Ricontrollò ancora una volta il contenuto del cesto e finalmente andò a pagare. C’erano tre casse, di cui solo una presenziata da un commesso seduto con aria annoiata. Stava servendo l’anziano incontrato poco prima. Subito dopo le casse c’era l’uscita controllata da un tizio in uniforme nera e dall’aria poco sveglia. A una prima occhiata l’addetto all’antitaccheggio sembrava disarmato.
Ferrone spostò lo sguardo oltre la porta a vetri e li vide. Il Ceceno e Sting erano sul marciapiede che dava sulla strada principale. Chiacchieravano mostrando un’aria piuttosto rilassata, tanto che il Ceceno aveva pure una sigaretta accesa tra le dita. Sembravano una coppia di amici che dovevano tirare sera.
Tre indizi fanno una prova rifletté Ferrone.
Prima li aveva visti armeggiare intorno alla BMW, poi Sting che lo aveva trapassato con lo sguardo al ristorante. Ora erano piazzati davanti all’unica uscita disponibile del negozio.
Non può essere una coincidenza: sono il team d’inseguimento.
Riconobbe che erano in gamba: non era riuscito a individuarli mentre si stava recando al ferramenta. In apparenza non lo avevano ancora visto. Stavano solo aspettando che uscisse. L’incursore fece qualche passo indietro, con l’aria di quello che si era scordato un ultimo articolo da comprare e si piazzò in fondo al corridoio tra due scaffali senza perdere di vista i due tizi oltre l’uscita. Attese che l’anziano alla cassa finisse di pagare e lo osservò raggiungere l’uscita. La guardia privata non lo degnò di uno sguardo. Le porte automatiche si aprirono. Sting e il Ceceno si voltarono di scatto per scrutare con estremo interesse chi stava uscendo dal negozio.
Non ci sono dubbi. Ora devo trovare un’altra uscita.
Ferrone iniziò di nuovo a girovagare per gli scaffali. Doveva individuare l’ingresso che dava accesso a un eventuale magazzino di rifornimento. Trovò una doppia porta, bianca come le pareti, difficile da notare al primo colpo. Un cartello in tre lingue recitava: PRIVATO: INGRESSO RISERVATO AL PERSONALE.
Perfetto.
Ferrone aprì la porta e sgattaiolò dentro. Come previsto si ritrovò nel magazzino, organizzato con scaffali identici all’area clienti, solo più freddo e meno illuminato. Senza far rumore appoggiò il cestino a terra e trasferì gli attrezzi nello zaino. La chiave a rullino finì infilata nella tasca posteriore dei pantaloni. L’idea di rubare quegli oggetti lo disturbava. Non lo aveva mai fatto in vita sua, almeno non quando era in abiti civili. Accantonò il pensiero e cercò di orientarsi per capire dove poteva essere l’uscita.
Un uomo grassottello di mezza età, vestito con una felpa su cui era impresso il logo del negozio, stava armeggiando con un lettore di codici a barre collegato a un pc.
Ferrone giocò d’anticipo. «Mi scusi…»
Il magazziniere trasalì e si voltò di scatto con la faccia sorpresa. «Non si può, qui non si può stare» farfugliò.
«Mi dice dov’è la toilette per favore?» chiese Ferrone mentre continuava a muoversi verso una zona non esplorata del magazzino.
«Ehi! Deve uscire da quella porta, dove va?» Il magazziniere incominciò ad agitarsi con le mani. «Deve andare alla cassa, ha capito?»
Ferrone continuò a fare il finto tonto. «No, sto cercando il bagno. Capisce?»
Con suo grande sollievo vide un portone più grande in fondo al locale. S’incamminò di fretta verso quella direzione. Il magazziniere aveva già preso il cordless in mano e stava sbraitando qualcosa. Ferrone scattò di corsa verso il portone scoprendo che era chiuso.
Cazzo!
Si guardò attorno per trovare altre uscite, o delle finestre attraverso cui scappare. Nulla. Provò ancora ad aprire il portone. Nulla da fare. Cambiò tattica. A passi lunghi e mostrando un’aria minacciosa puntò il dito verso il magazziniere.
«Apri quella porta! Adesso!» urlò.
Il cambio repentino di atteggiamento fece ammutolire l’uomo, che rimase immobile a bocca aperta mentre guardava arrivargli addosso l’omone biondo e barbuto di novanta chili di muscoli per quasi un metro e novanta di statura.
«Hai le chiavi?»
«Io… non…» Il magazziniere incurvò le spalle.
