A meno che la gente non mi si dimostri più sgradevole dell’ordinario, ho la stolta abitudine di prenderla a benvolere. La parte migliore del carattere del mio simile, caso mai una parte migliore ci sia, è quella che di solito prevale nella mia stima e compone l’emblema con cui riconosco l’individuo. Poiché la maggior parte di quei vecchi doganieri aveva dei lati buoni e il mio atteggiamento verso di loro, per esser paterno e protettore, favoriva lo sboccio di sentimenti amichevoli, tosto mi ritrovai a voler bene a tutti quanti. Era bello nelle mattine d’estate, quando l’afa cocente, che quasi liquefaceva il resto del consorzio umano, largiva soltanto un grato tepore ai loro organismi semiintirizziti; era bello ascoltarli ciarlare nell’ingresso sul retro, tutti in fila nella solita posizione a ridosso della parete; mentre si fondevano i frizzi congelati di generazioni lontane e uscivano da quelle labbra con le bolle del riso. Vista dal di fuori, la festevolezza dei vecchi ha molto in comune con l’allegria dei fanciulli; l’intelletto, o quanto meno un senso profondo d’umorismo, ci hanno poco a che fare, in ambo i casi è un bagliore che giuoca alla superficie e impartisce un aspetto giulivo e solare al verde ramoscello e al bigio tronco in disfacimento. Nell’un caso, tuttavia, è vero sole; nell’altro, somiglia più alla fosforescenza del legno marcescente.
Occorre però avvertire il lettore che sarebbe una grave ingiustizia descrivere tutti quegli eccellenti amici come dei rimbambiti. In primo luogo, i miei collaboratori non erano sempre vecchi; c’erano tra di loro degli uomini nel pieno vigore degli anni, di notevole abilità ed energia, e di gran lunga superiori al lento e passivo tenor di vita decretato dalla loro cattiva stella. Eppoi, mi accorgevo talvolta come le bianche ciocche della vecchiaia fossero solo il graticcio che copriva un ricetto mentale in buone condizioni. Ma per quanto riguardi la maggioranza del mio corpo di veterani, non farò loro torto definendoli complessivamente un’accolta di vecchi seccatori i quali dalle svariate esperienze della vita non avevano ricavato nulla che meritasse d’esser posto in serbo. Sembrava che avessero gettato via l’aureo grano della saggezza pratica nonostante le numerose occasioni di mieterlo, e riposto le memorie nella loppa con la massima cura. Parlavano con molto più interesse e fervore della colazione del mattino o del desinare di ieri, di oggi o di domani, che non del naufragio di quaranta o cinquant’anni avanti e di tutte le meraviglie del mondo contemplate dai loro giovani occhi.
Il padre della Dogana, il patriarca non solo di quel piccolo squadrone d’ufficiali, ma oso dire della rispettabile corporazione dei doganieri di tutti gli Stati Uniti, era un certo Ispettore permanente. Si poteva a ragione definirlo un figlio legittimo del sistema tributario, del quale era imbevuto fino agli occhi, e sotto le cui insegne s’era distinto fin dalla culla: giacché il suo genitore, colonnello nella guerra della Rivoluzione e prima collettore del porto, aveva creato un incarico appositamente pel figlio, e la nomina risaliva ad un’epoca remota che pochi viventi son oggi in grado di ricordare. Quando lo conobbi, l’ispettore contava press’a poco ottant’anni, ed era certo uno degli esemplari più meravigliosi di piante perenni che sia dato scoprire nel corso intero di un’esistenza. Con le floride gote, la figura massiccia vistosamente