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2564 Words
4 Baby Alice “Siete sicuri che avverrà qui?” domandò Tiberius, irrequieto. Mostrandosi il più paziente, Gregorius annuì per l’ennesima volta. Ciononostante, anche lui era sulle spine, infatti non faceva che rigirarsi tra le mani quel ridicolo microtelefono che, nel 1991, era tra i più venduti. “Abbiamo utilizzato tutte le nostre risorse. West e i suoi collaboratori sono in posizione davanti agli altri ospedali, nel caso ci sbagliassimo.” “E le cliniche minori? Ci sono decine di ambulatori a Chicago e dintorni!” “Sono pattugliati da gente fidata, che ci avviserà in caso di novità e che sa come comportarsi, visto che abbiamo fornito loro istruzioni precise. Rilassati, Doc.” “Fai presto a dirlo, tu” borbottò, adocchiando poi in malo modo Cédric. “Che c’è?” sbottò questi, stufo delle sue occhiatacce. “Sarebbe stato meglio dividerci” gli rispose, astioso. Cédric, però, si era già opposto a quella proposta e con tale fermezza che persino Gregorius, che lo conosceva da più tempo, ne era rimasto impressionato. “La cosa migliore è rimanere uniti. Seguiamo l’istinto di Tom” ribadì, mostrandosi fiducioso. “Oh, ma guarda! D’un tratto siete diventati culo e camicia…” Nessuno ebbe voglia di replicare all’ennesima punzecchiatura. La prolungata attesa stava mettendo a dura prova i loro nervi e non serviva discutere con lui sul fatto che nessuno lo avesse messo a capo dell’operazione. Poi un’auto arrivò, frenando bruscamente davanti all’entrata del pronto soccorso, e i quattro vampiri si tesero, pronti a entrare in azione. Ne scese un uomo che, agitatissimo, andò ad aprire il lato del passeggero per aiutare sua moglie, incinta e con le doglie, a uscirne. “Non sono loro” mormorò Tom. Esausto, si afflosciò sul cofano della loro auto. Ogni minuto che passava era un minuto in cui una parte di lui moriva. Sentiva che non gli restava molto tempo, che a breve sarebbe accaduto l’inevitabile, ma sperava di assistere almeno al ritrovamento delle bambine. Voleva rivedere sua moglie, anche solo per una frazione di secondo. Pur essendo in apprensione per lui, proprio come tutti i presenti, Tiberius non riuscì a esimersi dal ripetergli la solita domanda. “Hai qualche prova che succederà qui, davanti a questo ospedale?” Volendo essere onesto con se stesso, continuava a dubitare che ciò che Tom aveva raccontato fosse reale. Non l’aveva esternato ad alta voce, ma riusciva a scorgere il medesimo dubbio negli occhi sfuggenti di Gregorius e, in parte, in quelli preoccupati di Cédric. Nell’avvocato, però, aveva individuato già a New York un atteggiamento più accondiscendente e ne era disturbato. Erano stati nemici fino a due giorni prima. Possibile che si fosse già convinto della buona fede del centurione e di quel suo allucinante racconto? Oppure stava solo fingendo e aveva qualche brutta sorpresa in serbo per loro? “Ho detto tutto ciò che so, che Alice e Maddie sapevano. Sono state abbandonate davanti al pronto soccorso.” “Sì, ma perché proprio questo?” insistette. Tom gli lanciò un’occhiata rapida, ma eloquente. Il tatuaggio lo aveva condotto là. Tiberius afferrò e smise di importunarli. Rimasero in attesa per un’altra ora. Poi, circa venti minuti dopo la mezzanotte, videro un individuo parcheggiare poco distante. Era basso, magro, poco più che maggiorenne e umano. Indossava abiti sdruciti e puzzava, puzzava terribilmente di fame, di povertà, di terrore. I vampiri riuscirono a fiutarlo anche a grande distanza. Singhiozzando, aprì lo sportello posteriore della sua auto, una Ford ammaccata in più punti e di un verde sbiadito, che sembrava pronta per la rottamazione. Si sporse sul sedile e tirò fuori una culletta di vimini, foderata di giallo. Dentro, due piccoli fagotti dormivano uno accanto all’altro, i visi vicini, le manine unite come se sapessero di dover