Chapter 4

2006 Words
Questo genere di divertimento non viene considerato un reato grave da chi lo pratica, che in genere non usa particolari precauzioni per nasconderlo. Se si è fortunati capita d’incontrare qualcuno che è al corrente del vizio, magari per ammissione del colpevole stesso: in ambiente rurale, uccidere gli animali domestici è considerato niente di più che una cattiva abitudine e talvolta perfino una necessità, senza far tanta differenza tra il topo e il gatto, o il cane del vicino, colpevole di qualche sgarbo. Per fortuna sono sempre più numerose le persone che disapprovano questo comportamento: bisogna individuarne almeno una e indurla a raccontare qualcosa, anche episodi non recenti. Spengo la fiamma, caccio la bustina nel pentolino e guardo l’ora. Non riesco a togliermi dalla testa che Gabriel abbia deciso di raggiungermi, anche se a questo punto dovrebbe essere già qui. Quasi quasi gli telefono; spero di fermarlo, anche perché una passeggiata notturna al di fuori dell’orario consentito dal giudice equivale a un’evasione vera e propria. Suona, suona e non risponde nessuno. Provo sul cellulare ed è spento. Non mi piace. Evidentemente è uscito e non va bene, ma allora perché non è ancora qui? Vado un attimo a far pipì, mi do una lavata alla faccia che sembra un caco maturo, ma non è che dopo sia tanto meglio, mi caccio sulle spalle un cardigan che avevo comprato nelle Shetland, la cosa più rigida e pungente che si possa indossare, afferro il cellulare ed esco. Non piove ma fa decisamente freschetto. D’istinto mi viene da guardare negli angoli bui, all’ombra dei rari terrazzini, nei minuscoli cortili dove la luce dei lampioni arriva poco o niente, per vedere se distinguo la piccola sagoma di un gatto raccolto a mangiare qualcosa per terra. Dovessi imbattermi in questa situazione, gli porterei via il suo misero pasto per poterlo analizzare con calma. Ma non vedo niente di simile e mi dirigo verso piazza San Michele. D’autunno e ancor più d’inverno il centro storico è deserto, sembra che non ci abiti nessuno, oppure che sia abitato da fantasmi. Io sono uno dei fantasmi e devo dire che qualche volta sentire l’eco dei miei passi sul pavé, come adesso, un po’ d’ansia me la mette. Oltrepasso la cattedrale e il monumento ai caduti e quando arrivo in piazza San Francesco non ci metto molto a capire che è successo qualcosa. Vedo soltanto i fanalini posteriori di una macchina che scompare in via Genova, la strada principale che costeggia le mura, e poi noto la signora Amina che sta per chiudere il portone di casa. Mi metto a correre e la raggiungo. “Amina, Amina, cosa è successo?”. “Oh, non si preoccupi dottoressa Ardelia! Non è successo niente di grave... Certo, se non fosse capitato sarebbe stato meglio” – cazzo che congiuntivi e condizionali da incorniciare! – “ma credo che si sia fatto male soltanto alla caviglia, o almeno, lui ha detto così!”. “Lui, chi?”. “Il dottor Steiner!”. “Il dottor Steiner si è rotto una caviglia?”. “Non so se sia rotta... a lei posso dirlo: secondo me stava uscendo... Dove andasse poi in una brutta sera come questa, chissà... Lui dice che ha messo male un piede, ma non ha spiegato bene. Noi lo abbiamo trovato su un gradino della scala che sale al suo appartamento. Non può uscire quando vuole, n’est pas? Io non conosco bene la legge italiana e nemmeno la sua situazione, so solo che lui deve stare in casa tante ore, come in una prigione, ma può fare la spesa e vedere gli amici, o sbaglio? Sono affezionata al dottore, però devo dire che è un po’ strano, vero?”. Eh, se è strano, Amina, non immagini quanto! “Ma di chi era quella macchina che è andata via?”. “Di mio marito. È lui che lo sta portando all’ospedale”. Bella storia: l’arabo che porta il vecchietto all’ospedale, vecchietto non solo ebreo, ma anche israeliano e forse un cicinin del Mossad, solo che l’arabo non lo sa. Buoni vicini di casa, shalom, salam, niente di più, ma va già benissimo così. “Ma come è successo?”, chiedo anche se ho già fretta di andare a prendere la macchina per correre all’ospedale. “Mia figlia ha l’influenza, è dall’inizio della settimana che è a letto con la febbre, non è nemmeno andata a Genova. Era in bagno, un muro dà sulla scala e lei ha sentito come un brutto rumore. Così ha chiamato mio marito. È stato un colpo abbastanza forte, ha detto, ma