La porta che dava sul negozio si aprì e apparve la guardia giurata. «Ehi! Che stai facendo!?» Si avvicinò portando la mano alla cintura. Ferrone non volle sapere che cosa stesse afferrando. Quando fu alla distanza giusta gli fece esplodere un calcio allo stomaco. La guardia cadde sul sedere senza fiato. Il magazziniere rimase muto mostrando i palmi delle mani.
«La porta!» urlò l’incursore. Con le mani tremanti l’uomo prese un mazzo di chiavi che aveva appeso al collo con un nastro di nylon giallo e lo appoggiò sul tavolino del computer.
«Sono quelle…»
Ferrone prese le chiavi e corse verso il portone. La guardia giurata era ancora a terra dolorante e venne soccorsa dal collega. Il mazzo conteneva cinque chiavi. Bestemmiando sottovoce Ferrone ne provò tre prima di vincere la serratura. Abbassò la maniglia con vigore e spinse la porta.
«Vaffanculo! Finalment…»
Il Ceceno e Sting comparvero tre metri davanti a lui. Erano fermi con le mani lungo i fianchi, le rispettive giacche aperte. Sguardo neutro. Dietro di loro un cortile deserto che dava su una strada altrettanto tranquilla. L’indecisione durò il tempo di un battito di palpebre. Ferrone scattò verso la strada. I due, senza dire una parola, si misero a correre per inseguirlo a loro volta. Il rumore dei passi veloci sull’asfalto risuonò nell’aria. Appena uscito dal cortile Ferrone scartò a destra, dove vide in lontananza una strada con traffico veicolare e della gente: doveva far perdere le sue tracce in mezzo ai passanti. Una mano gli ghermì la maniglia dello zainetto.
Venne strattonato così forte che fece fatica a mantenere l’equilibrio. In qualche modo riuscì a fermarsi senza finire in un ruzzolone sul selciato. Si girò all’indietro e col braccio sinistro cercò di intrappolare quello dell’avversario attaccato allo zainetto. Era il Ceceno. Quest’ultimo, sentendo il suo braccio destro bloccato, partì con il pugno sinistro. Ferrone lo deviò con l’avambraccio destro, che poi trasformò in un pugno a martello dritto in faccia al Ceceno. Il primo colpo venne incassato senza problemi. Ferrone ricaricò il braccio e lo colpì con tutta la sua forza questa volta sul naso. Ci fu uno spruzzo di sangue e un grido.
Sting arrivò correndo un secondo dopo. Ferrone usò il corpo del Ceceno come un sacco da scagliargli contro. Assunse la posizione di guardia e tirò fuori la chiave a rullino. Sting, scrollandosi di dosso il suo collega, rimase per un attimo sorpreso. Ferrone ne approfittò. Scattò in avanti come uno schermitore e colpì con la pesante chiave la spalla destra di Sting. Prima che ci fosse una reazione si piegò sulle gambe per abbassarsi e caricò un altro fulmineo colpo all’altezza del ginocchio destro. La gamba cedette di schianto, Sting crollò sull’asfalto con il viso contratto dal dolore. Ferrone recuperò la distanza e notò che il Ceceno era tornato in piedi con il naso sanguinante. Scattò di nuovo in avanti con la sua arma improvvisata, ma questa volta il suo braccio venne bloccato con una parata dal Ceceno, che poi gli assestò un montante all’addome con il pugno opposto. Ferrone accusò il colpo e percepì che il suo diaframma era andato in spasmo. Il Ceceno era uno che sapeva come colpire.
Con un movimento rapido il Ceceno consolidò la presa sul braccio di Ferrone, ruotò dandogli la schiena e impostò una perfetta proiezione d’anca. Anche Ferrone era un praticante di Judo e scattarono gli automatismi dell’addestramento: atterrò sull’asfalto battendo il braccio libero sul suolo un istante prima che impattasse la schiena e tenendo il mento attaccato allo sterno in modo da contenere i danni derivati dalla caduta. Il Ceceno commise l’errore di continuare a trattenere il braccio dell’avversario. Usando questo come riferimento, Ferrone ruotò sulla schiena e impostò una forbice alle gambe del Ceceno facendolo rovinare a terra. Scattò in piedi. Appena il Ceceno cercò di rialzarsi a sua volta, Ferrone lo colpì con violenza con una gomitata orizzontale al volto. Ci fu un rumore secco, sordo. Il Ceceno si afflosciò a terra.
Uno stronzo di meno.
