Introduzione-2

1709 Parole
Vengono ricevuti regalmente dal re dei Burgundi, e ospitati con grandiosità. Nel giorno della Pentecoste si fa gran festa al castello. Da vicino e da lontano vengono i cavalieri, più nobili e più famosi, a visitare il re dei Burgundi. Allora anche Crimilde ha il permesso di presentarsi, a lato della madre Ute, scortata da cento camerieri portanti spada, e cento ornate dame e damigelle. È la prima volta che Crimilde si presenta in pubblico; e ella appare splendida come l'aurora sorgente da fosche nubi, nel mite bagliore della giovinezza, della bellezza e del segreto amore, come la luna brilla tra le nuvole con dolce splendore, tra le stelle. Siegfried, in distanza, la guarda e pensa: «Come mi sarebbe permesso di amarti? È una follia. Eppure, se dovessi abbandonarti, preferirei morire». Allora Gunther invita cortesemente Siegfried a avanzarsi per salutare sua sorella. E l'eroe si avanza e si inchina dinanzi a Crimilde; e il segreto amore li attira uno verso l'altro e si scambiano il primo lungo sguardo della promessa. Ma, in canzoni più antiche si parla di una strana avventura di Siegfried che qui è accennata soltanto indirettamente. Egli era già stato marito di Brunilde, la misteriosa regina di Islanda, e poi la aveva abbandonata. Ella viveva al di là del mare, era famosa per la sua splendida bellezza, ma anche per la sua forza straordinaria, soprannaturale. Ella si cimenta in esercizi cavallereschi, con i signori che chiedono la sua mano, al lancio dello spiedo, al tiro della frombola, al salto dietro la pietra gettata, e non vuole cedere la sua persona se non al cavaliere che l'avesse superata in queste tre prove. Ma chi era vinto ci rimetteva la vita. Più di un eroe era già andato a conquistare l'amore della forte e bellissima Brunilde, e non era più ritornato; allora anche il re Gunther del paese dei Burgundi decide di arrischiare la vita per amore di lei e prega Siegfried di aiutarlo in tal cimento. Siegfried acconsente, ma a patto che Gunther gli conceda la propria sorella Crimilde; Gunther gliela promette in moglie, appena Brunilde sia venuta nel suo regno. Dopo dodici giorni di navigazione essi giungono a Isenstein dove impera Brunilde. Sulla riva del mare si innalzano 86 torri magnificamente ornate, di fattura straniera, quasi paurosa, che cingono tre vasti palazzi e una immensa sala dei signori. Soltanto a Siegfried è noto questo lontano paese, questo meraviglioso castello, è nota la sua superba abitatrice e signora. E anche l'altera donzella conosce, oh, troppo bene! l'eroe che si avvicina. Ma Siegfried vuole Crimilde e nessun'altra. Con l'aiuto del cappuccio magico che lo rende invisibile, egli vince in tutte le prove la regina, fingendo che sia Gunther il vittorioso. Quindi Brunilde, secondo i patti convenuti, sposa il re dei Burgundi. Al ritorno sono celebrate le nozze di Siegfried con Crimilde e di Brunilde con Gunther. Le lacrime cadono lungo le chiare guance della bella, inclita Brunilde. Gunther, la cui coscienza non è punto tranquilla, meravigliato e ansioso, le domanda perché pianga. E Brunilde risponde: «Piango per la sorella tua Crimilde, che tu non hai dato in sposa a un re, ma a uno dei tuoi vassalli, e così hai avvilito il suo decoro». Il primo nodo fatale dell'azione si è stretto a questo punto, ma il lettore non può ancora intenderne tutte le profonde, intime complicazioni. Brunilde piange,... e evidentemente le ragioni del suo pianto non sono che pretesto. Per intendere il sentimento che fa spargere lacrime alla feroce vergine, dobbiamo risalire a più antiche leggende, che hanno la loro radice nelle età pagane. La