di essere carini con lei quando la accompagnarono al porto per prendere la nave; per tutta risposta Mary girò la testa dall'altra parte quando la signora cercò di darle un bacio di addio e rimase fredda e impettita senza muovere neppure un ciglio quando il signor Crawford le mise una mano sulla spalla per salutarla e augurarle buon viaggio. «Che bambina poco graziosa! - commentò la signora Crawford - E pensare che sua madre era così bella e gentile... Mary ha un modo di fare che non ho mai visto in nessun ragazzino... I nostri bambini la chiamano Sempre-no e penso che siano stati un po' cattivi con lei, ma non posso non capirli...» «Forse se la madre così bella e gentile come dici tu, avesse vissuto più vicino alla sua bambina, anche Mary avrebbe potuto essere ugualmente bella e gentile... È molto triste pensare che fra gli amici della signora Lennox molti non sapevano neanche che avesse una figlia.» «Hai ragione - sospirò la signora - Pensa cosa dev'essere stato in quella casa, una volta morti i padroni... Il colonnello McGrew mi ha detto che non credeva ai suoi occhi quando aprì quella porta e vide quello spettro di bambina, ritto in mezzo a quella stanza!» Per compiere il lungo viaggio verso l'Inghilterra, Mary fu affidata alle cure della moglie di un ufficiale che tornava a casa per accompagnare i suoi figli in collegio. La signora era così indaffarata a star dietro ai suoi due bambini che non si occupò molto della piccola estranea e tirò un vero e proprio sospiro di sollievo quando, sbarcata dalla nave a Londra, trovò ad attenderla la signora che Mr. Craven aveva mandato a incontrarla. Questa donna era la capo-cameriera del castello di Misselthwaite e si chiamava Mrs. Medlock: era un donnone grande e grosso, con due guance paffute e rubiconde, e aveva due occhietti neri vivacissimi e sempre attenti a tutto. Indossava un vestito color viola carico e un mantello di seta nera con dei ricami di perline; sulla testa portava un cappello nero tutto pieno di fiori di velluto viola che si muovevano ondeggiando di qua e di là seguendo i movimenti del capo. Mary la giudicò antipatica e orribile, ma siccome assai raramente la gente le piaceva, era quasi naturale che la pensasse così. D'altra parte Mrs. Medlock non fece il minimo sforzo per essere cordiale e simpatica. «Mio Dio, è proprio una cosina da niente! - bisbigliò rivolta alla moglie dell'ufficiale - E pensare che di sua madre non si fa che sentir dire che era una bellezza! Si vede che ha preso tutto dal padre, vero signora?» «Beh, forse migliorerà crescendo - rispose con dolcezza l'altra - se non fosse così scontrosa e sgarbata e avesse un'espressione più felice sarebbe proprio bellina; ha dei bei lineamenti fini... Speriamo, i bambini cambiano tanto...» «Questa non dovrebbe cambiare tanto, ma tantissimo! - borbottò Mrs. Medlock - e non vedo cosa potrebbe farle cambiare in meglio l'espressione a Misselthwaite. Un posto proprio poco adatto per i bambini...» Pensavano che Mary non le udisse, perché la piccola stava abbastanza lontana da loro, ritta accanto alla finestra della camera d'albergo dov'erano andate, e sembrava molto interessata a seguire gli autobus, le carrozze, le persone che passavano per la strada, ma in realtà non perdeva una parola del dialogo. Non le interessavano tanto i commenti sul suo conto, quanto i particolari che riguardavano il posto dove sarebbe andata ad abitare, le persone con le quali sarebbe vissuta. Le tornavano in mente le parole di Basil: “Tuo zio vive in una casa desolata, immensa... Tuo zio è un gobbo!”