CAPITOLO 1

1903 Words
CAPITOLO 1 Luglio 2017 La donna al volante della Cinquecento turchese, Diomira Eller, parcheggiò al sole, nonostante fosse il sette di luglio, ci fossero quasi trentacinque gradi e lei avesse ottant'anni appena compiuti. «Diomira, è al sole» le fece notare Virginia, sua nuora. «Mi piace trovarla bella caldina» replicò l'altra. Con l'agilità di una sessantenne, Diomira scese dall'auto, sbatté la portiera, fece scattare la chiusura centralizzata, quindi puntò lo sguardo verso il centro commerciale. «Ci sarà dell'aria fredda là dentro?» domandò dubbiosa. «Speriamo di sì» rispose la nuora. «Mh. Meglio attrezzarsi.» Frugò nella borsetta ed estrasse un foulard di seta a grandi rose blu e se lo posò sulle spalle, pronta ad annodarlo intorno al collo in caso di spifferi. «Caffè?» Virginia, guardò l'orologio. «Se bevo un caffè a quest'ora non dormo per tre giorni.» «Io non dormo comunque.» Si fermarono nel bar all'ingresso del centro commerciale. Diomira ordinò un caffè e Virginia prese un cannellino alla crema e un bicchiere di tè freddo deteinato. «Poi ti lamenti che ingrassi» commentò Diomira. Virginia si limitò a sospirare. «Dov'è Ruggero in questi giorni?» «Canada.» «Va be', tanto sì e no esce dall'aeroporto, potrebbe essere anche alla stazione di Modena che per lui non cambierebbe nulla.» Virginia non analizzò il commento. Un buon modo per interagire con Diomira era evitare l'analisi, le piste che seguiva non sempre avevano la logica dalla loro. «Pensavo a qualcosa di blu, manica lunga.» A proposito di logica… «Pizzo?» Virginia alzò le sopracciglia. «Hai ragione, per un funerale è troppo. Anche se si tratterà del mio.» L'anziana signora sorseggiò il caffè. Delle due Diomira sembrava la più in forma, del resto Virginia, che aveva compiuto da poco quarantacinque anni, non era affatto sicura di arrivare agli ottanta guidando. Diomira, in effetti, era abbastanza sui generis come donna anziana, viveva da sola, guidava, usciva di sera tre volte alla settimana – cinema, teatro, tornei di pinnacolo – andava ancora in bicicletta e, se si escludeva la nuvoletta di capelli azzurrini che aveva in testa, risultava assai più giovanile della nuora. Non che Virginia fosse invecchiata male. Era solo un po' spenta. Vestiva con sobrietà, ma senza eleganza, si truccava pochissimo e tendeva a scomparire confondendo l'incarnato pallido con le tinte neutre che indossava. Sempre calma, pacata, silenziosa, viveva senza eccessi più o meno da quando era venuta al mondo. «È una seccatura non sapere il periodo in cui si terrà la funzione» proseguì Diomira raschiando bene il fondo della tazzina. «Io non la considererei una seccatura.» «In un certo senso hai ragione ma, volendo essere previdenti, non saperlo rende difficile scegliere il capo giusto.» «Non conosco nessuno che abbia acquistato l'abito per il proprio funerale prima di morire.» «Pensi che potrei sceglierlo dopo morta?» «No, però...» «Sono una donna soft autumn, sai cosa vuol dire?» «No.» «Mi stanno bene i colori caldi dell'autunno e a nessuno verrebbe in mente di vestire un cadavere di arancione.» Virginia fu sul punto di replicare che il rigor mortis avrebbe potuto alterare il tono della pelle, ma preferì non dare nessuno spunto per approfondire. «Voglio uscire di scena con il mio stile e non mi fido di voi.» Voi erano i due figli e le due nuore. «I miei figli lasciamoli perdere, tu ti vesti da vecchia e Daria...» Diomira non completò la frase. Con Virginia non parlava mai di Daria. In quello era di una correttezza esemplare. E in ogni caso era alquanto difficile parlare di Daria che era troppo bella per..., troppo in gamba per..., troppo impegnata... L'elenco poteva protrarsi all'infinito. «E comunque voglio sapere come sarò vestita, per cui l'abito lo compro prima.» «Con largo anticipo, forse solo i faraoni si portavano così avanti. Non hai nemmeno il colesterolo alto.» «Ho ottant'anni, Virginia, quanto pensi che possa campare? Mi piace essere organizzata.» Per