approfittare di ogni istante che trascorrevano insieme perché, presto, non avrebbero più potuto farlo. Il cuore di Tom esplose nel petto, riprendendo a battere furioso. Allo stesso tempo, il tatuaggio sulla schiena ricominciò a bruciare ma, con esso, il giovane Tom a urlare per la sofferenza che provava. “È lei. Sono loro” esclamò, aggrappandosi a Cédric e guardandolo con una tale euforia che il gallico se ne sentì pervadere come fosse la propria. Avevano deciso che, non sapendo cosa fosse accaduto in seguito, né perché le due gemelle fossero state divise senza che si sapesse che erano sorelle, avrebbero bloccato chiunque le avesse scaricate nel parcheggio, prima che arrivasse davanti alle porte dell’ospedale. E infatti fu questo ciò che accadde. Con uno scatto, Gregorius e Tiberius raggiunsero il ragazzo. Tom e Cédric arrivarono per secondi, ognuno preso dal timore che quell’incontro potesse comunque influire in maniera drastica e imprevedibile sul proprio futuro. “Vai da qualche parte?” domandò Gregorius al poveretto che, vedendo apparire dal nulla quattro energumeni, per poco non se la fece sotto. Prese a balbettare ed era così spaventato che, quando Tiberius gli levò rapido la cesta dalle mani e si fece più in là, in disparte, lui la mollò senza opporsi. Tom, sempre più debole, lasciò che l’amico si godesse quel primo contatto con le sue discendenti. Pur fremendo dal desiderio di rivedere sua moglie, si concesse di studiare il ragazzo, cercando di scorgere nei suoi tratti qualcosa, un dettaglio, un particolare che gli svelasse chi era. Immaginava, come le stesse Alice e Maddie, che fosse il loro padre biologico, ma non trovò alcuna somiglianza. Aveva folti capelli rossi e un viso pieno di lentiggini, caratteristiche assenti nelle donne. Affermò di chiamarsi Rupert e quando gli domandò in modo esplicito se fossero figlie sue, lui spalancò gli occhi e, con i denti che battevano, negò con fermezza. “No, no! Non sono mie, ma di Scott.” “Scott chi? Un cognome ce l’ha?” insistette Cédric. “Non me l’ha detto. Ci conosciamo a malapena.” “Lui dov’è?” “M-morto. È morto.” Riprese a piagnucolare, scosso. Mentre tentavano di consolarlo e di carpirgli qualche altra informazione, Cédric raccolse il coraggio necessario per avvicinarsi a Tiberius e vedere le bambine. Tom notò di sfuggita l’estasi sul volto del medico e la luce che si accese nello sguardo del cognato. Adesso gli credevano. Adesso, avrebbero conosciuto anche loro quella travolgente felicità che Alice e Madelaine avrebbero portato nelle loro vite. Si sentì sollevato, ma la sensazione durò davvero pochissimo. Il tatuaggio bruciava da morire, come se volesse tornare sulla sua proprietaria, ma lui voleva fare una domanda precisa a Rupert e doveva sbrigarsi. “Cosa sai dirmi della madre? È morta anche lei?” Il giovane annuì e si ripulì il naso con l’avambraccio. “C’era così tanto sangue sul materasso… N-non abbiamo potuto fare niente.” Un altro parto maledetto. Chiunque lei fosse, ormai non c’era più verso di parlarle. “E a Scott cos’è successo?” “Non lo so! Cioè… Magari mi prenderete per pazzo, ma un attimo prima stava bene, poi si è chinato su Amy per aiutarla, credo… E lei… Lei lo ha…” Smise di parlare e si sporse in avanti per vomitare. Era probabile che la ragazza, pur essendo più umana che vampira, avesse comunque provato in punto di morte l’istinto travolgente di mordere. Purtroppo, a volte succedeva. Non volendo, aveva ucciso il suo giovane compagno prima di esalare l’ultimo respiro. Una vera tragedia. Lo shock stava rendendo Rupert uno straccio ma, nonostante i vampiri fossero dispiaciuti per lui, ritenevano necessario che parlasse. Non appena si riprese, lo incalzarono con altre domande. “Tornando a Scott, cos’altro puoi dirci?” “Non molto. Era del Minnesota, questo lo so perché tifava sempre per i Timberwolves. Anche lui, però, è