abbigliata d’una giubba turchina dai bottoni lucenti, il passo svelto e vigoroso, il sembiante sano e abbronzato, costui sembrava davvero... non giovane, questo no, ma una specie di nuovo congegno di Madre Natura in forma d’uomo, che gli anni e gli acciacchi non dovevano permettersi di toccare. La voce e il riso echeggianti perpetuamente nella Dogana non avevano il chioccio tremolio ch’è proprio dei vecchi; bensì gli uscivano tronfi dai polmoni come il canto del gallo o uno squillo di tromba. Guardandolo come un semplice animale, e d’altronde c’era poc’altro da guardare, costituiva una vista racconsolante per la robustezza e vitalità a tutta prova della sua fibra e per la capacità di godere in quell’età decrepita, tutte o quasi tutte le gioie che aveva potuto ambire o immaginare. La spensierata sicurezza della sua vita alla Dogana, con lo stipendio fisso e solo qualche lieve e sporadico timore di licenziamento, avevano senza dubbio contribuito a far sì che il tempo gli scorresse leggermente sulla persona. Le cause originali e più efficaci di ciò, consistevano peraltro nella rara perfezione della sua natura animale, nella modesta porzione dell’intelletto, con scarsissima aggiunta d’ingredienti morali e spirituali; questi ultimi, anzi, in misura appena bastante ad impedire al vecchio gentiluomo di camminare carponi. Non possedeva costui forza di pensiero, profondità di sentimento, ingombranti sottigliezze di sorta; nulla, infine, tranne pochi istinti comuni i quali, con l’ausilio dell’umore giocondo che nasceva di necessità dal benessere fisico, facevano onorevolmente e con soddisfazione generale le veci d’un cuore. Era stato marito di tre mogli, tutte morte da un pezzo; padre di venti figli, la maggior parte dei quali, in varie epoche dell’infanzia o dell’età matura, erano parimenti tornati alla polvere. Ecco qui, verrebbe fatto di pensare, un motivo di dolore sufficiente a intridere di color nero l’indole più giuliva. Non già nel caso del nostro vecchio ispettore! Un breve sospiro bastava a sgombrare l’intero fardello di coteste reminiscenze funeree. L’attimo seguente, era pronto allo svago come un pargolo ancora in gonnelle; molto più pronto del giovane scrivano del collettore, che a diciannov’anni era di gran lunga il più anziano e posato dei due.
Solevo spiare e studiare quel personaggio patriarcale con più viva curiosità, parmi, d’ogni altro campione umano che si offriva alla mia attenzione. Egli era davvero un fenomeno raro; così perfetto da un punto di vista; così vuoto, illusorio, impalpabile, un nulla assoluto da tutti gli altri. La mia conclusione si fu, ch’egli non possedeva anima, cuore, intelletto; nulla, ripeto, all’infuori di certi istinti: e d’altronde, tanto accortamente eran stati combinati quei pochi materiali del suo carattere, non ne resultava una penosa sensazione di deficienza, bensì, da parte mia, un appagamento completo in quanto scopersi in lui. Sembrava difficile, e lo era davvero, concepire come avrebbe fatto ad esistere nella vita futura, visto che in questa appariva così terreno e sensuale; certo però la sua esistenza quaggiù, ammesso che dovesse cessare con l’estremo respiro, non gli era stata data con malanimo; ché non aveva responsabilità morali più elevate di quelle della fauna terrestre, bensì un campo di godimento più vasto del suo e tutta la beata immunità dalla malinconia e dal grigiore della vecchiaia che la distingue.
