2 Aprile
L’allenamento quotidiano si era rivelato più duro del previsto ma Gina, nonostante la stanchezza, non aveva osato lamentarsi. Corvus, che normalmente ci andava giù pesante con le flessioni e il corpo a corpo, quel pomeriggio era stato più impietoso del solito. E anche più distratto.
“Mi dici cos’hai o ti devo strappare le parole di bocca con una tenaglia? So che apprezzeresti” ironizzò, mentre si tamponava il volto e il collo sudati con una salvietta.
“Niente” le rispose, ma continuò a controllare l’orologio appeso ad una parete della palestra e, subito dopo, a sbuffare seccato.
“Come no! Hai un appuntamento?”
Il vampiro le rivolse uno sguardo oltraggiato. “Io? Neanche morto!”
“Allora perché sei così sulle spine?”
“Non sai che giorno è oggi?”
Gina corrugò la fronte: no, in effetti non lo sapeva. Per lei, ormai, erano tutti uguali.
Corvus si spazientì. “È il giorno dell’esecuzione di Aureliano. Tra tutti, proprio tu dovresti averlo segnato sul calendario!”
Lei registrò appena il suo tono sarcastico. Di colpo perse quella già esigua voglia che aveva di parlare con qualcuno che non fosse il muro della sua stanza. “Oggi? L’hanno anticipata?” domandò costernata.
“Ragazza, la data era quella da mesi! Devi smetterla di isolarti dal resto del mondo: stai iniziando a perdere contatto con la realtà.”
La sua critica, purtroppo, non faceva una piega, ma era così che aveva scelto di vivere. Non per sempre, ma abbastanza a lungo perché il mondo stesso si dimenticasse di lei.
“Ok, però avevo capito che sarebbe stato Tom a eseguire la sentenza di morte e lui è ancora in Italia con Alice, no?”
Corvus scosse la testa, rassegnato. Quella donna viveva con la testa fra le nuvole. “Sono tornati ieri sera. Lo sapresti, se ogni tanto ti degnassi di farti vedere.”
“Ieri sera?” replicò, sorvolando sulla seconda parte del rimprovero. “Quindi oggi saranno presenti anche loro?” Una parte di lei esultò di gioia. Era un mese che non vedeva Alice e, sebbene fossero rimaste costantemente in contatto tramite telefono, aveva cercato di disturbarla meno possibile, per non rovinare la sua tanto attesa luna di miele.
Corvus le indicò l’uscita. “Saranno qui a breve. L’esecuzione è prevista per le ventuno in punto, perciò direi che hai abbastanza tempo per prepararti e vedere la tua Alice. Lei e Tom sono a casa.”
La loro, intendeva dire lui. Non la sua, che ormai era il Campo. Per raggiungerli, avrebbe dovuto uscire per strada, ritrovarsi in mezzo al traffico, percorrere tutti quei metri a piedi, con il rischio di essere vista, forse riconosciuta e…
“No, li vedrò quando saremo in tribunale.” Poi un pensiero lugubre la assalì. “Non dovrò testimoniare di nuovo, vero?”
“No, tranquilla. Dovrai solo startene seduta a goderti lo spettacolo.”
Il vampiro non era stato sarcastico, eppure un che di ansioso persistette nel suo tono di voce.
“Corvus, parlami per favore. Perché sei nervoso? È per Tom?”
“No. Per Doc.”
Sentendo nominare all’improvviso il suo vampiro preferito, quello che le stregava i sensi con uno sguardo e sul quale fantasticava ogni volta che si ritrovava sdraiata a letto, Gina arrossì e si arrestò di colpo. “Cosa c’entra lui? Gli è successo qualcosa?”
“Niente, per il momento. Dopo stasera… Ah be’, staremo a vedere.”
“Sei la persona più criptica che conosca! Giuro, mi stai facendo preoccupare a morte!”
Sulle labbra dell’uomo comparve una smorfia di disapprovazione. “Vedo che lui non ti è indifferente. Mi domando perché…”
“Con questo cosa vuoi dire? Non faccio preferenze tra di voi!” rispose, mettendosi subito sulla difensiva.
“Infatti. Ci tratti tutti come fantasmi. Quando ci rivolgi una mezza parola, lo fai sussurrando, quasi ti aspettassi di essere aggredita. Tranne con Doc: con lui sbraiti, ti arrabbi, ti agiti... Viene fuori il tuo bel caratterino, oserei pensare.”
