Tornai a casa distrutta.
Completamente, fisicamente, emotivamente distrutta dalla mattinata appena trascorsa.
Chiusi la porta alle mie spalle e mi appoggiai contro il legno, lasciandomi scivolare lentamente fino a ritrovarmi seduta sul pavimento freddo dell'ingresso. Lo zaino cadde di lato con un tonfo sordo. Chiusi gli occhi, premendo i palmi contro le palpebre come se potessi cancellare le immagini che continuavano a riproporsi nella mia mente.
"Le bambine non sono la mia predilezione."
La voce di Stan risuonava ancora nelle mie orecchie, fredda, tagliente come vetro.
Avrei voluto solo affondare la testa nel mio cuscino e avvolgere il mio corpo nelle calde coperte in pile termico che tenevo ai piedi del letto. Volevo sparire nel buio della mia camera, spegnere il cervello, dimenticare.
Ma non era possibile.
La giornata non era ancora giunta al termine — fuori la luce del pomeriggio filtrava dalle finestre, ancora troppo chiara, troppo viva — e soprattutto c'era quella dannata ricerca. La ricerca che Stan ci aveva assegnato per l'indomani. Quella che avrei dovuto svolgere e studiare.
Ovviamente.
Mi alzai con uno sforzo che sembrò monumentale, le gambe ancora tremanti, e mi diressi verso la mia camera trascinando i piedi.
Il telefono cominciò a squillare.
Una volta. Due volte.
Sospirai, afferrandolo dal tavolo dove l'avevo gettato.
— Giuro che non è assolutamente il momento! — Risposi senza nemmeno guardare chi fosse, anche se lo sapevo già.
La risata familiare di Sebastian mi accolse dall'altra parte.
— Come siamo sull'attenti, dragă. — Il suo tono era scherzoso, leggero. — È successo qualcosa in queste ore con Stan?
Ghignò, e potevo immaginarlo perfettamente — seduto da qualche parte, probabilmente sul suo letto, con quel sorriso sornione stampato in faccia.
— Non scherzare. — La mia voce uscì più dura di quanto intendessi. Mi mordicchiai le dita, un'abitudine nervosa. — Quello è uno psicopatico.
Ci fu una pausa dall'altra parte, poi:
— Ci ho preso, non è vero? — La voce di Sebastian si fece più seria, più attenta. — Dimmelo, Jo.
Immaginai il suo sorriso svanire, sostituito da quell'espressione preoccupata che conoscevo così bene.
— No — mentii, buttandomi sul letto a pancia in giù. — È solo che secondo me ha qualche problema con il suo io interiore, sai? Qualcosa tipo... personalità multipla.
Fissai il soffitto, cercando le parole giuste.
— Ha degli sbalzi d'umore molto preoccupanti.
Spiegai brevemente, senza scendere nei dettagli. Non potevo. Non ancora. Le parole erano ancora troppo fresche, troppo dolorose da ripetere.
— Beh, Jolie — disse Sebastian, e sentii il sorriso tornare nella sua voce, — lo avrai portato all'esaurimento con il carattere che ti ritrovi. Pover'uomo, chissà cosa ha dovuto subire.
Predicò con tono fintamente compassionevole, tentando di tirarmi su di morale con una delle sue osservazioni pungenti.
Nonostante tutto, sorrisi.
— Sai, il fatto che dietro me e te ci siano anni di frequentazione e che tu, nonostante tutto, sia ancora vivo mi rassicura. E non poco.
Mi girai su un fianco, stringendo il telefono all'orecchio.
— Vuol dire che i casi sono due: o sei tale e quale a me, quindi la mia essenza non ti tormenta, oppure io non sono poi così male.
Mi alzai dal letto e mi diressi verso la scrivania, accendendo il computer.
Tanto valeva cominciare quella dannata ricerca.
— Touché, dragă — ammise Sebastian. — Anche se credo ci debba essere una terza opzione da aggiungere, ovvero la mia innaturale capacità di sopportazione. Sai, potrei diventare saturo a breve.
— Sta' zitto, nătâng. — Lo liquidai, aprendo il browser.
Scemo.
— Scemo io? — La sua voce si alzò in finta indignazione. — Questo é proprio un colpo basso. Offendi la mia intelligenza?
— Okay allora, Mister Intelligente — risposi, cominciando a digitare sulla tastiera, — hai fatto la ricerca?
