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1961 Parole
Un ricordo inquietante affiorò alla mente di Gina e, prima che potesse bloccarlo, si era dipanato in tutto il suo orrore. Provò una vergogna atroce e bruciante ma doveva per forza rivolgergli una domanda. “E con gli umani? Potete avere figli con noi… loro?” Incuriosito, Tiberius chinò il capo di lato e la squadrò per bene. “Perché lo chiedi?” “Così, per curiosità.” Sostenne il suo sguardo, pur sapendo che non sarebbe riuscita a ingannarlo. Infatti era una pessima giocatrice di poker. “C’è qualche possibilità in più con gli umani, ma un vampiro purosangue in genere li evita: se desidera trasmettere il proprio patrimonio genetico ai figli, per tramandare il proprio Dono, deve accoppiarsi con una vampira. I meticci generati con le femmine umane non hanno poteri, solo sensi più sviluppati, ma sempre meno di un vampiro puro. Inoltre non godono di molta considerazione. Generalmente, non vengono neanche riconosciuti come legittimi oppure vengono abbandonati.” Nel cuore spento di Gina si creò un’altra crepa. Se solo avesse saputo prima tutto questo! “Posso andare adesso?” chiese, la voce tagliente che lei stessa stentava a riconoscere. Tiberius non la trattenne. “Porta con te l’ultima tazza di sangue, se non vuoi restare. Però devo chiedertelo: hai intenzione di parlare ad Alice di stanotte?” “Perché dovrei? Non voglio ferirla.” Non voleva, certo, come non voleva che sapesse quanto ancora desiderasse fuggire. “La ferirai se non le parlerai con sincerità. E se non lo farai tu, lo farò io.” “Ti diverti ad essere uno spione? Vuoi prenderti gioco di me o desideri solo che ti implori in ginocchio di non farlo?” “Non è per questo. Non voglio vederti in ginocchio” le rispose turbato, chiedendosi se quello non fosse esattamente ciò che Gina fosse stata costretta da altri a fare. Provò un’immediata forma di odio nei confronti di chiunque l’avesse maltrattata e i suoi sentimenti trapelarono dagli occhi, divenuti di colpo rossi e dardeggianti. Gina, infatti, arretrò impaurita, lo sguardo allarmato dalla sua reazione spontanea. “Ti sto chiedendo con gentilezza di parlare con Alice perché lei non merita le tue bugie. Non dopo aver gettato alle ortiche il suo matrimonio per te. Non dopo aver messo a repentaglio la sua vita in più di un modo e in diverse occasioni, sempre per te. Tu le devi ogni cosa. Rispettala dicendole la verità.” “Cosa ti stai inventando? Alice non mi ha detto niente!” protestò. “Perché non voleva farti agitare di più. Si sentiva in colpa per non averti allertata mesi fa sui vampiri, sulla nostra esistenza e, quando ti ha vista a quella festa, ha pensato di poter rimediare all’errore.” Una festa? Gina non ricordava quale, tra le tante. Che Alice però si sentisse in colpa, non aveva senso per lei. Non era sua la responsabilità di quanto accaduto, né della direzione che la sua vita aveva preso. “Raccontami di questa festa. Ci siamo incontrate per caso? C’eri anche tu?” Tiberius si sdraiò tutto pensoso sul lettino, allungò le gambe e incrociò le mani dietro la nuca. Vederlo in quella posizione la innervosì più del dovuto, specialmente in aree sensibili del corpo, così incrociò le braccia al petto e rimase di fronte a lui, in piedi, pronta ad ascoltarlo. “Si trattava di un galà con i più alti rappresentati del nostro governo, una specie di ingresso ufficiale in società per Tom e Alice, come coppia. Hanno danzato, bevuto, chiacchierato, come si fa ad un comune matrimonio ma, quando è iniziato il banchetto, Alice ha scoperto in cosa consistevano le pietanze servite. O meglio, in chi.” Il sangue e il caffè che aveva bevuto si rimescolarono sgradevolmente nello stomaco di Gina, che mise una mano sulla pancia e l’altra sul cuore. Capiva dove lui volesse andare a parare