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2320 Words
Luke. Pensare a lui, al modo brutale in cui era morto e alla sofferenza della sua famiglia, lo angustiò al punto da dargli altri capogiri. Il cocente rimorso lo indusse finalmente a rendersi conto che, dall’inizio di quella maledetta storia, aveva pensato solo e unicamente alla donna che amava e poco, molto poco agli amici. Rifletté con vergogna di essersi concentrato su Alice, mentre c’erano molte altre persone da salvare. Come aveva potuto? Com’era possibile che fosse stato tanto egoista? Lo consolò il pensiero che, se quel piano imbastito con Tiberius, Cédric e Gregorius aveva avuto successo, magari Luke era ancora vivo e, come lui, anche tutti gli altri. Ma se così non era e nemmeno tramite quell’assurdo viaggio temporale era riuscito a modificare le cose, annullando quelle morti insensate, allora… Sì, doveva subito porvi un rimedio! Predisporre un altro piano che stavolta funzionasse a dovere, calcolare ogni mossa, salvare tutti. Alice sarebbe stata la prima a volerlo, ne era sicuro. Risoluto, perlustrò l’intero appartamento, un loft molto spartano, com’era nel suo stile. Questo e la completa assenza di abiti e di oggetti femminili furono la prova che Lucinda non ci abitasse. Almeno su questo sembrava che fosse stata sincera, asserendo che l’unione era stata dettata da interessi pratici, non da amore, come con Alice. “Moglie mia, dove sei?” mormorò, affranto. Avvertiva la sua assenza in ogni modo, soprattutto emotivo. La sua gioia, le sue emozioni spavalde, quel suo modo di improvvisare… Con lei, tutto aveva un senso. Si trascinò in cucina, dove trovò e stappò una bottiglia di sangue. Poi vide un televisore, apparecchio che detestava e che si stupì di possedere, e si affrettò ad accenderlo. Era il 18 aprile 2021. Un po’ più avanti nel futuro, ma sempre nel giorno in cui Alice festeggiava un compleanno. Che ironia! Non ne avevano celebrati molti insieme. Alice si straniva sempre, si isolava e preferiva starsene per conto suo. Faceva una lunga passeggiata, visitava la città… Niente di entusiasmante. Ogni volta, chiudeva la connessione tra loro per non travolgerlo di tristezza, ma il cuore di Tom era sempre con lei. Non la lasciava mai. Non riuscì a resistere, fece un altro tentativo. Ansioso, la cercò con la mente, ma non trovò nulla dall’altro lato. In quella realtà, generatasi a seguito del viaggio nel passato, la connessione non era mai iniziata. Il loro legame, nato a partire dal momento del matrimonio, non c’era mai stato. Allora lei dov’era, cosa faceva? Era viva? Sperava di sì. Sentiva di sì. Non era interessato ad altre notizie, perciò spense il televisore e si diresse verso l’uscita. Nell’ingresso, però, fu attratto da due elementi: il suo cellulare, un modello particolarmente evoluto, e le foto incorniciate sulla parete. Al primo dedicò qualche minuto, sfogliando la galleria e spulciando tra i video. Al di là di foto riguardanti dei documenti e centinaia di pdf già visualizzati su sessioni del Consiglio degli Anziani, non trovò nulla di personale. Aprì allora la rubrica. Doveva contattare Cédric e Tiberius, ma con stupore scoprì di non possedere i loro numeri. In effetti, era molto più che strano. Era… inquietante. Cercò Luke, Amulio, Gus, ma niente. Non aveva neanche i loro contatti. Stava per mettersi alla ricerca di un secondo telefono, immaginando che quello che aveva in mano fosse di copertura, quando sollevò lo sguardo e comprese la verità. Le foto, tutte quante, lo