— Sì, Jolie. — Il tono si fece più serio. — Ed è anche arrivato il momento che tu ti dia da fare, o domani ti ritroverai una bella insufficienza che andrà a degradare il giudizio, già non molto alto, che Stan ha di te.
Il nome mi colpì come un pugno allo stomaco.
Stan.
— Addio Sebastian — dissi, forse troppo in fretta. — Ti odio.
Scherzai, ma la voce mi tradì.
— A presto, bugiarda.
E prima che potessi controbattere, prima che potessi dire qualsiasi altra cosa, la linea si chiuse con un click.
Rimasi lì, con il telefono ancora all'orecchio, delusa per la risposta non data, per la conversazione interrotta troppo presto.
Sospirai e lo posai sulla scrivania.
Accesi il portatile e lo schermo si illuminò nel pomeriggio già in declino. La luce blu del monitor era l'unica fonte luminosa nella mia camera — mi ero dimenticata di accendere la lampada.
Aprii il documento con l'assegnazione e lessi:
"Esponi in 1500 parole quali furono le peggiori forme di tortura inflitte alle streghe tra il 1484 ed il 1486."
— Argomento leggero... — sospirai sarcasticamente tra me e me, scuotendo la testa.
Ovviamente Stan ci avrebbe assegnato qualcosa del genere. Ovviamente.
Cominciai a digitare nel motore di ricerca. Poi aprii i primi link. Poi i secondi. Immagini di strumenti di tortura medievali riempirono lo schermo — la vergine di ferro, la ruota, il cavalletto.
Le ore passarono in una nebbia di ricerche, di informazioni estrapolate da diversi libri digitali e siti internet. La luce fuori dalla finestra svanì completamente, lasciando posto al buio della notte. La mia stanza era illuminata solo dal bagliore del computer.
Gli occhi mi bruciavano. La schiena mi doleva per la posizione curva sulla scrivania. Le dita si muovevano meccanicamente sulla tastiera, copia-incolla, parafrasa, cita le fonti.
1487 parole. Quasi finito.
Quando finalmente completai l'ultima frase, guardai l'orologio nell'angolo dello schermo.
2:47 AM.
Perfetto.
Esausta, chiusi tutto e decisi di andarmene a dormire. Stavo già per spegnere il computer quando un piccolo bagliore mi distolse dall'intento.
La notifica di una nuova email lampeggiò nell'angolo in basso a destra dello schermo.
Tra le varie mail non lette — spam, newsletter, promozioni che non avevo mai chiesto — ne apparve una che lampeggiò ininterrottamente, affiancata da un "URGENTE" scritto in caratteri cubitali rossi.
Aggrottai le sopracciglia.
Chi diavolo mandava email urgenti alle quasi tre di notte?
Meravigliata dall'orario in cui era stata inoltrata — timestamp: 2:43 AM, solo quattro minuti prima — la aprii senza troppi indugi.
Quello che apparve sullo schermo mi lasciò senza parole.
MITTENTE: Sconosciuto
DESTINATARIO: Lady Jolie Vladă
Leggere quanto segue:
Alla cortese attenzione della Spett.le signoria vostra,
Ho l'immenso onore di renderLa partecipe, attraverso il suddetto invito per ordine del padrone, del ballo in maschera che si terrà presso la Tenuta Bradford nella giornata di Sabato corrente mese/corrente anno; l'apertura delle porte avverrà alle ore 20:00.
In attesa di un Vostro riscontro, ritengo opportuno informarLa che, per tale evento, è richiesta la massima puntualità ed abiti di alta fattura.
RingraziandoLa per la gentile attenzione, colgo l'occasione per porgere i miei più cordiali saluti.
Magg.omo Stinger.
Rimasi lì a fissare lo schermo per diversi minuti, immobile, rileggendo quelle parole ancora e ancora.
Lady Jolie Vladă?
Tenuta Bradford?
Ballo in maschera?
Maggiordomo Stinger?
Doveva essere uno scherzo. Qualche tipo di spam elaborato, o forse un virus mascherato da invito elegante.
Durante il mio trasferimento a Sheffield, non mi ero informata sul genere di gente che occupava quella cittadina. Sapevo che era una città storica, con quartieri antichi e architettura vittoriana, ma non immaginavo esistesse ancora la divisione in classi sociali — quella roba da nobili e aristocratici che pensavo fosse scomparsa un secolo fa.
Eppure quella lettera la metteva in bella mostra, con quel linguaggio formale e arcaico, con quel "Lady" davanti al mio nome come se fossi una maledetta duchessa.