Un punto di stragrande vantaggio ch’egli presentava sui confratelli quadrupedi, consisteva nella facoltà di rammentare i buoni pranzi, la cui consumazione aveva contribuito non poco alla felicità della sua esistenza. La ghiottoneria era un suo tratto piacevolissimo; e sentirlo discorrer d’arrosti stuzzicava l’appetito non meno dell’ostriche o dei sottaceti. Poiché non possedeva degli attributi più nobili, e non sacrificava né infirmava alcuna dote spirituale dedicando ogni energia e talento alla gioia e al profitto del ventre, sempre mi piacque e mi soddisfece sentirlo dissertare sul pesce, sul pollame, sulla carne e sui metodi più indicati d’allestirli per la mensa. Le reminiscenze di piatti prelibati, per antica che fosse la data del banchetto, parevano offrire la fragranza del maiale o del tacchino alle nari di tutti. Sul suo palato indugiavano certi sapori che risalivano a non meno di sessanta o settant’anni avanti, ed erano tuttora manifestamente freschi come quello della costoletta di castrato da lui divorata testé alla prima colazione. L’ho udito schioccare le labbra a dei pranzi, ogni convitato dei quali, eccetto lui, era cibo dei vermi ormai da un pezzo. E che meraviglia veder sorgere di continuo al suo cospetto gli spettri di passate imbandigioni; non già adirati o vendicatori, ma come riconoscenti dell’apprezzamento di un giorno e vogliosi di moltiplicare una serie infinita di piaceri evanescenti e sensuali ad un tempo. Venivano rammentati una lombata di manzo, una coscia di vitello, una costoletta di maiale, un dato pollo o un tacchino particolarmente eccellente, che forse furon vanto della sua mensa nei giorni del primo Adams; mentre ogni successiva esperienza della nostra specie e tutti gli eventi che avevano illuminato od oscurato la sua carriera personale, gli erano trascorsi sul capo con un effetto non meno labile di quello della brezza fuggente. La vicenda più tragica nella vita del vecchio, a quanto potei giudicare, era stata la sua disavventura con una certa oca, vissuta e morta venti o quarant’anni innanzi; un’oca d’aspetto quanto mai appetitoso, ma che in tavola apparve così ostinatamente coriacea che il trinciante fu incapace d’intaccarne la carcassa, e si poté spaccarla soltanto con l’accetta e la sega.
Ma è ora d’abbandonare questo ritratto; sul quale tuttavia sarei lieto di soffermarmi assai di più, perché tra tutti gli uomini che ho conosciuto, quello era il meglio adatto a fare il doganiere. Molti, per dei motivi cui non so se m’entrerà di accennare, subiscono un danno morale da cotesto tenor di vita. Il vecchio ispettore n’era immune; e se avesse dovuto mantenersi in carica fino alla fine del mondo, sarebbe stato altrettanto vegeto d’allora, e pronto a sedersi al desco con pari appetito.
C’era un’altra effige, senza la quale la mia galleria di ritratti della Dogana resulterebbe inspiegabilmente incompleta; ma che le occasioni relativamente scarse che ebbi di osservarla, mi permettono di tracciare soltanto come un semplice abbozzo. È quella del Collettore, il nostro prode e vecchio Generale che, dopo il brillante servizio militare seguito dalla reggenza d’un vasto territorio ancor selvaggio a ponente, era venuto laggiù vent’anni prima a trascorrervi il declino d’una vita movimentata e onorevole. Il bravo soldato contava già settant’anni o quasi, e proseguiva la sua restante marcia terrena gravato d’infermità che neppure la musica marziale delle memorie entusiasmanti riusciva ad alleviare gran che. Inceppato era il passo che fu in testa durante la carica. E solo con l’aiuto d’un servo, e aggrappandosi con mano pesante alla ringhiera di ferro, riusciva a salire lentamente e penosamente gli scalini della Dogana, indi, strascicandosi a stento, a raggiungere la sedia consueta presso il camino. Ivi soleva sedere, contemplando con aria serena ma un po’ vaga il viavai della gente tra il fruscio delle carte, le formule di giuramento, le discussioni d’affari e le occasionali chiacchiere d’ufficio; i quali rumori e avvenimenti parevan tutti agire solo indistintamente sui suoi sensi, e non riuscir quasi mai a farsi un varco fino alla sfera interiore della riflessione. Il suo volto, in quello stato di quiete, era mite e benigno. Se si cercava la sua attenzione, un lampo di cortese interesse traspariva da quelle fattezze, mostrando che in lui esisteva una luce, e ch’era soltanto l’involucro esterno del lume intellettuale ad ostruirne il corso dei raggi. Quanto più ti addentravi nella sostanza della sua mente, tanto più sana essa appariva. Allorché egli non era oltre richiesto di parlare o d’ascoltare, le quali operazioni gli costavano entrambe uno sforzo palese, la faccia tornava tosto a ricomporglisi nella blanda quiete di prima. Né dava pena osservare quella fisionomia: dacché, sebbene opaca, n’era assente l’imbecillità della vecchiaia in declino. La sua tempra, forte e massiccia, in origine, non era ancora caduta in sfacelo.
