«Ci farai ammazzare, cazzo!»
Dex ignorò Ash e accelerò, sfrecciando dietro l’ambulanza diretta al NY Presbyterian Hospital sulla statale 9A, la sirena urlante e le luci lampeggianti un duro promemoria di ciò che rischiava di perdere. L’ambulanza era partita prima di loro, ma Dex era nella sua Challenger con le luci d’ordinanza dei THIRDS, che balenavano e avvertivano chiunque gli fosse intorno di togliersi di mezzo.
Quando Ash lo aveva finalmente liberato dalla sua presa ferrea, Dex era rimasto in piedi sul marciapiede davanti alla sua casa, tra il fumo e i rottami di auto in fiamme, incapace di credere a ciò che era successo. Era rimasto disorientato, a guardare il caos che si dispiegava mentre le squadre d’emergenza e gli agenti dei THIRDS affluivano in gran numero sulla scena. Erano stati gridati ordini, l’area era stata evacuata e il nastro blu e nero dei THIRDS aveva delimitato la sua personale zona del disastro. E poi un faro di un arancione vivace parcheggiato vicino alla fine dell’isolato gli aveva restituito la lucidità.
Dex si destreggiò attraverso quattro corsie di traffico, cambiando marcia e pigiando sui pedali. Nessuno sapeva guidare il suo tesoro come lui, e niente al mondo gli avrebbe fatto perdere quell’ambulanza. Non quando c’era Sloane al suo interno che lottava per sopravvivere.
Sloane…
Nonostante quanto si sforzasse, la sua mente continuava a ripetere la scena come un maledetto video in loop: lui che scattava verso la porta d’ingresso, senza preoccuparsi di cosa potesse esserci dall’altro lato, l’unica cosa che importava era arrivare da Sloane. Doveva stare bene. Dio, ti prego, fa’ che stia bene. Nubi di denso fumo nero. Il marciapiede davanti alla sua casa simile a una zona di guerra, disseminato di rottami e pezzi contorti di auto. Gli alberi in fiamme. Dex placcato al suolo, il respiro strappato a forza dai suoi polmoni. Ash su di lui che lo teneva al sicuro. Pallottole che volavano. Sloane sotto un pezzo di sportello distrutto. Sirene stridenti e uomini in uniforme che accorrevano. Sangue ovunque. Sloane immobile. Una scheggia frastagliata di metallo che gli spuntava dal fianco. Sangue, così tanto sangue.
Avrei dovuto essere io.
«Cazzo! Maledetto stronzo figlio di puttana!» Dex sbatté la mano sul volante e schivò un bastardo che guidava secondo il limite di velocità. Stava per perdere il controllo. Il momento si stava avvicinando, veloce come la luce arancione del semaforo davanti a lui che presto sarebbe diventata rossa, e tuttavia era incapace di fermarlo. La Challenger passò con il rosso, schivando di pochi centimetri un taxi in arrivo.
«Basta così!» scattò Ash contro di lui. «Ci farai ammazzare, cazzo! Mantieni il controllo e facci arrivare a qual cazzo di ospedale tutti interi, o giuro su Dio che ti stendo e ci penso io a farci arrivare lì!»
Dex voleva dirgli dove poteva infilarsi le sue minacce, ma non lo fece. Udì Ash trattenere bruscamente il fiato e alzò il piede dall’acceleratore quanto bastava per tenere d’occhio le luci lampeggianti dell’ambulanza a qualche auto di distanza davanti a loro. Ash si teneva alla portiera del passeggero con una mano, mentre l’altra era premuta contro il fianco per ridurre il dolore e il lento rivolo di sangue che filtrava attraverso i punti strappati. I punti che si era strappato per salvare Dex.
«Scusa,» disse Dex tra i denti. Erano quasi all’ospedale, il che significava più traffico. «Mi dispiace di essere uno stronzo e per quello che sto per fare. Tieniti.» Pigiò di nuovo sull’acceleratore e il motore rombò mentre lui sfrecciava avanti. Dopo essersela cavata per un pelo un paio di volte, raggiunsero l’ospedale prima dell’ambulanza. Dex sbandò nel parcheggio custodito, sistemò la Challenger in un posto, saltò fuori e lanciò le chiavi al parcheggiatore. Ignorando le rimostranze del suo compagno di squadra, gli gridò da sopra la spalla di occuparsene lui. L’ambulanza arrivò qualche secondo più tardi e Dex le corse incontro, guardando con il cuore in gola i portelli posteriori che si aprivano e i paramedici che si precipitavano fuori. La barella emerse rapidamente con Sloane legato con le cinghie sul lato illeso, la bocca e il naso coperti da una maschera d’ossigeno e il pezzo di metallo seghettato che spuntava dal lato destro del suo torso. Rimuoverlo senza un intervento chirurgico era chiaramente fuori questione.