Cercai di cliccare sul mittente per estrapolare qualche informazione in più, ma era completamente bloccato. Nessun indirizzo email visibile, nessun nome reale, solo "Sconosciuto".
Strano. Molto strano.
Chiusi definitivamente il portatile con più forza del necessario e, senza nemmeno la forza di indossare il pigiama, crollai sul letto completamente vestita.
Il materasso accolse il mio corpo esausto come un abbraccio. Chiusi gli occhi, e le ultime immagini che attraversarono la mia mente prima di scivolare nel sonno furono un mix confuso: il volto furioso di Stan, l'invito misterioso.
Il giorno successivo, la tentazione di restare a dormire fu quasi irresistibile.
La sveglia suonò alle sette — quel suono odioso, insistente, che sembrava progettato apposta per torturare — e io la ignorai completamente, allungando una mano per spegnerla senza nemmeno aprire gli occhi.
Cinque minuti dopo, ricominciò.
La ignorai di nuovo.
Poi il telefono cominciò a squillare.
Una volta. Due. Tre. Quattro.
Sebastian.
Doveva essere Sebastian.
Affondai la faccia nel cuscino, cercando di soffocare il suono, ma il telefono continuò imperterrito. Squillo dopo squillo dopo squillo.
— Vaffanculo — borbottai nel cuscino, la voce impastata dal sonno.
Ma il telefono non si arrese.
Alla fine, dopo quello che sembrò un tempo infinito ma che probabilmente furono solo dieci minuti, fui costretta ad abbandonare il bozzolo di coperte che mi avvolgeva, ritenendo il tutto una vera e propria tortura.
Altro che Inquisizione.
Decisi di ignorare il telefono — che ancora non smetteva di suonare — e mi recai in bagno, trascinando i piedi sul pavimento freddo.
Mi guardai allo specchio e gemetti.
Sembravo uno zombie. Occhiaie profonde, viola-bluastre. Capelli che andavano in tutte le direzioni come se avessi infilato le dita in una presa elettrica. Pelle pallida e opaca. Gli occhi iniettati di sangue per le poche ore di sonno.
Perfetto. Assolutamente perfetto.
Feci una doccia veloce — l'acqua calda che mi martellava la schiena, cercando di riportarmi alla vita — e mi sistemai il più velocemente possibile. Jeans, maglietta nera, cardigan. Capelli raccolti in una coda disordinata perché non c'era tempo per altro.
Guardandomi di nuovo allo specchio, mi resi conto che anche se fossi uscita in pigiama non avrebbe fatto differenza. Sarei sembrata in ogni caso una barbona.
Il campanello della porta cominciò a trillare energicamente.
Una volta. Due volte. Tre volte in rapida successione.
Segno inequivocabile che un Sebastian piuttosto nervoso era dall'altra parte, in attesa.
Sospirai, afferrai lo zaino già pronto dalla sera prima, e mi diressi alla porta.
La aprii.
Sebastian entrò immediatamente, sorpassandomi con uno spintone alla spalla che mi fece barcollare di lato. I suoi capelli ramati svolazzarono sul suo viso per il movimento brusco, ma furono prontamente rimossi da quel gesto della mano — passare le dita tra i capelli buttandoli all'indietro — che ormai lo rappresentava perfettamente.
— Tu sei fuori, Jolie! — Urlò, voltandosi verso di me e aprendo le braccia come in attesa di spiegazioni. Gli occhi scuri ardevano di una rabbia che raramente vedevo in lui.
— No — risposi con calma esasperata, chiudendo la porta alle sue spalle. — In realtà, sono in casa mia.-
Non avevo voglia di litigare. Non dopo la giornata di ieri. Non con lui.
— Smettila, idiota! — Fece un passo verso di me, il volume ancora alto. — Ti sembra il caso? Sai che sono costantemente divorato dalla paura che ti possa accadere qualcosa.
Man mano che parlava, si avvicinava maggiormente a me, il tono della voce che gradualmente si abbassava da urlo a qualcosa di più controllato, ma non meno intenso.
— Stai scherzando, vero? — Lo guardai incredula, incrociando le braccia. — Cosa potrebbe accadermi, Sebastian?
— Jolie. — La sua voce si fece più dura, più tagliente. Si fermò a pochi centimetri da me, così vicino che dovetti alzare lo sguardo per incontrare i suoi occhi. — Ti ricordo che tuo padre è ancora a piede libero e che, per qualsivoglia ragione, potrebbe venire a cercarti.