. Che cos'era un gobbo? Lei non ne aveva mai visto uno. Forse in India non esistono gobbi, pensò. Da un po' di tempo, cioè da quando non possedeva più una casa sua e viveva in casa degli altri, senza un'ayah che si occupasse di lei, Mary aveva cominciato a sentire dentro di sé una strana sensazione alla quale non sapeva attribuire un nome. Si rendeva conto di non essere come gli altri bambini che hanno un padre, una madre, dei fratelli. Sentiva di non appartenere a nessuno e, riandando con la mente agli anni passati, si chiedeva come mai, anche quando i suoi genitori erano vivi, lei fosse stata sempre così sola. Non le era mancato niente: aveva avuto servi, cibo, vestiti, giocattoli, libri in abbondanza... Ma non c'era stato nessuno che le parlasse con interesse, che stesse volentieri con lei... Perché? Mary non riusciva allora nemmeno a pensare che in parte la colpa fosse sua: era stata sempre una bambina scostante e prepotente e aveva impedito anche a chi avrebbe potuto, e forse voluto avvicinarsi a lei, come la sua ayah per esempio, di manifestare i suoi sentimenti. Non era tutta colpa sua: nessuno le aveva mai fatto notare il suo egoismo e la sua prepotenza; non si era mai confrontata con altri bambini e lei era convinta, in buona fede, che antipatici fossero gli altri e che non valesse la pena perder tempo con loro. Quando, sbarcando dalla nave, aveva visto Mrs. Medlock, aveva provato un'incontenibile crisi di rigetto: non le erano assolutamente piaciuti quella facciona da luna piena, quel cappello con i fiori, quel modo di fare così poco aristocratico! E la mattina dopo, quando erano andate alla stazione per prendere il treno che doveva portarle nello Yorkshire, dove si trovava Misselthwaite, Mary aveva camminato tutta impettita e sola sotto la pensilina, in attesa del convoglio, tenendosi la più lontana possibile da quella donna perché non sopportava l'idea che qualcuno potesse immaginare un grado di parentela fra loro. Mrs. Medlock, pur osservando il comportamento di Mary, non faceva una piega. Secondo lei “non ci si deve preoccupare dei pensieri dei giovani, perché di pensieri i giovani non ne hanno” e così avrebbe risposto se qualcuno le avesse chiesto il suo parere. A parte questo era abbastanza seccata per conto suo per aver dovuto fare quel viaggio a Londra, proprio nei giorni in cui si sposava la figlia di sua sorella Mary... Ma quando Mr. Craven ordinava una cosa c'era poco da discutere se non si voleva rischiare di perdere il posto! E lei al suo posto a Misselthwaite teneva moltissimo. «Il capitano Lennox e sua moglie sono morti di colera.» le aveva detto Mr. Craven con quel suo tono freddo, impersonale. «Il capitano Lennox era fratello di mia moglie ed io sono stato nominato tutore di sua figlia. La bambina verrà a vivere qui. Lei deve andare domani a Londra a prenderla, Mrs. Medlock.» Così lei aveva fatto la sua valigina ed era partita senza replicare. Lanciò un'occhiata a Mary che si era accomodata in un sedile d'angolo dello scompartimento nel quale erano salite e se ne stava immobile e immusonita. Non aveva un giornaletto da leggere o qualcosa da guardare e così aveva posato sulle ginocchia le piccole mani guantate di nero e stava con gli occhi fissi sul pavimento. Quel vestitino scuro da lutto che Mrs. Crawford le aveva fatto indossare faceva sembrare il visino più pallido del solito e le ciocche di capelli non pettinate che sfuggivano dal berretto di crespo corvino lo rendevano ancora più squallido. «Guarda quante arie si dà, quella pettegola.» pensò fra sé Mrs. Medlock. Non le era mai capitato di vedere una bambina starsene così ferma, senza fare o dire niente. La guardò un qualche minuto senza parlare, ma poi