14° Il cielo blu, il sangue rosso

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14° il cielo blu, il sangue rosso Fuori dall’osteria, il morso caldo delle giornate di inizio estate si allenta nella fresca leccata della sera. La temperatura è quella ideale per credersi felici. Dopo avere congedato il mio staff, libero la bici dal palo a cui l’ho assicurata. L’aria profuma di frivolezza mentre pedalo nei viottoli del centro storico, sfilando accanto ai brindisi nei dehors, alle risate sotto i portici, ai corteggiamenti a cielo aperto. Bologna è la mia città non solo perché ci sono nato, ma perché in ogni angolo più remoto, anche sconosciuto, trovo pietre che sembrano appartenermi per chissà quale diritto acquisito. Bologna è l’amica occasionale che incontri sempre in giro a fare baldoria, e a cui offri una bevuta ricevendone in cambio due. Bologna si concede senza timidezze quando rinunci a obbedire alle mappe e a rispettare gli orari, quando scordi l’agenda e improvvisi i tragitti. Ed è così che mi piacerebbe viverla, proprio come uno qualsiasi dei suoi abitanti, indigeno o forestiero, ognuno di loro amalgamato nel dolce impasto della socialità. Solo che ormai non mi sento più indigeno, tanto meno forestiero. Il mio mestiere mi ha reso apolide. Le conseguenze di ciò che faccio, i risultati della squadra, incidono troppo profondamente sull’umore di migliaia di persone per illudermi di mescolarmi a loro. Ci sono allenatori che dopo una sconfitta si murano in casa. Si nascondono, diventando ospiti invisibili. Non li biasimo: i tifosi non concedono sprazzi di piacere a chi, secondo loro, non onora al meglio il proprio dovere. Ma io non mi nascondo. Non mi nascondo perché vinco. E anche quando non vinco so come divertire la mia gente. La coscienza è quindi intatta mentre spingo sui pedali, alimentato da uno spirito lieve, quasi incosciente, salutando chi mi saluta, sorridendo a chi mi sorride, ripensando a quel pensiero depositato pochi giorni fa nei circuiti del mio telefono e a cui, in realtà, non ho ancora risposto. “Lo sai che ti aspetto. Sempre.” Per rimediare, tiro fuori il cellulare dalla tasca dei pantaloni e governando la bici con la sola mano sinistra digito il messaggio in equilibrio precario: “Odio farti aspettare.” Il telefono torna in tasca ed entrambe le mani sul manubrio, mentre mi destreggio nella gincana urbana schivando le sfuriate dei taxi, le inversioni dei pedoni e il rammarico di dovermi già riconsegnare all’altra famiglia, Sandra e Mattia, quando invece sarei invogliato a imbucarmi nei locali per godermi il tempo che mi è negato, oppure a precipitarmi da chi, a suo dire, mi aspetta sempre. Da chi odio fare aspettare. Così come un salmone risalgo la corrente, allontanandomi a fatica dalle piazzette affollate di chiacchiericcio e luccichii, e inoltrandomi in quartieri mano a mano più spopolati e bui, una volta oltrepassata la cintura dei viali che delimita il centro. Oltre quell’anello, Bologna degrada inevitabilmente in una qualsiasi altra città: lasciati indietro i palazzi dai mattoni bruni, le torri storte e le basiliche austere che vigilano sulle passeggiate, l’asfalto grigio è sempre asfalto grigio e i condomini sono sempre condomini. Però io abito un po’ più su, dove la pianura inizia a gonfiarsi in collina e dove le ville con giardino sono i distintivi di chi ce l’ha fatta. Quando la pendenza inizia a rimproverare i muscoli, obbligandomi ad alleggerire il rapporto e a intensificare gli sforzi, un’auto di piccola cilindrata mi affianca. Per qualche secondo mantiene la mia stessa andatura, dando modo al tizio seduto sul lato del passeggero di esaminarmi con attenzione. Nonostante il tepore della serata, una sciarpa gli avvolge mezza faccia. L’allarme che squilla nella mia testa mi costringe a cercare sbocchi secondari in cui deviare, ma ogni contromisura è anticipata dall’autista, che accelera di colpo e poi sterza davanti a me, tagliandomi la strada. Stringo forte la leva del freno e pure quella del cuore, con gli pneumatici che sibilano strozzati dalle pastiglie e le pulsazioni che galoppano frustate dallo spavento. Di vie laterali non ce ne sono. Giro allora la bici per tornare indietro, ma una seconda auto si ferma a una decina di metri da