averne conferma bastava visitare il suo solaio: all'ingresso c'era un cavalletto con la legenda numerata del contenuto di tutte le sessantatré scatole che ingombravano il sottotetto. «Pensi sia meglio che prenda una taglia in meno?» Virginia non osava chiedere il motivo, ma le venne fornito ugualmente. «Potrei spegnermi dopo una lunga malattia debilitante.» Commentare certe affermazioni era impossibile. «Be', non hai niente da dire? Sei un'ostetrica, lavori in ospedale, quanti vecchi moribondi sovrappeso hai visto?» «Pochi. E comunque io per lo più vedo gestanti.» «Mi sa che ho ragione. Potrei optare per un modello a trapezio. Quelli vanno sempre bene. Nella bara come starebbe, secondo te?» Virginia pensò che a quel punto si poteva solo assecondarla: «I becchini sono strepitosi, sistemano gli abiti meglio di una sarta.» «Grande notizia. Vedi che te ne intendi! E poi la prossima settimana dovrò andare a una delle insulse mostre di Daria, potrei ammortizzare la spesa e usarlo anche in quell'occasione.» «Allora occorrerà prendere la taglia giusta.» «Ha invitato anche te?» «Sì, ma sono di turno.» «Tre giorni di fila?» «Nel weekend tornano Luca e Ruggero.» «Beata te, io non ho scuse. Nessuno è disposto a credere che un'ottantenne abbia una vita impegnata. Questa volta le grafiche dei bambini interpretano la luce» concluse Diomira con strazio. «Grafiche?» «Disegni. Scarabocchi. Adesso le chiamano grafiche. Capirai, i bambini vanno dai tre ai cinque anni, cosa vuoi che abbiano prodotto?» Virginia sorrise. Daria era l'altra nuora di Diomira, moglie di Rodolfo, il fratello di Ruggero. Era atelierista presso alcune delle più prestigiose scuole dell'infanzia della provincia, ma a sentir lei sembrava facesse la curatrice ai Musei Vaticani, del resto atelierista in Emilia equivale a CEO della Apple in California. Con Diomira aveva un educatissimo rapporto distaccato. Che Virginia sapesse, non avevano mai discusso su nulla, ma era evidente che non si sopportavano. «C'è tutta una letteratura sul disegno infantile» azzardò Virginia. «Non ne dubito. Il punto è che non me ne importa un fico secco.» «E allora non ci andare.» «Mh... si trattasse di te, Virginia, te lo direi in faccia. Con Daria non si può. Sarebbe lesa maestà.» Diomira si alzò e pagò entrambe le consumazioni, quindi uscì dal bar dirigendosi a colpo sicuro verso la boutique “Très chic” che si trovava al centro della galleria. «Sono anni che faccio qui i miei acquisti più importanti» disse fermandosi davanti alla vetrina. «Che ne dici di quello lì rosa corallo?» Era un modello un po' fasciante con un bordo di pizzo sull'orlo. Virginia era ancora impegnata a elaborare l'azzeccatissimo concetto di lesa maestà. «Corallo?» chiese scettica. «Troppo frivolo? Però sono io la protagonista, sarebbe peggio se ti presentassi tu al mio funerale con una mise del genere, non trovi?» «Ah sì, nessuno oserà criticarti.» Con un largo sorriso Diomira varcò la soglia del negozio. Una commessa, una donna elegante sulla quarantina, le venne subito incontro. «Bentrovata, signora Eller, come sta?» «Non c'è male, si tira avanti. Sono qui per un abito un po' elegantino...» «Un'occasione importante? Una cerimonia?» «Una cerimonia, sì» confermò Diomira. «Ha visto qualcosa che le piace in vetrina?» «L'abito corallo, ma mia nuora dice che è troppo frivolo.» «Con la sua personalità direi che può osare...» «I modelli a trapezio però non mi valorizzano il seno.» «Non si preoccupi, basterà allungare le pence... vuole provarlo?» Mezz'ora dopo erano di nuovo nel parcheggio, l'abito rosa era rimasto sul manichino e Diomira aveva scelto un capo color ottanio di un tessuto che, a suo parere, sarebbe caduto bene anche da sdraiata. Era molto soddisfatta della scelta. Virginia era stata abbastanza collaborativa. Le ci voleva sempre un po' prima di sciogliersi, ma poi era la migliore su cui contare. Diomira guidò fino a casa di Virginia commentando tutti gli abiti che aveva provato e rammaricandosi di