Sting a fatica si era rimesso in piedi. Estrasse un manganello tattico estensibile in metallo e caricò il colpo sopra la testa dell’incursore, il quale si proiettò in avanti con la schiena piegata e lo colpì al ventre con una testata, afferrandogli al tempo stesso le gambe. Nonostante fossero quasi della stessa stazza, Ferrone fece letteralmente volare in aria Sting, che ricadde a terra in malo modo. Per finire il lavoro, gli tirò un calcio ai testicoli, facendolo raggomitolare in posizione fetale con un grido soffocato. Ferrone prese la chiave a rullino da terra e si preparò a vibrare un colpo alla testa per finirlo quando vide apparire il magazziniere e la guardia giurata. Fece sparire la chiave in tasca e corse via.
Si rifugiò nell’unico locale affollato a quell’ora, un bar non lontano dal centro. Prima di entrare tolse la polvere dalla giacca nera e verificò che non avesse i segni della colluttazione sul volto. Doveva passare inosservato per più tempo possibile prima di poter procedere con gli altri due passaggi del suo piano.
Gli ultimi eventi avevano rafforzato le sue convinzioni iniziali: il dispositivo di sorveglianza che avevano sguinzagliato contro di lui era efficiente e virtualmente onnipresente. Per questo motivo Ferrone aveva scartato fin da subito l’ipotesi di attraversare il confine di giorno: con tutta probabilità sarebbe stato fermato all’istante.
Rifletté sul fatto che lo scopo di questi individui non era di assassinarlo, almeno non subito. Sting e il Ceceno avrebbero potuto ucciderlo con facilità in qualsiasi istante e senza avvicinarsi, invece si erano ostinati ad affrontarlo a mani nude. Inoltre, erano restii ad agire in luoghi affollati. Per quel motivo Ferrone avrebbe trascorso altre due ore nel bar, con la consapevolezza che uno qualsiasi dei clienti presenti nella sala poteva essere il rincalzo di Sting e del Ceceno. Solo in quel momento, in cui doveva mostrarsi impegnato a far passare il tempo a un osservatore esterno, comprese che uno smartphone sarebbe stato utile. Valutò per un attimo di lasciare il bar e andare in un negozio per comprarne uno nuovo con una SIM svizzera, ma non avrebbe avuto molto senso. Doveva attraversare il confine senza nessun oggetto che avesse la possibilità di tracciarlo. Avrebbe risolto il problema una volta tornato sul territorio italiano.
Con Emanuela che faccio?
Ferrone si aggrappò per un attimo al pensiero della sua compagna. Doveva rischiare e cercare di comunicare con lei? Magari avventurandosi per cercare una cabina telefonica? Ne aveva notato qualcuna mentre passeggiava nel centro città. La disciplina gli impose di reprimere il desiderio di sentirla. Molto probabilmente sarebbe stato un gesto che avrebbe compromesso il suo piano e potenzialmente messo in pericolo anche lei. Si impose di sentirla appena fosse stato davvero al sicuro in Italia. Ormai erano sei ore abbondanti che stava vivendo una tensione continua, tutti i sensi tirati al massimo e il cervello che senza sosta elaborava scenari su scenari. Sapeva che sarebbe stato in grado di reggere quel carico di nervosismo per circa ventiquattrore di fila, poi in un modo o nell’altro avrebbe dovuto cercare di dormire. Lo aveva già fatto in passato, e conosceva alla perfezione la sua capacità di gestione dello stress.
Osservò il fondo della tazza di cioccolata calda che aveva ordinato assieme a dei biscotti. Ne avrebbe ordinata volentieri un’altra, ma sapeva che dal punto di vista calorico era già a posto. Diede un’occhiata all’orologio: quasi le diciassette. Ormai fuori il cielo stava virando verso il tramonto e le luci dei lampioni e delle automobili stavano animando la città.
Per fortuna il locale, senza dubbio una meta gettonata per turisti, aveva una piantina della città sul menù con tutte le varie attrazioni della zona. La studiò a memoria. Poi, senza dare troppo nell’occhio, infilò il menù nello zainetto. Una mappa faceva sempre comodo.
Su uno dei televisori LCD appesi alle pareti, che per tutto il tempo avevano trasmesso brevi video di news, videoclip musicali e informazioni meteo, apparvero delle immagini che attirarono subito l’attenzione di Ferrone. Era la sua Toyota presa a noleggio parcheggiata a lato dell’autostrada, circondata da poliziotti e barellieri di un’ambulanza. Ferrone si dimenticò di respirare per parecchi secondi. Le riprese si soffermarono sui due corpi coperti da un lenzuolo azzurro. Accanto a essi dei tizi che davano l’idea di essere poliziotti impegnati a camminare parlando al telefono, in un vano tentativo di darsi dell’importanza.