ritraevano accanto a suo padre, con Lucinda e con altri uomini, di molti dei quali non conosceva neppure il nome. Dunque, quella era la sua vita. Aveva una moglie che odiava, un genitore che ancora tentava di manipolarlo, stavolta forse riuscendoci, e sconosciuti che gli stringevano la mano. Niente amici, niente Legio X. Cos’era diventato, senza Alice? Aveva il terrore di scoprirlo ma doveva farlo, non aveva alternative. Infilò in tasca il telefono insieme al portafogli, indossò una giacca presa a caso dall’attaccapanni e uscì dall’appartamento. Quel luogo, benché appena trovato, gli era detestabile. Era sicuro che non ci sarebbe mai più tornato, se non per fare le valigie. All’uscita del grattacielo, il portiere si offrì di fargli portare la sua Porche. Tom non ne aveva mai guidata una in vita sua, ma ricordò che suo padre adorava quella marca. Rifiutò, poi s’incamminò a passo svelto, evocando con il proprio Dono una tempesta di vento e pioggia che servì a coprire il suo successivo volo. La sua prima meta sarebbe stata il Campo. Era così sicuro che avrebbe trovato là i suoi compagni che, sorvolando la zona, non si accorse di quanto trascurato fosse il quartiere, né di come le serrature della porta sul tetto fossero arrugginite. La aprì svelto e scese ai piani inferiori, dirigendosi in sala riunioni. Solo allora, rientrando in quella stanza in cui, anni addietro, aveva svelato ad Alice di essere suo marito, si rese conto dello stato generale di abbandono dell’intero edificio. Il tavolo era ricoperto da uno strato di polvere spesso alcuni centimetri. Agli angoli del soffitto c’erano dozzine di ragnatele. I vetri delle finestre erano così sporchi da essere incrostati. Sconcertato, perlustrò ovunque. I suoi passi risuonavano sinistri di stanza in stanza, mentre un’altra parte di lui, del suo cuore martoriato, cadeva in un abisso di diniego e sofferenza. Non c’erano apparecchiature di alcun tipo, i cavi erano stati sventrati dal muro e non c’era elettricità. Pensò che si fossero trasferiti, che adesso occupassero un altro stabile, ma dentro di lui iniziò a farsi strada un terribile sospetto. Con un pesante macigno sull’anima, ispezionò con cura ogni vano, ogni scala, ogni anfratto. Tutto vuoto. Il Campo era stato abbandonato e da parecchio. Trovò addirittura strano che senzatetto e tossici non vi si fossero insediati. Quasi quasi, lo avrebbe preferito. Mentre decideva cosa fare e a chi chiedere informazioni, il suo telefono trillò. Quando vide il chiamante, fu tentato di non rispondere, ma si fece coraggio. Non aveva senso ignorarlo e, soprattutto, non voleva destare alcun sospetto. “Sì?” rispose, freddo. “Figliolo, Lucinda si è presentata alla mia porta. Di nuovo.” La voce di suo padre, così sarcastica e arrogante, gli innescò una rabbia senza pari. Pur essendo consapevole di vivere adesso in una realtà diversa, in cui Aureliano non si era macchiato di alcun crimine, almeno in apparenza, Tom non riusciva a dimenticare cos’aveva fatto. Tutto ciò che sapeva di quell’essere abominevole gli generò un tale odio dentro che il palazzo iniziò a tremare. Dovette ficcarsi le unghie nel palmo e imporsi un tono. “Mandala via. Non ho tempo da perdere.” “Nemmeno io, se è per questo, ma andiamo, Titus, è tua moglie. Cerca di essere gentile ogni tanto. Basta qualche cena, un mazzo di fiori… Non ci vuole molto. C’è da sottolineare che Lucinda ha sempre tenuto fede alla sua parte dell’accordo. Non vorrei che iniziasse a crearci problemi proprio adesso, con tutto ciò che