ma… “Non ricordo questa festa. Altre sì, ma non questa.” Lui serrò le labbra, come se si fosse insospettito per la sua involontaria rivelazione. “Forse perché eri già in uno stato di tale deperimento, fisico e mentale, da non avere neppure la forza necessaria a memorizzare quell’esperienza. Comunque buon per te. Per Alice è stato un supplizio vederti insieme a tutte quelle ragazze, pronte per essere mangiate. Eppure non ha esitato un attimo: è corsa verso di te, anche se poi Tom l’ha immediatamente fermata. Non voleva che creasse uno scandalo.” L’espressione del medico mutò a tal punto che il suo viso, di norma dai tratti distesi e nobili, parve diventare di pietra. E gli occhi che, pur essendo blu, talvolta lampeggiavano di rosso, erano divenuti del tutto neri. “Cosa succede ai tuoi occhi?” gli chiese senza esitare: se doveva mettersi al riparo da qualunque cosa stesse per accadergli, voleva saperlo. Tiberius si passò velocemente una mano sul viso e poi, con entrambe, si portò indietro i capelli corvini. Quando riaprì gli occhi, erano di nuovo blu. “Niente. Mi sento molto agitato nel parlare di Tom e senza volerlo ho innescato il mio Dono. Dicevamo? Ah sì. Tom l’ha fermata Possedendola, prendendo cioè pieno controllo del suo corpo. Un po’ come ho fatto io con te, quando eravamo in cucina. Solo che Alice, essendo Alice, ha reagito.” “Davvero?” chiese ammirata. “Certo. Ti meravigli?” “Sì, eccome! Lei non è mai stata molto combattiva. Tende a conciliare o a cedere. Non è per niente una tosta.” Il vampiro stentava a crederci. “È cambiata molto negli ultimi tempi, avrai modo di appurarlo da sola. Quella sera era la prima volta che provava a contrastare il Dono di Tom e lui l’ha quasi uccisa. Fortuna ha voluto che Alice indossasse un anello che l’ha aiutata a liberarsi, ma le è costato il matrimonio e si è esposta a pericoli che stiamo ancora cercando di valutare…” “Pericoli causati sempre da me? Dal fatto di avermi liberato?” “Indirettamente. Suo suocero, Aureliano, si sta interessando a lei un po’ più del dovuto. Tra parentesi, è lui l’ultimo ad essersi cibato di te. Un altro sorso e saresti morta in quella sala, tra le sue amorevoli braccia.” Gina rabbrividì. Ancora non riusciva a ricordare quella parte della storia, ma il dolore dei morsi sì. Quello lo aveva scolpito nella carne, era il caso di dire. “Quando ti hanno portata qui, io stesso ti davo per spacciata. E non solo perché sono un medico e avevo le competenze per valutare la tua situazione clinica. Il mio Dono mi consente di sentire se e dove un paziente è ammalato o ferito. Tu eri, al di là di ogni dubbio, persa, ma Alice ha lottato per te. Ha creduto nella tua forza fino all’ultimo battito del tuo cuore e, quando stavamo per lasciarti andare, si è presa la responsabilità di chiedere questa vita per te. Dovresti almeno provare un minimo di gratitudine.” “La provo!” obiettò lei. “Sono felice di essere ancora…” Viva. Stava per dirlo e si bloccò. Con la sola mano posata sul petto poteva sconfessare quel fatto. Tuttavia sentiva di aver detto la verità e, soprattutto, di averla appena confessata a se stessa. “Le sono riconoscente per avermi offerto la chance di vivere ancora. Credimi.” Tiberius sollevò le mani in alto. “Ah non è me che devi convincere. Comunque ti consiglio di fare pratica allo specchio: come bugiarda, sei pessima.” “Senti, Tiberius… Ti avverto che, se vuoi farmi innervosire, ci sei riuscito benissimo. Non travisare ogni mia parola e soprattutto non ti permetto di fare il processo alle mie intenzioni. Ho detto che parlerò con Alice e che le dirò grazie. Cos’altro vuoi?” Aveva nello sguardo una tristezza immensa, solo in parte mascherata dalla rabbia e, vedendola ritrarsi nel suo guscio, lui pensò di avere esagerato. Si dette dello stupido, però