poesia popolare germanica fuse nel medesimo crogiolo il deismo indigete con le nuove creazioni, che si adattavano alle teorie della nuova religione. Ma, osservando bene, tutto questo poema dei Nibelunghi ha in sé ancora assai più della feroce violenza dei tempi pagani che non delle miti massime cristiane. Anzi, Dio, la Vergine, i Santi, e nessuna delle dolci e sublimi figure del Cristianesimo, non appaiono mai nel violento rotare di passioni selvagge, fra le quali la principale motrice delle azioni è la implacabile e feroce vendetta. Il mito pagano, di antica origine teutonica, è andato perduto nell'originale, ma le saghe nordiche ce lo hanno conservato. Nella Canzone dei Nibelunghi non si fa speciale menzione di cotesti antichi miti, ma si dànno come per conosciuti. Infatti essi dovevano esserlo, e le origini di Siegfried, e la sua forza straordinaria, e le precedenti prodezze compiute, alle quali si accenna in molti altri poemi e saghe precedenti, furono certamente per secoli familiari alle nazioni nordiche. Ma, in fondo, che altro è l'eroe Siegfried se non l'ellenico Achille? Entrambi di origine divina, forti, invulnerabili, fuorché in un punto solo. Dalla segreta gelosia di Brunilde avrà origine il dramma. Un giorno le due regine si insulteranno a vicenda, e Brunilde chiederà vendetta al fido Hagen, il quale, d'accordo coi re, decide la morte di Siegfried. Il giovane eroe viene ucciso a tradimento durante una partita di caccia, e il suo cadavere sanguinante viene deposto dinanzi alla porta di Crimilde. Nella seconda parte della canzone assistiamo all'implacabile dolore di Crimilde, che non sogna più che la vendetta. Trascorrono così tredici anni. Nuovi personaggi entrano in azione. Nel lontano paese degli Ungari, o, se si vuole, degli Unni, muore frattanto Helke, la moglie di Re Attila, la quale ha gran parte nelle canzoni e nelle leggende del tempo. Attila, rimasto vedovo, pensa a riammogliarsi. Gli parlano di Crimilde, la vedova di Siegfried. Attila rimane qualche tempo dubbioso, ma il suo fido consigliere Rüdiger di Bechlar lo induce a chiedere la mano di Crimilde. Rüdiger stesso è incaricato dal re di questa missione, e arriva a Worms, dove espone in forma solenne la sua ambasciata. Il re ed i suoi fratelli non sono alieni dall'accettare la domanda di Attila, soltanto Hagen ne li sconsiglia. «Voi non conoscete Attila», dice egli, «se lo conosceste, gli rifiutereste Crimilde; questo matrimonio vi procurerà gravi preoccupazioni». Ma i fratelli fanno pervenire la domanda di Attila a Crimilde. Dapprima ella rifiuta, pure alla fine si lascia persuadere a ricevere Rüdiger. E quando Rüdiger le dice: «Se, nel paese degli Unni, non avreste che me solo, me ed i miei uomini, fidatevi che, chiunque ardisse farvi del male, lo dovrebbe espiare duramente». Allora Crimilde sorge in piedi, animata dalla improvvisa speranza della vendetta, perciò acconsente al matrimonio. Alla corte di Attila è ospite Teoderico, il più grande eroe del suo tempo. Sono già 26 anni dacché Siegfried è caduto sotto il tiglio, nella foresta. E il tempo della vendetta è giunto. Così ella parla a Attila: «Da molti anni sono qui, e nessuno dei miei nobili parenti è mai venuto a visitarmi. Ora non posso più sopportare la lontananza dei miei, perché già qui dicono che io non ho nessuno al mondo, e che sono certamente una fuggiasca o bandita, senza parenti né patria». Attila è pronto a, fare quanto ella desidera, e allora Crimilde lo prega di invitare i suoi fratelli di Worms a una festa. Attila invia due messi a Worms, a invitare i re Burgundi, insieme ai loro uomini, alle feste del solstizio, nel castello di