abbiamo in ballo.” Di qualsiasi cosa si trattasse, Tom dubitava che l’avrebbe trovato piacevole. E poi, come l’aveva chiamato? Titus? Ancora? “Pensa tu a lei. In fondo, siete sempre andati così d’accordo…” ironizzò. “Come vuoi” rispose Aureliano, senza neanche darsi la briga di mostrarsi contrariato. “Cambiando argomento, pensi di partecipare alla riunione del Consiglio di domani oppure troverai qualche altro pretesto per assentarti? Perché devi rifirmare la delega a mio nome, non dimenticarlo. Inoltre, Bachelet ha stretto interessanti alleanze e sai che, se continua così, il fronte dei progressisti l’avrà vinta.” Bingo! Suo padre doveva essere riuscito a coinvolgerlo nelle sue aspirazioni politiche. Chissà a cosa si stava riferendo, contro quale vittoria stava remando contro! Tuttavia, ciò che a Tom interessò in quel frangente fu unicamente l’accenno a Cédric. Almeno lui era vivo e, sperava, raggiungibile. “Presenzierò, te lo garantisco. Anzi, ho bisogno di discutere con Bachelet di una questione. Mandami il suo numero.” “Perché? Vuoi forse iniziare a collaborare con lui? Non dirmi che ti sei fatto intenerire dalle sue ultime proposte sulla prostituzione umana!” Certe cose non cambiano mai, in nessuna realtà pensò, amareggiato. “No. Mi si è solamente rotto il telefono poco fa e non riesco ad accedere alla rubrica. Voglio chiamarlo per fargli capire che non la spunterà.” “Ah, finalmente ti sei deciso ad adottare le maniere forti! Bene, bene. Te lo invio immediatamente. Registra la chiamata, se riesci. Ho proprio voglia di sentire piagnucolare quell’imbecille pieno di peli!” Anziché rimanere a farsi assordare dalla sua risata denigratoria e da quella altrettanto offensiva di Lucinda in sottofondo, Tom chiuse la chiamata. La sua vita, in quel futuro, era peggiore di quanto immaginasse. Sembrava che, oltre a essersi piegato al volere di suo padre, che da sempre lo voleva a capo della sua fazione politica, fosse rimasto in pessimi rapporti con Cédric. Ma come mai? Pensò che, per qualche ragione, l’amico avesse ritenuto opportuno portare avanti la finzione, il che poteva soltanto significare una cosa: al Tom di quella realtà non era stato svelato nulla. Un’assurdità, considerando cos’aveva affrontato fino a quelli che a lui sembravano due secondi prima. Non appena il messaggio di suo padre arrivò, digitò quel maledetto numero. Il telefono squillò a lungo, prima che la voce profonda dell’amico gli rispondesse. “Che diavolo vuoi, Fabio?” borbottò, rude e scontroso. Non l’inizio in cui sperava ma… “Céd, sono io, Tom. Il vecchio Tom. Cioè, quello del futuro. Io…” “Aspetta” lo interruppe, brusco. “Non parlare. Anzi, non muoverti. Resta dove sei. Ti richiamo tra pochissimi secondi.” Chiuse la chiamata e Tom rimase perplesso a fissare il cellulare. Aveva un orribile presentimento. D’un tratto, il lugubre stato di abbandono dell’edificio gli parve un presagio. Il vuoto delle stanze rispecchiava in pieno quello che aveva nell’anima. I suoi ricordi rischiavano già di diventare ragnatele nella propria mente, nulla di più. Pur senza aver parlato con Cédric, sentiva di essere rimasto solo. Solo con il peso della memoria, come l’ultimo custode di una vita spezzata a metà. Sarebbe stato così facile abbandonarsi al dolore! Non avrebbe chiesto niente di meglio che trafiggersi con una spada e mettere fine a tutto, ma Alice restava viva dentro di lui. Trovarla continuava a essere, nonostante tutto, la sua priorità. E poi non riusciva a liberarsi da quella terribile