stato in molte case-famiglia, prima di scappare e venire a Chicago.” “Allora era un orfano?” chiese Tom, impietosito. “Lo siamo tutti. Lo eravamo tutti. Compresa Amy, la madre.” “Amy…” lo esortò Gregorius, agitando la mano per dirgli di continuare. “Amy Night.” Il vampiro sollevò gli occhi al cielo e Tom si passò una mano sulla fronte. Night era il più comune cognome finto che esistesse nel loro mondo, un po’ come Smith per gli umani. Chiunque fosse la ragazza, non sarebbero mai riusciti a scoprire più di quello. “Per favore, ripetici cos’è successo, cerca di essere più preciso possibile.” Rupert si afflosciò come Tom sul cofano dell’auto, evidentemente sfibrato. “Le doglie sono arrivate all’improvviso. Mentre partoriva, Amy ha iniziato a svenire e a dissanguarsi. Ho detto a Scott che dovevamo portarla in ospedale, ma non ha voluto ascoltarmi. Si erano organizzati per fare tutto nella loro tenda ma…” “Una tenda?” esclamò Gregorius, inorridito. “Sì, viviamo in una vecchia chiesa sconsacrata, qui vicino. Le cose stavano andando bene, poi…” Rabbrividì e si strinse nelle braccia, bianco come un lenzuolo. “Tu cos’hai fatto?” “Li ho aiutati come ho potuto, ma non hanno voluto ascoltarmi, quando insistevo per chiamare almeno un’ambulanza. E dopo… Loro sono morti, allora ho preso le bambine e ho deciso di portarle in ospedale. La strada non va bene per due neonate. Chicago è fredda, pericolosa, e loro devono essere visitate, devono mangiare…” Scoppiò di nuovo a piangere. Lo smarrimento dovuto a ciò cui aveva assistito era profondo e così, mosso a pietà, Gregorius lo condizionò. Una volta calmo, Rupert non ebbe molto altro da dire. Non restava che trovare i due genitori disgraziati e dare loro almeno una degna sepoltura. Udito tutto, Tom non aveva più energie. Era arrivato al capolinea e, qualsiasi cosa ci fosse dall’altro lato, lo chiamava a gran voce. Si allontanò barcollando da Gregorius e dal ragazzo, mentre Cédric gli andava incontro. “Com’è stato?” gli domandò, rivolgendogli un sorriso stentato. In fondo, non capitava tutti i giorni di incontrare la propria anima gemella quando questa era ancora in fasce. “Straordinario. Inquietante. Meraviglioso” rispose Cédric, toccandosi incessantemente i capelli, che in quel frangente erano sciolti e mossi. “Tom, non mentirmi, per favore. Davvero lei… Davvero diventerà mia moglie?” “Se lo vorrai, sì. Dipenderà anche da voi, non solo dal caso. Ma io non ho dubbi: siete fatti l’uno per l’altro. Vi amerete immensamente.” La speranza fece brillare gli occhi dell’avvocato, ma solo per un istante. Dopo, si accorse di quanto Tom fosse consumato dai suoi tormenti e tornò ad accigliarsi. Lo aiutò prendendolo per un braccio, ma non fu sufficiente. Dovette sorreggerlo per la vita e portarlo da Tiberius, che se ne stava fermo, lontano dal gruppo, a fissare incantato le bambine. “E tu cosa farai?” gli domandò l’amico. Era in ansia per lui e la cosa lo commosse ma, in effetti, non lo sapeva. Avevano già discusso del nuovo futuro che si sarebbe forse creato, della diversa linea temporale in cui Tom avrebbe potuto ritrovarsi. La verità, però, era che non aveva idea di cosa ne sarebbe stato di lui. Forse la sua anima si sarebbe dissolta, raggiungendo quella di Alice, la sua Alice, nell’aldilà. Oppure sarebbe rimasto nel passato, un’ipotesi neanche tanto terrificante, ma probabile quanto le altre. Ciò di cui, invece, era convinto era di dover vedere sua moglie un’ultima volta. Un minuto con lei valeva più di una vita intera senza il suo sorriso. “Tiberius” chiamò, la voce ridotta ormai a un sussurro sul punto di spegnersi. Le spalle del medico s’irrigidirono, poi lentamente si voltò. Aveva il volto rigato dalle lacrime, le labbra serrate, gli occhi induriti da qualche brutto pensiero. Anche Cédric se ne rese conto, ma scelse di non farne parola. “Che c’è? Le