non ne poté più di quel silenzio e le rivolse la parola, in modo brusco, per niente affabile. «Penso sia meglio che io ti dica qualcosa circa il posto dove stiamo andando. Per cominciare, sai niente di tuo zio?» «No.» rispose Mary poco incoraggiante. «Tuo padre e tua madre non ti hanno mai parlato di lui?» «Nooo.» ripeté Mary lanciando un'occhiataccia e strascicando un poco la “o”. Quell'insistenza di Mrs. Medlock la irritava perché le faceva ricordare che in realtà né il padre né la madre avevano mai “parlato” di qualcosa con lei. «Humph!» sbuffò la donna e non poté far a meno di fissare i suoi occhi spalancati su quel visino che le stava di fronte: era un povero visino triste che nascondeva però la sua tristezza dietro una maschera di fredda arroganza. Mrs. Medlock tacque per qualche minuto, poi tirò un sospiro e ricominciò: «Penso sia meglio ti dica qualcosa io allora, per prepararti. Il posto dove andiamo è un po', come dire, diverso dagli altri posti...» Mary non batté ciglio. Mrs. Medlock sembrò per un attimo sconfitta da quell'assoluta indifferenza ma, dopo un altro sospiro, riattaccò: «Beh, prima di tutto è un posto grande, grande... ma tristissimo; a Mr. Craven piace, perché in un certo modo gli somiglia, anche lui è sempre triste. Il castello è stato costruito seicento anni fa, è in mezzo alla brughiera... Ci sono circa cento stanze, anche se per la maggior parte sono chiuse e nessuno le usa. Ci sono tanti quadri, statue, tappeti, mobili antichi che sono lì da secoli e c'è un grande parco tutt'intorno, e giardini... Ci sono certi alberi così grandi e così vecchi che i rami toccano terra...» Tacque un secondo, tirò un altro sospiro e concluse d'un fiato: «E basta. Non c'è altro.» Senza volerlo, Mary aveva cominciato ad ascoltare quello che la donna andava dicendo; provava un'attrazione speciale per tutto ciò che era nuovo e diverso e quelle cose di cui Mrs. Medlock parlava non le aveva mai viste né pensate, in India. Ma non voleva dare soddisfazione alla sua accompagnatrice, non voleva farsi vedere interessata. Era uno dei lati indisponenti del suo carattere quello di nascondere i suoi sentimenti pur di non far piacere a qualcuno. Così rimase muta e immobile, senza fare domande. «A cosa pensi?» chiese Mrs. Medlock. «A niente - rispose Mary - non m’interessa niente di questa roba.» Mrs. Medlock scoppiò in una risatina nervosa: «Mah! - disse - hai proprio il modo di fare di una vecchia! Una di quelle cui non interessa niente di niente!» «Non fa nessuna differenza che m'interessi o no.» «Beh, in questo hai ragione... Non so proprio perché abbiano deciso di farti venire a vivere al castello... Forse perché era la cosa più semplice da fare. Lui non si occuperà di te né punto né poco, questo è sicuro. Se ne infischia di tutto e di tutti, lui.» Tacque un attimo, come se un improvviso pensiero le avesse attraversato la mente: «Sai, ha una spalla... Beh, è gobbo, ecco, e credo che questo gli abbia reso la vita infelice, sempre, malgrado tutti i suoi soldi, le sue terre... È stato un ragazzo infelice... Poi si è sposato...» Mary incuriosita alzò la testa e i suoi occhi incontrarono quelli di Mrs. Medlock. Malgrado non volesse darlo a vedere, questa storia cominciava davvero a interessarla. Ma come? Un gobbo sposato? Si poteva sposare un gobbo? Mrs. Medlock si accorse dell'interesse suscitato in Mary e, poiché era una chiacchierona ed era contenta di parlare anche per ingannare il tempo del viaggio, continuò, cercando di colorire il racconto: «La signora era una creatura dolce, delicata, buona e lui avrebbe fatto il giro del mondo a piedi solo per portarle un