Attila in Ungheria. Quando i messi a Worms espongono la loro ambasciata, per sette giorni i re meditano se deve essere accettata o no. E, infine, benché Hagen si opponga seriamente, accettano l'invito. I messi di Attila ritornano al loro paese, e annunciano la riuscita della loro ambasciata. Crimilde è piena della spaventevole gioia dello scopo finalmente raggiunto. E il viaggio fatale si compie. Ma giungono a un punto, dove il Danubio ha allagato la pianura, e non c'è mezzo per passare oltre. Allora Hagen va su e giù lungo la riva, cercando la via, e ecco che ode nella foresta versare dell'acqua, con grande scroscio, dall'alto. Sono gli spiriti delle acque profonde, due ondine, che si bagnano, e Hagen, che sa come queste donne conoscano l'avvenire, le costringe a parlare: «Hagen, io ti voglio avvertire, ritornate indietro, finché siete in tempo; nessuno del vostro grande esercito ritornerà, a eccezione del cappellano del re». Lo stesso Hagen effettua il passaggio di tutto l'esercito, e vede per ultimo il cappellano del re, e, prima che questi possa montare sulla nave, lo lancia nei flutti. Ma il povero prete si volge verso la riva, e si mette in salvo. Quindi le schiere degli eroi vanno verso il paese degli Unni incontro all'irrevocabile destino. «Sono i miei congiunti», esclama Crimilde, «e ora chi mi vuol bene si sovvenga del mio dolore». Gli Unni si addensano in fitte schiere, desiderosi di vedere uno solo, il feroce Hagen, che uccise Siegfried, il più forte degli eroi. Si avanza a cavallo, il cupo terribile eroe, dall'alta statura, guardando con occhio pieno di collera la folla dei guerrieri, saldo come ferro nel petto e nel dorso, i capelli misti di grigio, l'espressione e i lineamenti del volto spaventosi. L'alta nobiltà e i re sono ospiti nel palazzo di Attila. E sarà durante il grande banchetto che Attila ha offerto ai suoi ospiti che incomincierà tra Unni e Burgundi la terribile strage eccitata da Crimilde. Tutti gli Unni sono sterminati, e i Burgundi ne lanciano i cadaveri giù dalla scala, dinanzi alla porta. La sera scende sopra l'orribile lotta. Il sangue scorre a ruscelli nel cortile. I Burgundi, chiusi nella sala, sanno che morranno di morte spaventosa; Crimilde offre la salvezza a tutti, purché le venga consegnato Hagen. Ma Giselher, il suo più giovane fratello, le risponde: «Noi morremo con Hagen!». Il furore di Crimilde non ha più limiti, ella fa appiccare il fuoco alla sala. L'impalcatura del soffitto piomba in tizzoni accesi sopra gli eroi, il fuoco, il fumo li soffoca, la sete li divora. Per placarla, Hagen consiglia di bere il sangue che scorre a torrenti. L'orrendo consiglio è accettato. Trascorre la notte tremenda, e allo spuntare dell'alba la mischia ricomincia. Hagen, vinto da Teoderico, è consegnato prigioniero a Crimilde, che lo uccide con la spada medesima di Siegfried. Ma Ildebrando, indignato di tanta ferocia, si slancia contro di lei e le taglia la testa. Tutti gli eroi Burgundi sono morti, e la canzone finisce con la melanconica considerazione che da ogni gioia nasce il dolore. Così questo singolare poema è tutto intessuto, come scrive Arturo Farinelli, di «lotte orrende, massacri, individualità che si affermano violentissime; l'umana belva che si scatena, la natura libera, selvaggia, nuda, cruda sdegnosa di civiltà, il primitivo, l'ingenuo, il barbaro. Il sole si occulta, si oscura il cielo, fugge la gioia; solo compenso all'amore il dolore». Luigi di San Giusto ( Luisa Macina Gervasio)
Lettura gratuita per i nuovi utenti
Scansiona per scaricare l'app
Facebookexpand_more
  • author-avatar
    Scrittore
  • chap_listIndice
  • likeAGGIUNGI