pensò che, tutto sommato, era valsa la pena irritarla, anche solo per sentirsi chiamare col suo nome di battesimo. Gina lo aveva pronunciato con una leggerissima erre arrotata, ottenendo di mandargli in tilt il cervello. Non osò pensare a come sarebbe stato sentirglielo sussurrare più da vicino, avendo le mani tra i suoi lunghi capelli ricci e la bocca sul suo collo sottile e aggraziato… “Scusa” mormorò, quando si accorse di aver perso il filo del discorso. “Hai ragione, non dovrei intromettermi tra due amiche. Parla tu con lei e spiegatevi. Adesso però finisci la sacca e corri a letto.” Gina non replicò. Aveva solo voglia di starsene un po’ sola e sì, anche di prosciugare quella sacca di sangue, perciò bevve, gli augurò una buona notte e corse in camera. Appena fu sul letto, con la sete placata e lontana dalla continua distrazione offerta dalla bellezza disarmante del vampiro, provò a mettere un po’ d’ordine tra i suoi pensieri, ma fu un compito impossibile. Grata? Sì, lo era, ma solo di non essere stata lasciata alla mercé di un vampiro senza scrupoli e di non essere stata trovata morta, in un vicolo stretto, umido e nauseabondo di New York. Era felice che la sua famiglia non avesse dovuto fare i conti con il suo omicidio, anche se alla fine era morta lo stesso, ma non era sicura che Alice avesse fatto la scelta giusta. Se fosse morta in maniera definitiva, non si sarebbe sentita sopraffare dai ricordi più odiosi di una vita sprecata, né dai sensi di colpa per tutto ciò che aveva o non aveva fatto. Col senno di poi, riusciva a vedere i propri errori in maniera distinta, chiara, come se fossero stati commessi da un’altra persona. E non si capacitava di essere stata tanto stupida. Di essere corsa dietro al pericolo come la giovane insensata, irragionevole che era stata. Di aver spalancato la porta ai mostri che vivono nel buio e di averli addirittura invitati non sotto, ma dentro il suo letto. Accecata da fantasie assurde e dalla lussuria più sfrenata, si era concessa a qualunque vampiro, presunto o meno, che le avesse promesso la vita eterna, la prosperità, la bellezza imperitura e… Non osava nemmeno pensare all’opinione che Alice e Tiberius avrebbero avuto di lei, se fossero venuti a conoscenza del suo essersi venduta come una cagna da riproduzione. Di quanto lei lo avesse desiderato ardentemente, al punto da trascorrere giorni interi a farsi scopare dal suo gruppo scelto di vampiri, a nutrirli quando avevano sete, a saziare ogni loro appetito, con la sola speranza di mettere al mondo un piccolo vampiro tutto suo. Tra le lacrime, si domandò se quella fosse davvero una seconda opportunità: se fosse concretamente possibile dare un colpo di spugna al passato e riscrivere le pagine della sua vita. Anzi, seppellirlo in un angolo remoto e inaccessibile della sua mente, da cui non sarebbe mai più venuto fuori. Chissà, magari doveva davvero ringraziare Alice per aver avuto fiducia nella parte migliore di lei e per aver creduto che ci fosse ancora una speranza. Si guardò intorno, più curiosa rispetto alla prima volta in cui era entrata in quella camera. Il letto era piuttosto ingombrante, troppo per i suoi gusti ma, in un angolo, c’era una scrivania compatta e lineare e si chiese se vi potesse trovare carta e penna. Aveva bisogno di mettere i suoi pensieri nero su bianco e provare a razionalizzare. Fu fortunata perché, nel primissimo cassetto, trovò un’agenda bianca, rilegata in pelle rossa. Non vi lesse alcun nome sopra e pensò che al massimo l’avrebbe ripagata, perciò recuperò una penna e tornò a sedersi sul letto. Le parole fluirono una dopo l’altra, quasi fossero ansiose di imprimersi sulla carta e le lacrime continuarono a bagnarle pagina dopo pagina, per tutta la notte.
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