Locarno (Svizzera)
Il Luminox gli indicò che la mezzanotte era passata da più di un’ora. In tutto quel tempo aveva cambiato posizione spesso per contrastare l’insorgere di crampi. Ciò nonostante, quando si alzò in piedi sentì una fitta alle gambe. Non c’era fretta. Tornò a verificare i suoni ambientali. Una quiete rassicurante era calata fuori dal casotto: Locarno sembrava essersi addormentata. Era ora di darsi da fare. Prese una bottiglia d’acqua dallo zainetto e ne trangugiò metà del contenuto: entro poco tempo avrebbe sudato molto, nonostante il freddo. Cercò i remi e li prese in mano, soppesandoli. Aprì leggermente la porta e la luce dei lampioni del Lungolago infastidì i suoi occhi, ormai abituati all’oscurità. Si guardò attorno: nessuno in vista.
Con gesti lenti richiuse la porta e s’incamminò sul pontile fino a raggiungere la barca che aveva visto qualche ora prima: era ancora ormeggiata nello stesso punto. Una piccola imbarcazione a remi, che poteva ospitare al massimo tre o quattro persone, di colore bianco all’interno e con lo scafo esterno verde brillante. Galleggiava sull’acqua con movimenti pigri, assicurata al molo da una cima sottile. Sembrava dormire anch’essa. Ferrone osservò ancora l’ambiente intorno a lui. Via libera.
Appoggiò con molta cautela i remi dentro la barca, aprì lo zainetto e trovò dei guanti antiscivolo che indossò. Esaminò il nodo con cui la cima era assicurata al molo. Le fibre sintetiche erano fredde, rigide, inumidite e il nodo dava l’impressione di non essere stato sciolto da tempo, come se fosse diventato un grumo solido.
Ferrone scosse la testa e tirò fuori uno dei due lunghi cacciaviti. Usando la punta dell’attrezzo, nel giro di qualche decina di secondi riuscì ad avere ragione del nodo. Con molta prudenza, mise piede sull’imbarcazione e ne valutò la stabilità. Nonostante avesse passato i brevetti relativi al corso “ambiente marino” del Reparto, Ferrone aveva poca attrazione per l’acqua. Si sedette sul banco, ovvero un’asse trasversale al centro della barca dove si piazzava chi utilizzava i remi, dando la schiena alla prua. Prese un remo alla volta e lo inserì con cura nella rispettiva scalmiera.
«Adesso inizia il bello…» sussurrò dopo un respiro profondo. Assaggiò l’acqua con la pala dei remi. Iniziò a vogare con calma, cercando di capire il comportamento del natante. Il suo scopo era di riuscire ad abbandonare il porticciolo, senza sbattere contro le altre barche ormeggiate e inoltrarsi sulle acque del lago. Seppur spinta dai remi, la barca all’inizio non si mosse. Ferrone intuì come usare i remi per sospingersi di qualche metro allontanandosi dal pontile. Usando un solo remo cercò di orientare la prua: era maledettamente difficile domare quella barchetta. Con la testa continuava a guardarsi attorno per cercare di correggere l’orientamento del natante.
Per un istante iniziò a nutrire dubbi sul suo gran piano di fuga. Dopo un tempo indefinito riuscì a comprendere come destreggiarsi, avendo sbattuto un paio di volte contro lo scafo delle barche adiacenti. Al corso di combattimento in ambiente marino aveva imparato a utilizzare, in coppia con un commilitone, una sorta di kayak gonfiabile. L’imbarcazione che stava conducendo in quel momento era tutta diversa da gestire. Bestemmiando tra i denti riuscì ad abbandonare il porticciolo arrivando nelle acque libere. Era già accaldato e sudato dallo sforzo. Si aprì la giacca per far evaporare il sudore e iniziò a vogare cercando di non allontanarsi più di cinquanta metri dalla costa ovest del lago. La faccenda era ora più semplice: doveva puntare verso sud fino a superare il confine svizzero. La difficoltà stava nel non farsi trasportare dalle correnti del lago, a lui sconosciute, che potevano farlo finire chissà dove. Non notò nessun tipo di natante in acqua a quell’ora. Più si allontanava dalla costa e più le acque del lago si facevano fluttuanti. Anche se non si trattava di onde aggressive, la barca dondolava comunque oltre la soglia di tranquillità di Ferrone. Non poteva permettersi un bagno in quelle acque: uno shock da ipotermia poteva essere una conseguenza realistica. Incominciò a vogare con vigore, utilizzando la forza dei suoi muscoli.
È un po’ come usare il vogatore in palestra, dai…
Secondo i suoi calcoli doveva vogare per circa tre chilometri verso sud prima di trovare la prima cittadina italiana che si affacciava sul lago dotata di un porticciolo. Vincendo la resistenza dell’acqua e delle morbide ma lunghe onde del lago, continuò a vogare sincronizzando il respiro a ogni movimento. Dopo tre minuti, gli parve di non essersi mosso nemmeno di un metro, e di essere in balia dei flutti. Le luci di Locarno erano brillanti e gli sembravano fin troppo vicine, mentre le luci dei paesi dall’altra parte della sponda erano lontanissime.