noi dal salotto non lo avevamo sentito. Lei ha pensato che al piano sopra abita soltanto più il dottore, perché monsieur l’ingégnieur è morto, poveretto. Così dietro a mio marito siamo andate tutte e due per vedere cos’era successo, e abbiamo trovato il dottor Steiner seduto su un gradino con una faccia brutta. Faceva ‘ahi, ahi’ e non s’è spiegato bene, dove è successo, insomma, e nemmeno come. Lui non voleva andare all’ospedale, ma poi ha capito che non poteva reggersi, anzi, neanche appoggiare il piede, che intanto era gonfiato come una noce di cocco, e così piano piano siamo arrivati al piano terra, mio marito è andato a prendere la sua macchina, e subito dopo è arrivata lei”. “Vado all’ospedale, grazie di tutto, ringrazi anche suo marito”. “Magari domani mi dia un colpo di telefono, per sapere come sta. E se ha bisogno, il dottore voglio dire, sa, all’ospedale il mangiare non è tanto buono, posso portargli qualcosa...”. “Certo, certo Amina, lei è un angelo!”. E lo penso veramente, ma ormai sono divorata dalla fretta e dall’ansia. Le do le spalle e sento lo scatto del portone che si chiude mentre corro verso il mio magazzino-cantina-garage, dove dorme il mezzo di locomozione più bello del mondo. Perché, porca paletta, non l’ho lasciato fuori dopo il funerale, che adesso mi tocca fare settemila manovre? Sì, perché è il mezzo più bello del mondo ma è lungo all’incirca sei metri! Prima di tutto devo telefonare all’avvocato Paola Siri, il legale di Gabriel, che in realtà è una mia amica, conosciuta qualche anno fa durante una conferenza sulle nuove tecniche investigative; da allora di tanto in tanto ci sentiamo, anche se ci vediamo raramente. È una professionista che stimo, ma ho dovuto insistere perché Gabriel accettasse di farsi difendere da lei. Lui aveva in mente un suo coetaneo, se va bene già defunto, conosciuto chissà dove e chissà quando, ho preferito non chiederglielo, esperto talmudista che di cognome fa o faceva una cosa tipo Goldberg e di nome Eliah. Faccio il numero mentre si scalda il motore. Suona due o tre volte, poi un clic e sento la voce di Paola. “Dormivi?”, chiedo con circospezione. “Sì, prima...”. Acidina. “È successa una cosa...”. “Cos’ha combinato il tuo amico?”. Quando dice ‘tuo amico’ e non ‘mio assistito’, è incazzata, anche se cerca di non dimostrarlo; non ha nemmeno perso un secondo in convenevoli del tipo: ciao, come stai, va tutto bene? In effetti è quasi notte fonda e ha ben immaginato che non volessi far conversazione. “È all’ospedale!”. “Va be’, poveretto, niente vieta un ricovero in caso di necessità. Hai fatto bene a dirmelo. Darò la comunicazione alle forze dell’ordine. Se s’è sentito male...”. “Non è proprio così...”. Silenzio. “Cosa vuoi dire?”. “Voglio dire che stava uscendo di casa e dev’essersi fracassato per la scala. Un suo vicino lo ha portato adesso all’ospedale”. “E tu come hai fatto a saperlo così tempestivamente?”. “In seguito a una mia telefonata, ho avuto il presentimento che volesse raggiungermi a casa mia: sai, mi hanno ammazzato il gatto...”. “Capisco. Vuoi dirmi che praticamente è evaso?”. “Praticamente”. “Lui è caduto in casa, chiaro? Poi s’è affacciato alla scala per chiedere aiuto. Raggiungilo il prima possibile, che non faccia casini. Io faccio il mio: ci sentiamo domani mattina”. “Grazie... E scusa”. “Ma ti pare. Buonanotte”. Nemmeno una parola di condoglianze: stronza! La prima volta che t’invito a cena sbaglio il peperoncino e poi ti guardo piangere! Arrivo all’ospedale, parcheggio, entro come un missile e mi fiondo in ‘pronto’; di lì mi dirottano in radiologia. Quando vedo la faccia sonnolenta di Massimo, il mio radiologo preferito nonché l’amico delle Cinque Terre che mi procura un bianco celestiale prodotto dal padre ottuagenario, ci manca poco che gli butti le braccia al collo. Il mio ottimismo non si spingeva così al largo da sperare che ci fosse lui di turno, e invece sì. “’Sti vecchietti! Terribili! La settimana scorsa mio padre si è inciampato e gli hanno dato sei punti su un ginocchio perché ha picchiato contro il bordo di una carriola piena di letame. Meno male che non ci è rovinato sopra, perché alla sua età si sarebbe ridotto le ossa in un mucchio! È tuo parente?”