Aeroporto di Niamey (Niger), Base Aerea 101, 23 novembre

1072 Parole
Aeroporto di Niamey (Niger), Base Aerea 101, 23 novembre Mentre la città era ancora immersa nel sonno, cinque persone erano radunate in una stanza che misurava una trentina di metri quadri. Due tenenti dell’Armée de l’Air in uniforme mimetica occupavano un lungo bancone stracolmo di attrezzature informatiche. Davanti a loro una serie di schermi, il più grande dei quali mostrava le immagini riprese dall’alto di un tipico villaggio africano. Lo split di un condizionatore posizionato sopra la porta d’ingresso garantiva una gradevole temperatura. Nonostante ciò, l’unica donna presente all’interno della stanza si sentiva accaldata. La pallida pelle del viso era attraversata da tiepide gocce di sudore, il caschetto di capelli nero corvino sembrava bruciarle sulla testa. La canottiera verde oliva, attillata al punto giusto da mettere in risalto i seni piccoli ma sodi, le si era appiccicata al corpo come se fosse una seconda pelle. Alcune macchie scure erano comparse nella zona sotto le ascelle e alla base del collo. Trovarsi in presenza di un gruppo di uomini, sfoggiando l’aspetto di una maratoneta a fine gara, sarebbe stato fonte di grande imbarazzo per la maggior parte delle donne. Per Chantal Leroux, abituata da anni a lavorare in un mondo a maggioranza maschile, la questione era irrilevante. I suoi occhi castani, stanchi e segnati dalla mancanza di sonno, cercarono un orologio tondo appeso a una delle pareti. Le lancette informavano che mancavano sette minuti alle sei del mattino. Con le mani appoggiate sulla superficie di un asettico tavolo di metallo, abbassò per un istante le palpebre, immaginandosi tra le fresche lenzuola di un letto. Negli ultimi tre giorni aveva dormito poco più di dieci ore. In realtà non ricordava l’ultima volta che era riuscita a concedersi una dormita decente. Aveva trascorso i giorni precedenti impegnando tutto il suo tempo per chiudere una storia iniziata quasi un mese prima. L’epilogo poteva essere solo uno e prevedeva la morte di un uomo: Michel Sidibé, soprannominato “il Ragno”. «Tre minuti al target!» Una voce forte e un po’ stridula le aggredì i timpani senza preavviso, facendole riaprire gli occhi con un sussulto. A parlare era stato uno dei tenenti dell’Armée de l’Air, in contatto con un gruppo di elicotteri in volo nel nord del Niger. Chantal si stropicciò le palpebre usando l’indice e il pollice della mano destra. «Tutto bene, dottoressa Leroux?» domandò l’uomo seduto accanto a lei. Gaston Lemoine, cinquant’anni superati da poco, era il responsabile delle operazioni d’intelligence francesi del DGSE in Africa Occidentale. I capelli brizzolati mostravano ancora sopra le orecchie qualche spruzzata del biondo di un tempo. Sotto al naso sottile sfoggiava un paio di baffi grigiastri e folti. Chantal fissò i grandi occhi azzurri del suo superiore. «Nessun problema.» «Ne sono felice. Sarebbe un peccato che si addormentasse proprio ora che siamo arrivati fin qui.» «Non lo farei per niente al mondo. È solo che...» la donna esitò. «Cosa? Si senta libera di parlare.» Chantal si grattò il mento, come a riordinare le idee. «Penso che avremmo dovuto coinvolgere gli italiani in questa storia. L’ultima volta che abbiamo fatto di testa nostra non è andata come speravamo.» «Sì, ricordo le sue perplessità a riguardo. Come le ho già spiegato, è di interesse nazionale che la questione sia risolta in silenzio e senza coinvolgere nessun alleato, soprattutto l’Italia. I panni sporchi si lavano in famiglia, non glielo hanno insegnato?» «Certo signore, però continuo a non essere d’accordo.» Lemoine scrollò le spalle e sorrise sotto i baffoni. «Anche se a volte può non piacerci, dobbiamo sottostare a ordini superiori.» «Fa parte del lavoro» concordò Chantal, cercando di essere convincente. Una dolciastra nota di aroma di biscotto si diffuse in quel momento nella stanza. Chantal si voltò in tempo per notare una leggera nuvola di vapore dissiparsi nell’aria. Proveniva dalla sigaretta elettronica del quinto uomo presente nella stanza, il colonnello Guillaume Angelini. Con la sua faccia tonda e il collo taurino, se ne stava in piedi a pochi passi dallo split del condizionatore. I capelli bianchi e ricci erano mossi dalla fresca brezza che usciva dal bocchettone. La mimetica gli calzava in modo impeccabile sul corpo massiccio. Portava bene i suoi cinquantanove anni, tanto da dimostrarne anche qualcuno in meno. «L’unica cosa di cui preoccuparsi è chiudere in fretta la storia. Siamo sicuri che questa volta troveremo il bersaglio?» domandò il colonnello con voce roca, merito di un’onorata carriera da fumatore. Lemoine guardò Chantal per indurla a rispondere. «I dati raccolti ci fanno pensare di sì, colonnello» rispose Chantal, scandendo bene le parole. L’ufficiale non si scompose. «Lo avete detto anche l’ultima volta.» Tre notti prima era avvenuto un altro blitz per catturare il Ragno. Chantal aveva rassicurato i suoi superiori che le indagini svolte avevano individuato Sidibé in un villaggio poco distante dalla città di Arlit. Le squadre tattiche inviate sul posto avevano trovato solo una casa vuota. «Questa volta abbiamo ricevuto soffiata da parte di un soggetto che procura armi a diversi gruppi jihadisti del Sahel. Abbiamo inviato una squadra di sorveglianza sul campo che ha confermato la presenza del soggetto. Da due giorni lo stiamo tenendo d’occhio. Non ha mai lasciato l’abitazione in cui è nascosto. L’unico contatto avvenuto con l’esterno è stato con un’anziana donna del villaggio che gli ha portato da mangiare.» Angelini portò la sigaretta elettronica tra le labbra e aspirò una boccata, mostrandosi per nulla impressionato dalla spiegazione della donna. «Ho già letto queste notizie sul dossier che ha preparato. Mi auguro solo che questa operazione non si riveli un altro costoso teatrino a spese dei contribuenti francesi.» Chantal fu costretta a ricorrere a tutto il suo autocontrollo per non rispondere in malo modo all’ufficiale. «Le assicuro, colonnello, che facciamo il possibile per mantenere al sicuro i cittadini francesi di tutto il mondo cercando di non sperperare il denaro pubblico.» Una nuova nuvola di vapore riempì la stanza di aroma di biscotto. «Sarà come dice lei. Comunque, ai miei tempi, si ottenevano lo stesso i risultati senza bisogno di tutto questo baraccone» sentenziò Angelini indicando gli schermi appesi al muro con il palmo della mano rivolto verso l’alto. «I tempi cambiano e bisogna essere in grado di rimanere al passo» sibilò velenosa Chantal. A quel punto Lemoine si sentì in dovere di mettere fine alla discussione che rischiava di degenerare da un momento all’altro. «Ormai manca poco all’atterraggio, concentriamoci sull’obiettivo.» Chantal e Angelini si lanciarono ancora uno sguardo infuocato prima di concentrarsi sui monitor.
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