La sua mascella era serrata, i muscoli tesi.
— In ogni caso devi rispondere alle mie chiamate, Jolie. Sempre!
Si alterò, alzando di nuovo la voce.
Qualcosa dentro di me scattò.
— Non sei mio padre, Sebastian! — Gli puntai contro il dito, il sangue che mi ribolliva nelle vene. — Smettila di comportarti come tale!
— Per fortuna!! — Urlò definitivamente, e la parola risuonò nell'ingresso come un tuono.
Ci fermammo.
Le acque si calmarono nel momento stesso in cui ci osservammo davvero — eravamo a pochi centimetri di distanza l'uno dall'altra, entrambi rossi come peperoni per la rabbia, con delle espressioni furiose dipinte sui nostri volti. I nostri respiri erano veloci, pesanti. Le mani strette a pugno lungo i fianchi.
Mancava davvero poco e ci saremmo azzuffati.
Il silenzio che seguì fu assordante, rotto solo dai nostri respiri affannosi.
Poi, lentamente, la rabbia cominciò a svanire, sostituita da qualcosa di più pesante. Vergogna. Rimorso.
— Mi dispiace, dragă. — Sebastian fu il primo a parlare, abbassando lo sguardo. Si dondolava leggermente sui suoi stessi piedi, le mani ora nelle tasche. — Ho esagerato. Non avrei dovuto.
La sua voce era tornata quella dolce che conoscevo.
— Esatto. — Risposi, ancora rabbuiata. — Non avresti dovuto.
Cercai di cacciare indietro l'ira dettata dalla discussione appena tenuta, forzando un sorriso tirato sulle labbra che sapeva di falso.
Passarono alcuni secondi in silenzio. Poi mi ricordai.
— Comunque, Seb, ho una domanda. — L'improvvisa memoria dell'email notturna.
— Spara. — Mi incitò, sollevando lo sguardo.
— Mi è arrivato uno strano invito, stanotte. — Iniziai, ma venni subito interrotta.
— Sì, anche a me. — Sebastian annuì, e sul suo volto comparve un'espressione perplessa. — Non riesco proprio a capire. Non abbiamo mai frequentato gente abbastanza facoltosa da possedere addirittura una tenuta.
Fece spallucce, lasciandosi cadere letteralmente a peso morto sul mio divano, che cigolò sotto il suo peso. Le gambe si distesero davanti a lui, le braccia allargate lungo lo schienale.
— In realtà non abbiamo mai frequentato nessuno, Seb — dissi, affiancandolo e sedendomi accanto a lui. — Sarà interessante.
Mi appoggiai al suo fianco, lasciando che la familiarità del contatto sciogliesse le ultime tracce di tensione tra noi.
— O pericoloso — aggiunse lui dopo una pausa, la voce più seria.
Girai la testa per guardarlo.
— Perché pericoloso?
— Perché non sappiamo chi ci ha invitati, Jolie. — I suoi occhi incontrarono i miei. — Non sappiamo cosa vogliono. Non sappiamo nemmeno chi altro sarà lì.
— Da quando sei spaventato anche dalla tua stessa ombra? — Sbuffai in un ghigno, che si tradusse in una faccia interrogativa.
Aveva ragione, ovviamente.
Ma una parte di me — quella parte curiosa e testarda che mi aveva sempre messo nei guai — non poteva fare a meno di voler scoprire cosa si nascondesse dietro quell'invito misterioso.
— Andremo comunque, vero? — Chiesi, anche se conoscevo già la risposta.
Sebastian sospirò, scuotendo la testa con un sorriso rassegnato.
— Ovviamente. — Fece una pausa. — Ma porterò il coltello.
— Che coltello?
— Quello che porto sempre con me.
— Tu porti sempre un coltello con te?
— Da quando ci siamo trasferiti qui, sì.
Lo guardai, non sapendo se sentirmi protetta o preoccupata.
— Sei pazzo.
— E tu sei incosciente. — Rispose lui, sorridendo. — Siamo la coppia perfetta.
Risi, nonostante tutto.
E per un momento, seduti sul mio divano sgangherato in quella mattina di un giovedì qualunque, dimentica di Stan e delle sue parole taglienti, dimenticai tutto tranne la sensazione di sicurezza che solo Sebastian riusciva a darmi.
Ma sapevo che era solo questione di tempo prima che la realtà tornasse a bussare.