me, bloccandomi la discesa. Dalla vettura escono due uomini, entrambi con una sciarpa metà rossa e metà blu a camuffargli il viso. La coppia della prima auto li imita allo specchio: lasciati il motore acceso e le portiere aperte, mi sta già venendo incontro. «Vi do tutto quello che ho» dico ai quattro mostrando il portafoglio. Rassegnandomi alla rapina. Arrendendomi all’imboscata. Al loro studiato accerchiamento. Al mio cuore che si asciuga. «Sarti!» grida il tizio che prima mi ha avvistato dal sedile del passeggero. «Sei un bastardo traditore!» «Sai cosa succede ai pezzi di merda come te?» dice quello che era al volante, mentre la luce dei lampioni fa scintillare un oggetto di metallo fra le sue dita. «Figlio di puttana» arrivano insulti anche da dietro. «Ti sei venduto il culo, coglione infame.» Non è una rapina. È un agguato. E aspettavano proprio me. Che ho la difesa sguarnita. Sprovvista di ogni strategia. Abbandonata alle reazioni dell’istinto. Quelle che adesso mi fanno correre via da lì anche se non ci sono varchi in cui scappare, zigzagando in mezzo alla carreggiata e implorando che almeno l’impegno profuso per salvarmi possa essere apprezzato da una qualche laica e compassionevole divinità disposta a risparmiarmi le sofferenze che non merito. Ma i quattro mi sono addosso prima ancora che io mi renda conto dell’inconsistenza della preghiera. Nel giro di un paio di respiri affannati, il branco ha catturato la preda e un pugno si è già schiantato sulla mia nuca. Il blackout del cervello mi taglia le gambe, facendomi grattare l’asfalto con le ginocchia. Forse perderei i sensi se non fossero violentati da un trauma ancora peggiore: la lama di un coltellino che scava nel mio braccio, appena sotto la spalla, prima di essere estratta dalla carne per prepararsi a offendere di nuovo. Lacrime agli occhi e ulcera al cuore. Poi sento il rumore di uno scooter, che dopo avere risalito i tornanti della strada arriva fino alla nostra altezza, rallentando prudente di fronte alla scena. I quattro stronzi, distratti dallo spettatore involontario, mollano per un attimo la presa su di me, lasciandomi intravedere quello spiraglio di salvezza in cui non posso non infilarmi. Dando fondo a quel goccio di energia distillato dalla paura, mi divincolo dai miei aggressori, scatto verso lo scooter e balzo in sella dietro al guidatore. «Vai, vai, vai!» gli urlo nel casco aggrappandomi ai suoi fianchi. Lo scooter riparte in una sgommata ansiosa, sfuggendo ai teppisti dalle sciarpe metà rosse e metà blu. Dopo un centinaio di metri mi volto indietro: i quattro uomini sono ancora lì fermi accanto alla mia bicicletta. Non insistono a seguirmi. L’avvertimento che dovevano recapitare è evidentemente arrivato a destinazione. Superata una curva, la banda sparisce dalla mia visuale, mentre lo scooter continua a filare veloce bruciando la salita. Urlo al guidatore di dare tregua all’acceleratore e poi lo istruisco di portarmi dove abito. Quando smonto a terra, il braccio è un incendio di dolore. Provo a tappare la ferita con la mano buona. «Ehi, ma tu non sei l’allenatore del Bologna?» mi chiede il mio salvatore, levandosi il casco. È un ragazzo sui vent’anni dall’accento meridionale, probabilmente uno studente fuori sede reduce da una bisboccia etilica. Non so cosa sarebbe successo se non si fosse liberato dalla combriccola, con ancora un buon margine di sicurezza dalla sbronza irreversibile, giusto in tempo per venire a ripescarmi dalla mischia. Alzo gli occhi per ringraziare il cielo e il cielo mi risponde con il suo blu pacifico. Il blu pacifico della notte. Abbasso gli occhi per consultare il braccio ferito e il braccio ferito mi risponde con il suo rosso inquieto. Il rosso inquieto del sangue. Tutto torna: blu è la notte, rosso è il sangue, rossoblù quelle sciarpe. Poi mi si spengono le forze, la nausea risale fino in gola e la vista mi si decolora. Si decolora la pace notturna. Si decolora l’inquietudine del sangue. Si decolora il viso alticcio del mio benefattore. Si decolora il fondale tratteggiato di ville e giardini. Niente più blu, niente più rosso. Niente più colori. Tutto, nella nausea, vira in bianco e nero. «Lo ero» gli dico prima di svenire.
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