sensazione di aver sbagliato qualcosa. Di aver sottovalutato qualcuno. Si chiese se il suo piano fosse davvero riuscito e se, alterando il passato, la distanza tra lui e Alice fosse diventata incolmabile. Aveva commesso un azzardo, ne era consapevole, e continuava a ripetersi di averlo fatto per il suo bene, ma adesso… Adesso capiva che l’amore era egoistico. Che a dispetto delle circostanze voleva stare con lei. Amare lei, adorarla, tenerla tra le sue braccia per sempre. E forse non ci sarebbe mai più riuscito. Il telefono squillò e Tom sussultò. Cédric era stato di parola, erano trascorsi solamente pochi secondi, ma a lui erano sembrati un’eternità. “Cédric, ti prego, dimmi che lei è viva.” “Lo è” gli assicurò. La sua voce era già cambiata, più disponibile, più compassionevole. “Ed è felice?” Cédric esitò. Lo udì camminare, poi fermarsi in prossimità di una fonte d’acqua. “Quello di felicità è un concetto relativo ma... Sì, lei e Maddie hanno una vita piena, serena, come desideravi.” Per il sollievo, Tom quasi boccheggiò. Si poggiò con la schiena al muro del corridoio, scivolò sul pavimento e rise, isterico. Folle. Ce l’aveva fatta. Le aveva salvate. Si era sbagliato, l’amore non era egoismo. L’amore era sapere che, anche senza di lui, Alice avrebbe goduto, amato, vissuto. “Tu come stai?” s’informò Cédric, premuroso. “Io? Bene, direi. Un po’ frastornato. Parlami di Alice. Com’è? Cosa fa?” “Frastornato, in che senso? Hai un altro te stesso dentro?” insistette l’amico, allarmato. “No, stavolta no. Anzi, mi sono svegliato in forze, senza alcun tipo di dolore. Dimmi di mia moglie, per favore.” “Lei non è tua moglie, non più. Non in questo futuro.” Non era un rimprovero ma una constatazione e chissà, un sottile avvertimento. Il suo tono era prudente, velato d’insicurezza. C’era qualcosa che gli stava tacendo e la tensione di Tom schizzò di nuovo alle stelle. Si rimise in piedi, deciso a scoprire tutto e subito. “Cédric, capisco che questa realtà non è quella che ho lasciato. Ciò che adesso mi interessa sapere è soltanto se Alice sta bene. Voglio vederla.” S’infervorò e nel chiedere di lei divenne duro, intransigente. Aveva il diritto di incontrarla, di constatare che almeno quella faccenda si fosse conclusa nel migliore dei modi. “Ma sì, al tuo posto lo vorrei anch’io. Però, Tom… Le cose non sono esattamente come le sognavi. Prima che tu la veda, dobbiamo parlare.” “Dimmi solo dove e arrivo.” Cédric sospirò, poi riprese a muoversi. Quando si fermò, abbassò la voce, come se non volesse farsi sentire da qualcuno. “Vieni a Montauk, magari in volo perché con l’auto ci impiegheresti un’eternità e la circostanza non è delle più ideali. Oggi è una giornata speciale…” “Il compleanno delle nostre… di Alice e Maddie” si corresse con amarezza. “Appunto. C’è confusione qui, ma tu non badarci. In prossimità del faro, vedrai dall’alto una villa con due piscine, la più piccola a forma di otto. Quella è la residenza del medico e delle ragazze. Tu passa oltre e, mi raccomando, senza farti notare da nessuno. Mi troverai a circa due miglia di distanza, sulla spiaggia. Fa’ presto, non posso assentarmi troppo a lungo.” “Posso essere là in mezz’ora” rispose, sicuro. “D’accordo, a tra poco. E Tom… Vieni direttamente da me, okay?” Mentre parlavano, era già salito sul tetto. Spiccò il volo in direzione Long Island e diede fondo a ogni briciola di forza che avesse, rendendosi conto solo di sfuggita che stava rallentando il tempo.
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