Adesso capisco perché nessuno passa clandestinamente il confine svizzero in questo modo. T’ammazza di fatica!
Il viso di Ferrone era aggredito dall’aria fredda e umida, il corpo invece sudato per lo sforzo nel vogare. I guanti antiscivolo stavano facendo un egregio lavoro nel mantenere il grip sul remo, ma non riuscivano a proteggere in modo adeguato le dita dal freddo pungente. Dato che continuava a dare la schiena alla prua, doveva spesso guardarsi attorno per capire che direzione stesse puntando. Il luccichio delle strade adiacenti al lago e degli edifici erano dei riferimenti non così efficaci come aveva ipotizzato. Ciò nonostante, senza perdersi d’animo, continuò a vogare sincronizzando i movimenti con la respirazione. Il suo obiettivo era attraccare entro le due del mattino all’Isola dei Conigli, la più piccola delle due isole di Brissago. Aveva letto sulla cartina presa al ristorante che ospitavano attività solo di giorno. Con un po’ di fortuna nessuno avrebbe notato il suo attracco temporaneo. Le isole si trovavano circa a metà del percorso per raggiungere la prima cittadina italiana sull’altra sponda del lago, Zenna. L’idea di Ferrone era di fare una sosta intermedia di qualche decina di minuti sulla terraferma prima di fare il tratto finale. Conosceva bene il suo fisico, atletico e allenato specie per gli sforzi prolungati, ma sapeva che vogare in acqua per ore ad alta intensità poteva sfibrare anche l’atleta più prestante. Il problema era che compensava con la forza fisica la mancanza di tecnica nell’uso dei remi: prima o poi avrebbe ceduto. E non poteva rischiare di finire esausto su una barchetta in mezzo a un lago.
Le due isole erano macchie nere che oscuravano il chiarore degli aggregati urbani sull’altra sponda. Il fatto che non avessero luci accese rinfrancò Ferrone: o in quel periodo dell’anno erano disabitate, oppure i loro pochi residenti temporanei erano a letto.
Vogata dopo vogata, iniziò a distinguere il contorno scuro della folta chioma boscosa dell’isola più piccola. Sapeva, sempre dalla cartina trovata nel ristorante, che aveva una specie di approdo nella zona sud. Le onde del lago iniziarono farsi più insistenti e aggressive man mano che si stava avvicinando all’isola. Stava vogando senza sosta da quasi un’ora e tutti i muscoli del torso e delle braccia erano in fiamme. La spiaggia sud dell’Isola dei Conigli distava circa trenta metri dal porticciolo dell’isola di San Pancrazio, ben più grande e che ospitava una lussuosa villa che dominava tutta l’isola. La chiglia della barca iniziò a grattare il fondale.
«Finalmente, cazzo!» imprecò.
Ferrone saltò giù dall’imbarcazione e i suoi piedi vennero azzannati dal freddo dell’acqua che inzuppò i pantaloni fino al ginocchio. Aveva fatto di peggio in vita sua. Trascinò il natante sulla spiaggia di ghiaia continuando a guardarsi attorno e cercando di fare meno rumore possibile. Nessuna luce artificiale nelle due isole. Dopo essersi assicurato che la barca non potesse scivolare in acqua si mosse verso il bosco al limitare della spiaggetta e si sedette nascosto dalla vegetazione.
Mormorò le peggio volgarità quando si tolse gli scarponcini e strizzò le calze, mentre delle folate di vento gli stavano martellando di freddo le gambe e i piedi. Gli sembrava di essere tornato in una di quelle meschine esercitazioni che faceva quando era una recluta e che avevano solo uno fine per i soldati: renderli miserabili, incazzati e infreddoliti.
Prese una coperta termica dallo zainetto, altro regalo del trauma kit preso dalla BMW. Scartò la piccola busta, facendo difficoltà a causa delle dita diventate ormai dei ghiaccioli di carne. Spiegò la sottile e scricchiolante pellicola color oro, per poi sistemarsela addosso come una coperta cercando di fare meno rumore possibile. Nel giro di qualche istante percepì l’isolamento dall’ambiente esterno. Il suo obiettivo in quel momento era non disperdere troppo calore corporeo.
Tracannò un’altra bottiglia d’acqua e mangiò con voracità due barrette al cioccolato. Diede un’occhiata al Luminox. Quasi le tre del mattino. Guardò verso est. Non riuscì a distinguere Zenna tra le lontanissime luci. Sapeva solo che aveva un minuscolo ormeggio per piccole imbarcazioni e doveva raggiungerlo assolutamente prima delle cinque del mattino.