Dex seguì i paramedici mentre trasportavano in fretta Sloane oltre le grandi porte di vetro dell’ospedale, gridando codici e gergo medico che lui non riusciva a capire. Uno dei paramedici disse qualcosa sui THIRDS e un’infermiera teriana dietro il bancone afferrò un telefono e farneticò qualcosa. In pochi secondi arrivò di corsa un gruppo di dottori e infermieri teriani, che si unirono ai paramedici mentre portavano Sloane lungo un ampio corridoio molto illuminato. Dex cercò di seguirli, ma si ritrovò bloccato da due infermieri uomini teriani.
«È il mio partner,» supplicò Dex, cercando di oltrepassarli.
«Mi dispiace, signore, ma non può entrare.»
«Col cavolo che non posso. È il mio partner!» Dex afferrò uno degli infermieri, ma un paio di braccia muscolose gli si strinsero attorno alla vita, sollevandolo per aria e allontanandolo. «Vaffanculo, Ash! Lasciami!» Non poteva lasciare Sloane là dentro tutto da solo. Sloane odiava gli ospedali. E se si fosse svegliato e avesse dato di matto? Se non avesse capito dove si trovava? E se fosse successo qualcosa e Dex non fosse stato presente? Non poteva perdere Sloane proprio ora. Non era il suo momento. Non avevano ancora avuto abbastanza tempo insieme!
«Non sei l’unico ad avere bisogno di lui.»
Dex si calmò. Non tanto per le parole di Ash, ma per la sottile disperazione dietro di esse. Ash lo rimise a terra e Dex si voltò, l’espressione sul volto sporco di polvere del compagno gli tolse tutta la voglia di lottare. Non aveva mai visto il burbero agente così indifeso, e nonostante avesse chiaramente anche lui le proprie paure, Ash incontrò il suo sguardo.
«È tutta la mia famiglia. Lasciagli fare il loro lavoro. È la cosa migliore che possiamo fare per lui.»
Dex deglutì visibilmente e annuì. Doveva recuperare il controllo. Fu solo quando Ash fece una smorfia di dolore che Dex si ricordò che si stava lentamente dissanguando. «Merda, Ash. Vieni. Dobbiamo farti sistemare.»
«Sto bene,» borbottò l’altro, asciugandosi il sudore dalla fronte bagnata.
«Come no, hai un aspetto fantastico.» Dex si rifiutò di cedere alla testardaggine del suo compagno di squadra. Chiamò un infermiere che diede un’occhiata ad Ash e corse subito via a cercare aiuto. Ash stava continuando a discutere quando Dex notò suo padre marciare verso di loro. Tony gli si fermò accanto, abbassando lo sguardo sulla mano di Ash premuta contro il fianco sanguinante prima di abbaiare un ordine.
«Keeler, porta il culo là dentro e fatti controllare quei punti.»
Sembrò che Ash volesse discutere, ma sapesse che era inutile. Con un sospiro rassegnato, si diresse verso l’infermiere dall’aria nervosa. Non appena Ash svanì, Tony appoggiò una mano sulla spalla di Dex, i profondi occhi marroni pieni di preoccupazione. Per Dex era troppo in quel momento.
«Ehi. Vado a fare una passeggiata. Chiamami se succede qualcosa.»
Per fortuna, suo padre lo conosceva bene e gli fece un cenno con il capo. Gli tolse la mano dalla spalla e lo lasciò andare. In quel momento, Tony doveva essere il suo sergente. Qualsiasi altra cosa avrebbe spezzato la flebile presa che Dex aveva sulle proprie emozioni. Si allontanò per radunare le forze. Ne avrebbe avuto bisogno.
NON è giusto.
Quante altre persone avevano pensato la stessa cosa mentre camminavano avanti e indietro in quei corridoi? Non era giusto. D’altronde, raramente la vita lo era. Dex lo aveva imparato fin da piccolo. Una parte ingenua di lui aveva creduto che non si sarebbe mai più ritrovato in quella situazione. Prima i suoi genitori, e ora… Allontanò rapidamente quel pensiero macabro. Dio, era un tale idiota. Il suo lavoro era già rischioso prima che finisse per innamorarsi del suo caposquadra.