fiore, se lei l'avesse voluto. Nessuno pensava che lo avrebbe sposato, quando lui cominciò a corteggiarla. Invece lo sposò. La gente disse che l'aveva fatto per i soldi, ma non è vero, non è vero! Io ci metterei la mano sul fuoco che non è vero... Poi lei è morta...» Senza accorgersene, Mary sussultò: «Oh, lei è morta?» chiese contro la sua volontà. Quella storia le aveva fatto tornare in mente una fiaba francese, letta una volta quando era in India, dal titolo “Enrichetto dal ciuffo” e parlava di una splendida principessa e di un povero gobbetto - era stata la prima volta che Mary aveva visto quella parola, ma pur non sapendo esattamente cosa volesse dire, non l'aveva chiesto; aveva capito però che era qualcosa di sgradevole - quel ricordo le fece provare un attimo di pena per Mr. Archibald Craven. «Sì, è morta - continuò Mrs. Medlock - e lui è diventato ancora più triste di prima. Non ha voluto più saperne niente di niente e di nessuno. Non ha più voluto vedere nessuno. Si è messo a viaggiare; viaggia molto, quasi tutto l'anno, e quando è a Misselthwaite si rinchiude nell'ala del castello che si trova a ponente e solo Pitcher, il suo cameriere, può entrare nelle sue stanze. Pitcher è un vecchietto che lo ha servito da quando era bambino; lo conosce bene, sa come prenderlo.» Tutto questo sembrava un romanzo, ma non di quelli allegri, e Mary si sentiva a disagio. Una casa con più di cento stanze di cui molte con porte chiuse a chiave e finestre sprangate, una casa in mezzo alla brughiera - Mary non sapeva cosa fosse esattamente la brughiera, ma il suono di questa parola le faceva accapponare la pelle - un uomo gobbo che si rinchiudeva nelle sue camere e non voleva vedere nessuno... No, non era una bella prospettiva! Mary si morse le labbra, volgendo lo sguardo verso il finestrino. Aveva cominciato a piovere: le gocce battevano in alto sul vetro e poi si trasformavano in rigagnoli grigi che scivolavano giù e sembravano una tendina di perle in continuo movimento. Forse la moglie di Mr. Craven somigliava alla sua mamma, pensò Mary. Se fosse stata ancora viva, avrebbe rallegrato quella casa desolata, avrebbe fatto delle feste, avrebbe avuto dei bei vestiti “pieni di merletti”, avrebbe suonato il piano e cantato, organizzato le cene, i picnic sull'erba... Ma non c'era più neanche lei. «Non aspettarti di vederlo quando arriviamo; novantanove su cento non lo vedrai. E non aspettarti che ci sia qualcun altro ad accoglierti, a chiederti com'è andato il viaggio. Starai per conto tuo da ora in avanti; giocherai e terrai in ordine le tue cose senza dar noia agli altri. Ti sarà detto in quali stanze potrai andare e in quali no. Ci sono tanti bei giardini e potrai andarci, ma in casa non curiosare di qua e di là, stai solo nelle tue stanze, altrimenti Mr. Craven si arrabbia.» «Io non sono mai andata in giro a curiosare.» replicò la bimba con un'espressione adirata; e come pochi minuti prima aveva improvvisamente sentito un attimo di pena per Mr. Archibald Craven, altrettanto improvvisamente sentì che quella pena era sprecata per un uomo così sgradevole e che ben gli stava tutto quello che gli era successo. Volse di nuovo lo sguardo al vetro del finestrino bagnato dalle gocce che continuavano a cadere e cercò di guardare attraverso quella cortina grigia di pioggia. Pioveva, pioveva, pioveva, come se non dovesse smettere mai. Mary rimase come incantata a osservare quello spettacolo; tutto quel vapore plumbeo si fece a poco a poco più denso e pesante davanti ai suoi occhi finché essi non si chiusero e la piccola si addormentò.
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