Studiare e definire il suo carattere sotto tali svantaggi, era comunque un compito arduo, come disegnare e ricostruire nella fantasia una vecchia fortezza, quella di Ticonderoga ad esempio, da un prospetto dei suoi ruderi grigi e cadenti. Qua e là le mura si presentano quasi intatte; ma altrove saranno soltanto un cumulo informe, ingombro della sua stessa potenza e copertosi d’erba e d’estranee gramigne durante lunghi anni di pace e d’incuria.
Nondimeno, guardando il vecchio guerriero con affetto (poiché, per scarsi che fossero i nostri rapporti, il mio sentimento nei suoi riguardi, come quello di tutti i bipedi e quadrupedi che lo conoscevano, si poteva a ragione definir come tale) avevo modo di scoprire i punti salienti del suo ritratto. Esso recava l’impronta delle nobili ed eroiche virtù che mostravano come non per mero accidente, bensì con pieno diritto egli si fosse procacciato una reputazione illustre. Il suo ardire, a parer mio, non era mai stato contraddistinto da un’attività disordinata; in qualunque epoca della sua vita, doveva esser intervenuto un impulso a metterlo in moto; ma una volta spronato a sopraffare gli ostacoli e a raggiungere una mèta adeguata, egli non era stato tipo da abbandonarla o fallirvi. Il fuoco che in passato ne pervase la natura e non era ancor spento, non fu mai della specie che scaturisce e balena in una vampa; ma piuttosto una cupa e intensa incandescenza come di ferro nella fornace. Autorevolezza, serietà, costanza: ecco la sua espressione di riposo, anche nella decadenza che l’aveva sorpreso innanzi tempo, nel periodo di cui parlo. Ma anche allora potevo immaginare che, pervaso da un eccitamento fin nel fondo dell’animo; spronato da uno squillo di tromba abbastanza potente per destarne tutte l’energie non morte ma solo sopite, egli sarebbe stato capace di sbarazzarsi dei malanni come d’una veste d’infermo, lasciar cadere il bastone della vecchiaia per brandire la spada, e balzar su nuovamente guerriero. E tuttavia, in un momento di tanto peso, il suo contegno non avrebbe smarrito la calma. Una scena del genere, peraltro, occorreva dipingerla solo nella fantasia; non aspettarsela, né auspicarla. Quant’io scorgevo in lui, con pari chiarezza dei bastioni indistruttibili della vecchia Ticonderoga già citata come il paragone più appropriato, erano i tratti d’una sopportazione tenace e ponderosa che poté ben equivalere a testardaggine negli anni giovanili; d’integrità, che al pari di tant’altre sue doti, componeva una mole considerevole ed era rigida e refrattaria come una tonnellata di minerale di ferro; e di benevolenza che, per quanto ferocemente egli avesse guidato le baionette a Chippewa o a Fort Erie, ritengo d’uno stampo non meno genuino di quella che anima un qualunque battagliero filantropo d’oggigiorno. A quant’io mi sappia, aveva ucciso degli uomini con le sue proprie mani; certo, n’eran caduti come fili d’erba sotto i colpi della falce, davanti alla carica a cui il suo ardimento impartiva il proprio impeto trionfante; ma sia come si fosse, il cuor suo non fu mai capace neppure della crudeltà sufficiente a soffiar via il polline dall’ala d’una farfalla. Ho ancor da conoscere l’uomo alla cui innata bontà farei più fiduciosamente appello.