Per la prima volta nella sua vita, aveva completamente perso la testa per un uomo. Ma d’altro canto Sloane Brodie non era un uomo qualsiasi. Era il furore del tuono e una dolce brezza d’estate. Appassionato, complicato e intenso. Misterioso e pensieroso. Faceva ridere Dex, lo faceva supplicare e desiderare di urlare. Poteva spezzargli il cuore con uno sguardo, metterlo in ginocchio con un sussurro. Era terrificante ed esilarante. Dex aveva pensato di essere stato innamorato prima, al liceo e poi al college. Ma adesso conosceva la differenza. La loro relazione era impegnativa, lo era stata sin dal giorno in cui si erano conosciuti, ma ogni momento con Sloane ne valeva la pena. Dex non aveva mai incontrato nessuno tanto deciso a sbaragliare gli ostacoli che il mondo gli metteva davanti quanto Sloane Brodie. C’erano momenti di esitazione, nei quali vacillava lungo il cammino, ma si guardava dentro, nel profondo, e trovava il coraggio per andare avanti. E non importava quanto finisse malconcio, arrivava dall’altra parte più determinato che mai.
Fuori era una calda giornata di settembre. La temperatura era sui ventiquattro gradi e il cielo era soleggiato. La strada era piena della sua solita attività e la città continuava a pulsare di vita. Tony, Cael e il resto della squadra erano seduti in sala d’aspetto, erano lì da ore mentre Sloane era in sala operatoria. Dex non riusciva a costringersi a stare seduto fermo abbastanza a lungo da aspettare insieme a loro, non con i livelli che raggiungeva la sua pressione ogni volta che usciva qualcuno in camice bianco o verde acqua. In più, la televisione continuava a mandare in onda dei servizi sull’esplosione e a mostrare foto e video di Sloane sul campo. Le imponenti ed esagerate immagini del suo amante, le profondità di quegli occhi color ambra, incantavano Dex. Nessuno meglio di lui sapeva cosa ci fosse dietro.
Il caposquadra dei THIRDS in condizioni critiche dopo l’esplosione di un’autobomba… l’agente dei THIRDS Sloane Brodie portato d’urgenza in ospedale dopo un attacco fallito della Coalizione contro un suo compagno di squadra dei THIRDS… i THIRDS emettono un’allerta per una Minaccia di Livello Rosso dopo che un loro agente è stato colpito e un caposquadra gravemente ferito dal capo della Coalizione Beck Hogan.
I titoli andavano avanti ancora e ancora, ripescando qualsiasi informazione connessa a Sloane. Pubblicavano immagini di Gabe e trasmettevano vecchi filmati sulla sua morte, del funerale, prima di passare al nuovo partner di Sloane. Ancora una volta Dex si ritrovò sbattuto su tutti i telegiornali, video di lui che lasciava il tribunale dopo aver fatto condannare e cacciare dal CPU il suo partner di allora. Non finiva lì. L’intera squadra era stata coinvolta, la maggior parte dei video erano precedenti al suo reclutamento.
C’era Ash che scaraventava a terra un criminale teriano e lo bloccava durante un’indagine, il suo aspetto fiero e minaccioso. Rosa che accorreva a prestare soccorso a un cittadino ferito. Letty che sparava al lucchetto di un magazzino prima che la squadra vi facesse irruzione. Calvin che correva verso il suo partner dopo aver sistemato un dispositivo esplosivo che poi Hobbs faceva esplodere. Quando il volto di Cael era apparso sullo schermo, Dex non era più riuscito a sopportare. Aveva desiderato prendere a pugni qualcosa così tanto da essere costretto ad andarsene dalla sala d’aspetto.
Camminò per ore su e giù per i corridoi, tutto intorno all’ospedale, e bevve così tanto caffè al Garden Café che ormai lo staff lo conosceva per nome. Cercò di tenersi impegnato, così non sarebbe impazzito pensando agli scenari peggiori. Si aggirò per il Greenberg Pavillon e le sue ali. Poi per il Baker, il Payson e il Whitney Pavillon prima di ritornare al Greenberg.
Ultimamente gli ospedali stavano cercando di sembrare meno impersonali, con opere d’arte alle pareti, colori brillanti, comodi divani, ristoranti e stanze d’albergo. A lui andava bene, ma la cosa non gli distendeva i nervi né modificava la sensazione orribile che sentiva allo stomaco. Non gli impediva di rivedere Sloane svenuto sotto lo sportello dell’auto malridotto, o il pezzo di metallo seghettato che spuntava dal suo corpo. Quelle immagini gli fecero ribaltare lo stomaco, e la realtà di quello che era successo, di ciò che poteva ancora succedere, lo fece correre verso il cestino dei rifiuti più vicino. Non appena ebbe finito di rimettere quel poco che aveva nello stomaco, si pulì la bocca, grato all’inserviente del bar che era accorso da lui per offrirgli aiuto e delle salviette disinfettanti. Si ripulì e si lasciò condurre a una sedia, dove si sedette ringraziandolo. Il giovane uomo gli portò una bottiglietta d’acqua e si assicurò che stesse bene prima di ritornare ai suoi doveri. Dex non aveva idea di quanto tempo rimase lì seduto cercando di aggrapparsi al suo autocontrollo.