avere un solo funerale a disposizione. Ma c'era la mostra di Daria. Parcheggiò davanti al cancello della villetta e salutò la nuora. «Grazie, sei stata di grande aiuto.» Virginia le sorrise e la invitò a cena. «No, ho una serata al circolo stasera. E tu che fai?» «Niente. Ho un bel libro da finire.» Diomira sospirò. «Perché non esci? Al cinema ci sono dei bei film...» «Domattina devo alzarmi presto» tagliò corto Virginia, poi le sorrise e infine scese dall'auto. Diomira non commentò, si limitò a sorriderle con un ventaglio di opinioni inespresse che Virginia colse, suo malgrado. Entrando, Virginia trovò la casa fresca e in penombra. Non le piaceva uscire. Non le piaceva frequentare persone, le sembrava che dicessero tutti le stesse sciocchezze. Preferiva stare da sola, anche se non era felice. Appoggiò la borsa nell'armadio dell'ingresso, si levò i vestiti di lino, fece una doccia e si infilò un paio di shorts e una t-shirt, quindi uscì in giardino per innaffiare i fiori. Faticò a far venire l'ora in cui non sarebbe stato ridicolo cenare con uno yogurt, lo mangiò appoggiata al lavello senza nemmeno apparecchiare, quindi si concesse finalmente di riprendere il libro che aspettava di essere finito. Verso le dieci tubò il cellulare sul comodino. Era Ruggero. La chiamava sempre quando era in viaggio. Virginia non rispose subito. Non che fosse indecisa, ma non c'era bisogno di precipitarsi. Lasciò andare una mezza dozzina di vibrazioni, il piccolo smartphone scodinzolò lievemente sul ripiano fino a che lei non lo prese in mano per rispondere. «Ciao.» «Ciao. Dormivi?» «No, è presto.» «Ah bene, non sono riuscito a chiamarti prima, mi spiace.» «Non è tardi» insistette Virginia, «non sono neanche le dieci. Il tuo volo?» «Tutto okay. Ho tardato a chiamare perché hanno perquisito alcuni passeggeri.» Raccontava sempre tutto con una leggerezza che faceva pensare che le cose non fossero successe a lui. Negli anni c'erano stati atterraggi d'emergenza, ritardi pazzeschi, situazioni da film d'azione e Ruggero aveva sempre chiamato subito dopo con il tono di uno che era stato là a prendere appunti, o come quei vecchi che guardano i cantieri. Virginia aveva smesso di fare domande, si sentiva stupida a dare rilevanza a situazioni che nel marito non destavano, all'apparenza, nessuna emozione. «E tu? Che hai fatto oggi?» «Sono uscita con tua madre.» «Che voleva?» «Un abito.» Un breve silenzio. Dall'altro capo uno sbuffo di fiato che poteva essere una risatina. «Per cosa?» «Un funerale.» «Di chi?» Ora Ruggero stava proprio ridendo. «Il suo.» «Bene. Non ha preso qualcosa anche per il nostro? Penso sempre che camperà in eterno.» «Sai che ha un certo tatto, ha detto che lo metterà anche per andare alla prossima mostra di Daria.» «Mia madre è diabolica. Hai sentito Luca? Dice che viene a casa nel weekend.» «Sì, me lo ha detto.» Calò il silenzio. Capitava spesso. Esaurivano le cose da dirsi molto in fretta. Due continenti e una linea telefonica di mezzo possono fare questo effetto. O, più semplicemente, ventun anni di matrimonio. In ventun anni ci si dicono miliardi di cose, è plausibile finire gli argomenti. Dopo quattro lustri si finisce per non commentare, l'interlocutore sa già tutto, non ha senso la speculazione dialettica con qualcuno che sa quel che pensi prima ancora che tu lo pensi. Oltretutto Luca non dava problemi, mai dati. Alcuni genitori dovevano parlare dei figli che non volevano studiare, che non avevano amici, o che avevano gli amici sbagliati, che non rispondevano al telefono, che spendevano troppi soldi. Luca non dava loro nemmeno la soddisfazione di farli preoccupare. «Sarai stanco» disse Virginia. Non lo era mai, in verità. Ruggero volava da un continente all'altro come se guidasse l'auto per andare in centro. «Devo trovare qualcosa da mangiare.» Ecco un buon gancio. «Ti lascio, allora.» «Ci vediamo venerdì.» «Sì, a venerdì.» «Buonanotte, Virginia.» «Buonanotte.»
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