Colta in castagna, abbassò lo sguardo sulle proprie scarpe, per cercare di nascondere l’imbarazzo. Corvus, però, non aveva bisogno di guardarla per sapere quale effetto avessero ottenuto le sue parole: anche Doc reagiva allo stesso modo e la cosa lo metteva in ansia.
“Non dico che tu debba sbloccarti dall’oggi al domani, ma credo sia giunto il momento di liberarti delle tue sciocche paure. Finora ti abbiamo trattata civilmente, mi pare. Se ti sforzassi un pochino, ti accorgeresti di non essere sola, né in pericolo come credi.”
Ancora più imbarazzata dal sentirgli dire quelle parole, si azzardò a guardarlo velocemente negli occhi. Voleva capire se fosse sincero ma, per qualche strano motivo, non ci riuscì.
“D’accordo, ma è più facile a dirsi che a farsi. Tu non sai com’è stata la mia vita.”
“E tu, invece, conosci qualcosa delle nostre? Fa’ un passo alla volta, vienici incontro. Magari inizia a chiamarmi Decimus, che è il mio vero nome. Corvus è un soprannome che detesto, perciò usalo solo se non ne puoi fare a meno e all’esterno.”
Esterno? Cioè fuori? E chi si azzardava a uscire dalla sicurezza del Campo?
“Ci proverò” gli promise dubbiosa, prima di salutare. “Vado a vestirmi, poi vi raggiungo da Gus. A proposito, non mi hai detto perché sei in ansia per Tiberius!”
Corvus la fulminò con un’occhiataccia e il suo umore ridivenne subito nero. “Lo vedrai. A dopo e mi raccomando, vestiti in maniera consona: non sarà una festicciola.” Le dette le spalle e corse veloce verso le scale.
Tra tutti i Legionari, lui era quello più sfuggente e il fatto che fosse tanto preoccupato la mise in allerta. Entrò in ascensore meditando su cosa dovesse aspettarsi da quella serata. Non aveva mai assistito a una vera esecuzione, tuttavia non poteva negare che quella di Aureliano le desse particolare gioia.
Era stato lui il suo ultimo carnefice. Anche solo per questo, meritava di morire. Quando entrò in camera sua, si accorse addirittura di fischiettare e ne rimase un po’ sconcertata.
Possibile che fosse cambiata a tal punto da godere della morte di un individuo, malgrado fosse uno spregevole assassino? Non doveva piuttosto provare pena per lui e per Tom, considerando che, per un figlio, dovesse essere traumatico decapitare il proprio padre?
Entrò nella doccia domandandosi se lei ne sarebbe stata capace.
Uccidere un genitore no, non avrebbe mai potuto, specie un padre e una madre affettuosi come i suoi. In compenso, c’erano altre persone che avrebbe ammazzato volentieri, senza alcun tipo di rimorso.
Il nome di Ben, per esempio, ce l’aveva sempre in mente.
Odiava non poter dimenticare cosa le avesse fatto e non poter cancellare tutte le azioni spregevoli che avevano commesso insieme o in compagnia di altri membri del loro club di depravati. Detestava svegliarsi al tramonto e trascorrere tutto il tempo ad alimentare il rancore nei suoi confronti e il disprezzo per se stessa. Lei non era una persona malvagia, ma ogni giorno si sentiva sempre più consumata dai rimpianti e da uno sfrenato, profondo desiderio di vendetta.
Cosa diceva questo di lei? Che stava diventando un mostro abietto come loro? Che presto avrebbe ceduto a quella forza oscura e trascinante che sentiva agitarsi nelle sue viscere e che esigeva a gran voce giustizia?
Allora, come avrebbe fatto a trovare i suoi aguzzini? E poi, una volta individuati, avrebbe avuto lo stomaco di affrontarli a viso aperto e di ricambiare il disonore e le umiliazioni subite?
Non sono nemmeno un vero vampiro, pensò con amarezza. Una creatura che ha paura persino della propria ombra, ecco quello che sono.
Si arrovellava continuamente su quell’argomento, finendo per sentirsi sempre più inferiore, inadeguata, fuori posto.
Che ci faceva lei tra quei soldati di un’altra epoca, dediti al lavoro di polizia e a un tipo di disciplina, fisica e mentale, che, al solo pensiero, le faceva saltare i nervi? Non avevano nulla in comune. Fosse dipeso da lei, avrebbe cercato una compagnia differente e, in alcuni momenti, persino il ranch in Wyoming le sembrava più allettante di quel bunker, in cui si sentiva sia protetta che soffocata.