bambine stanno male?” “No. Loro stanno bene. Io… Pensavo alla loro madre.” “È per lei che il povero Rupert le ha chiamate Alice e Madelaine. Sono le lettere del suo nome” svelò Gregorius avvicinandosi. “Dopo aver fornito questa notizia, è quasi svenuto e l’ho fatto sedere in auto. Penso sia meglio portarlo con noi e finire di azzerarlo, prima di rilasciarlo. Dobbiamo anche recuperare i corpi dei genitori e magari tentare di dare a quel ragazzo un futuro migliore, visto quanta cura si è preso delle bambine.” Cédric e Tiberius annuirono, seppure molto sconvolti. Il medico, però, continuava a tenere saldamente la cesta di lato, semi-nascosta, come se avesse grosse difficoltà a condividere le piccole con qualcun altro. Tom, benché devastato da quell’ennesima notizia sulla quale sua moglie si era tanto arrovellata, doveva fare in fretta. “Amico mio” mormorò. “È ora. Io devo… devo andar via.” Senza dire una parola, ma mostrando comprensione per il suo fragile stato, Tiberius finalmente avvicinò la cesta. Tom scorse i due corpicini, caldi e immobili, sotto la copertina bianca. Poi, vide le due testoline. Pochi capelli, due orecchie tonde e perfette, gli occhietti chiusi. Nessuno avrebbe potuto distinguere l’una dall’altra. “Quella è la mia Alice” asserì però lui, indicando la neonata sulla sinistra. Allungò la mano tremante e le sfiorò teneramente la guancia con una nocca. Era liscia, soffice, pura come la sua anima. Alice, però, spalancò gli occhi come fosse spaventatissima e iniziò a vagire. Protettivo, Tiberius allontanò la cesta, sottraendola al suo tocco e indietreggiando. “Aspetta, ti prego” lo implorò, ma cominciò a essere scosso da tremiti tanto incontrollabili che anche Cédric dovette smettere di sorreggerlo. Cadde a terra, esausto. Era davvero la fine. “Torna qui, lascia almeno che la veda meglio, ne ha diritto!” gridò Cédric contro il medico, che però era terrorizzato. “Un ultimo addio, per favore” riuscì a sussurrare Tom. Messo alle strette, Tiberius obbedì, ma era evidente che fosse riluttante. Aveva forse paura che facesse loro del male? Tom non avrebbe mai potuto. Mai! Purtroppo, però, c’era da considerare la questione del tatuaggio, che ardeva sulla sua schiena ed esigeva di essere liberato, di poter tornare sul corpo della sua proprietaria. Non era forse arrivato nel passato per quella ragione? Di nuovo, debolissimo, allungò una mano verso Alice, che ancora piangeva e, con il suo pianto, aveva svegliato sua sorella. Le sfiorò una gambina, pensando che sarebbe bastato, che il tatuaggio avrebbe colto quel contatto per migrare su di lei, ma non andò così. Mentre sussurrava il suo nome come fosse una preghiera e le diceva addio, Alice rivolse i suoi piccoli, teneri occhietti verdi verso di lui e come d’incanto si placò. Il tatuaggio divenne incandescente, al punto che Tom dovette togliersi la giacca, poi la camicia e restò a petto nudo. Il suo corpo prese a vibrare come se stesse per disintegrarsi e non riuscì più a contrastare quella forza soverchiante. Mentre tutti lo fissavano turbati, tenendosi a distanza, il giovane se stesso riemerse con dolore dal suo corpo, accasciandosi privo di sensi sull’asfalto. Tom, invece, comprese di aver fallito. Forse non aveva fatto abbastanza. Forse il tatuaggio aveva bisogno di altro tempo, ma non ce n’era, non ce n’era più. I visi angosciati dei suoi amici divennero delle ombre informi. Lo spazio prese a ondeggiare, a contorcersi, dilaniandolo nell’anima e nel corpo. Vinto dalla sofferenza, chiuse gli occhi e si lasciò andare. Il tatuaggio lo stava di nuovo afferrando con violenza, strappandolo dal passato per portarlo altrove. Dove, non sapeva. Ma era la fine, ne era sicuro. La fine della sua storia d’amore. La fine di ciò che era stato. La fine della sua vita, così come l’aveva conosciuta.
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