. “In un certo senso, ma sarebbe lunga da spiegare. Dimmi cosa s’è fatto”. “Gli è andata di culo, ah sicuro, proprio di culo...”, e mi parte con una spiegazione dettagliata della lesione, una frattura del malleolo tibiale con una bella rottura associata del legamento collaterale laterale. Non è remota l’ipotesi di un piccolo intervento chirurgico. Certo, sarà importante avere un quadro delle condizioni generali, prima di decidere il tipo di anestesia e d’intervento, roba che si farà domani mattina. E conclude: “E poi, sai, è arrivato uno con i controcoglioni a sostituire il vecchio dottor Marvaldi che è andato in pensione. Lo conosco da poco, ma è stato preceduto dalla sua fama, dicono che sia proprio in gamba”. “Quindi il mio vecchietto sarà in buone mani?”. “Penserei di sì”. “E come si chiama il tizio?”. Chissà, magari l’ho già sentito. “Dottor Landau, mi pare si chiami Michele, ma non mi ricordo bene. Che cognome strano: forse è sardo”. “No, non credo proprio”. “Da queste parti non l’ho mai sentito”. “Infatti non è di queste parti”. “Lo dici come se sapessi da dove arriva...”. “Davvero, non lo so. Tu l’hai già visto?”. “Sì, parecchie volte”. “Aveva l’aria del sardo?”. “Mah, e che aria hanno i sardi? Un accento un po’ strano ce l’ha, sembra più straniero che sardo però. Ma poi che ce ne frega”. “È bravo?”. “Pare proprio di sì”. “Ecco, questo è quel che conta!”. Se per Massimo, cresciuto tra creuze e mare, Landau può apparire un cognome sardo, al mio vecchietto la sua vera origine non sfuggirà. Mi godrò in pole position la curiosità che si risveglierà nei due medici ebrei quando si conosceranno. Per colpa di un piede messo male, i loro destini s’incroceranno per qualche giorno. Guarda te che stranezze la vita... Prima del bacio di commiato, Massimo mi indica la lettiga dove hanno provvisoriamente sistemato l’imprevedibile dottor Steiner, giusto il tempo di trovargli un posto letto in reparto. Sdraiato, una bella borsa del ghiaccio sulla caviglia bluastra, il pantalone arrotolato alla pescatora, fissa il soffitto. “Gabriel!”, corro verso la sua barella. “Ma cosa ti è saltato in mente? Eravamo d’accordo che ci saremmo visti domani!”. “Questo era quel che hai capito tu. Comunque io non stavo uscendo, sono caduto in corridoio!”, e ridacchia. Ha già imparato la versione ufficiale! “Gabriel, hai parlato con Paola?”. “Paola chi?”. E abbassa di colpo il volume. “Non fare lo spiritoso: Paola, il tuo avvocato”. “E chi l’ha sentita quella vipera! Ho capito dove vuoi arrivare: no, no, non è stata lei, ci sono arrivato da solo a pensare di dire di essere caduto in casa, non sono mica scemo!”. Bisbiglia e non capisco quasi niente, allora con la mano mi fa il gesto di avvicinarmi e nell’orecchio mi sussurra: “Secondo te ci potrebbero essere microspie?”. Sbatacchio la zucca per indicare un ‘no’ secco. Annuisce rassicurato e riprende a soffiarmi nell’orecchio: “In realtà quando ti ho detto che ci saremmo visti domani, volevo solo fartelo credere. Così te ne saresti rimasta a casa buona buona, e io avrei avuto il tempo di mettermi una giacca e venire da te. Non volevo che passassi una brutta notte da sola. Sapevo di infrangere la legge, ma mi sono detto: figurati se con tutti i delinquenti veri che ci sono in giro e quelli agli arresti domiciliari, tipo ladri, spacciatori, violentatori eccetera, la polizia viene a controllare un povero vecchietto! Così ho deciso di uscire, ma alla mia età la fretta è una cattiva consigliera!”. “Quindi sei uscito, violando gli arresti domiciliari, soltanto per venire a farmi compagnia in una sera difficile? Hai compiuto un gesto molto romantico e anche abbastanza scemo; soprattutto è stato scemo esserti precipitato giù dalle scale a ottant’anni come facevi quando ne avevi la metà!”. Questo bisbigliare perché nessuno ci senta mi ricorda la scuola e sospetto che ci faccia apparire idioti, ma lui mi costringe a stare piegata tenendomi per il bavero del cardigan. Strano che non si punga. “Avevo fretta e ho semplicemente messo male un piede sul gradino: può capitare anche a vent’anni; certo, sì, alla mia età magari capita più spesso e i guasti sono peggiori, ma ormai, mia piccola Ardelia, è andata così. Mi puoi perdonare?”. E certo che lo perdono, non solo questa, anche tutte le altre che ha combinato qualche tempo fa per colpa della sua presunzione e della sua diffidenza. Ma adesso non è il caso di rivangare il passato.
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