Se non fosse stato per Alice e per quel maledetto anno, in cui per legge era obbligata a restare sotto la tutela assoluta di Tiberius, avrebbe fatto i bagagli e sarebbe andata a vivere in una caverna in Siberia.
Ovviamente, lasciare lui sarebbe stato straziante ma, se rifletteva sul suo comportamento sempre così amichevole, non poteva che dedurre che la sua cotta per lui fosse unilaterale e non ricambiata. Tiberius era un vampiro onorevole, ligio alla legge e non si sarebbe mai approfittato di lei. Una rarità, in pratica.
Tamponò con cura i capelli, applicò generose quantità di spuma sui ricci e si sistemò l’asciugamano sul corpo. Doveva darsi una mossa, se non voleva mancare all’esecuzione. Aprì la porta del bagno e, seduta sul letto a leggere una rivista di moda, trovò la sua migliore e unica amica.
“Alice!” gridò, lanciandosi a super velocità su di lei.
Fortuna che la donna avesse ereditato, per così dire, da suo marito, tanta di quella forza da essere facilmente in grado di sostenere quell’assalto. Si abbracciarono con entusiasmo ma, mentre si lasciava andare alla gioia di rivederla, Gina finì col sentirsi di colpo tanto infelice da scoppiare a piangere sulla sua spalla.
“Ehi” mormorò Alice, scostandole i capelli dal viso. “Sapevo di mancarti, ma non credevo così tanto!”
Le sorrise tra le lacrime e parlò a singhiozzi. “È per i tuoi capelli! Ogni volta che li vedo così corti, mi si spezza il cuore!”
“Addirittura? Sei peggio di mio marito. Lui me lo rinfaccia solo di tanto in tanto, ma si sta abituando e soprattutto non piange. Cosa che non si può certo dire di te.”
Gina si immusonì e non solo per il paragone, che trovò ingiusto. “Immagino che non stiamo più parlando di capelli.”
Alice annuì e la sua espressione divenne seria. “Bingo! Perché credi che volessi vedere te per prima? Sono entrata di soppiatto per parlarti.”
Dubitava che fosse davvero sfuggita al radar tecnopatico di Gus, comunque era felice di averla tutta per sé, almeno per un po’.
Si mise a frugare tra i vestiti per trovarne uno da funerale, poi lo indossò, preparandosi alla ramanzina. “Cos’ho fatto stavolta?”
“Niente, è proprio questo il punto. Mi sono assentata per un mese e mi avevi promesso che avresti cercato finalmente di ambientarti ma, quando ti chiedevo come stessi, mi scrivevi che andava tutto alla grande, invece gli altri mi raccontavano che neanche mettevi il naso fuori dalla tua stanza.”
“Spioni! Mai che mi dessero tregua!” sbottò.
“Dici sul serio? È dall’inizio dell’anno che ti sei presa una tregua! Cosa credi, che a loro piaccia vederti così chiusa in te stessa, sempre triste? Non sei una condannata a morte! Loro si sforzano di conoscerti, di aiutarti a venir fuori dal tuo guscio, ma tu non glielo permetti.”
Risentita, Gina spezzò involontariamente la matita per occhi che aveva tra le dita. Lo sguardo rosso vivo da vampiro che vide nello specchio la turbò a tal punto che, non sapendo come farlo spegnere, strinse i pugni e si conficcò le unghie nei palmi.
“E cosa, di grazia, dovrei fare? Partecipare alle loro stupide riunioni? Fare le ronde ogni notte, improvvisarmi maestra nell’arte del combattimento? Loro vivono di sangue e violenza, cara, nel caso te ne fossi dimenticata! Saranno anche dei buoni poliziotti, ma sono soprattutto vampiri, perciò fammi il favore di non confonderti, perché io non sono come te.”
L’invidiosa accusa che le aveva rivolto restò nell’aria per qualche secondo, come un fumo velenoso, finché Alice non la disperse con un sospiro. Pensierosa, rimase in silenzio alle sue spalle. Non riteneva di doversi giustificare per il fatto di essere ancora umana e attese che l’amica si rendesse conto di aver esagerato.
Gina si prese quel tempo per calmarsi, truccarsi e darsi della sciocca: proprio non capiva perché ce l’avesse tanto con lei, dopo tutto ciò che aveva fatto per darle una nuova vita. Alice, però, non demordeva e, dopo qualche minuto, riprese a martellare sull’argomento.