4. Ombre
L’uomo, che apriva la porta della vetrata e che precedeva gli altri due, era bruno, assai distinto, con uno sguardo penetrante e nello stesso tempo quasi stanco, malinconico.
Vide la sala piena di persone ed ebbe un gesto di sorpresa appena percettibile.
Avanzò e, guidato dal suo istinto, si rivolse subito a don Viciente. Aveva sentito che la personalità del vecchio si imponeva e che doveva essere il padrone.
- Don Viciente Seminari?
- Sì.
- Commissario De Vincenzi.
Il vecchio lo guardava. Non fece alcun segno neppure di saluto.
- Immagino che questa sia la famiglia…
- Sì.
- Manca Jacques!… Jacques non dev'essere chiamato! Jacques non deve sapere!
- Taci, Vera! - Poi si volse di nuovo a De Vincenzi. - Jacques Campostella è il fratello di mia nuora… E ammalato Scosse con violenza il capo. -Tutto questo non c’entra! Volete far portare di sopra il cadavere, commissario? Come è stato ucciso mio nipote?
De Vincenzi si guardava attorno. Sei persone e il maggiordomo sette. La famiglia riunita ad attenderlo. Nulla di strano, dopo l’accaduto, eppure qualcosa di torbido, di malsano, nell’aria. Ognuna di quelle persone sembrava avulsa dalle altre. Divisa e circondata da un muro di diffidenza e di timore.
- C’è da supporre che sia stato ucciso con un colpo di rivoltella, mentre rientrava in casa, questa notte.
- Il corpo è stato trovato davanti alla porta del giardino… Dalla parte dei Boschetti. Daniele non avrebbe potuto entrare da quella porta. Non era nelle sue abitudini e non ne aveva la chiave.
- E troppo presto per avventurarsi in ipotesi. Si può pensare a tante spiegazioni! I Boschetti sono molto bui e deserti di notte.
Seguì un silenzio.
De Vincenzi sentiva di trovarsi davanti a una situazione senza uscita. Quelle sette persone erano impenetrabili. Non offrivano presa. Riunite si difendevano a vicenda, forti del loro stesso numero. D’altra parte - tranne quella sua impressione di strano malessere, che lo aveva invaso appena entrato nella sala e che gli dava un oscuro senso di pericolo - egli non aveva alcuna ragione per potersi imporre e per condurre a fondo fin dal principio un interrogatorio.
Daniele Seminari era stato ucciso fuori di casa, fors’anche lontano di lì e il fatto che il suo cadavere fosse stato trovato davanti alla porta del palazzo non significava nulla. Era, anzi, una ragione per non sospettare di nessuna di quelle persone. E perché sospettare della famiglia, poi? Egli sapeva vagamente che erano stranieri, che provenivano dal Venezuela - tanto dire per lui che eran piovuti dalla luna! - che si trovavano in Italia da tre o quattro anni e che erano immensamente ricchi. La Questura non si era mai occupata di loro. Perché supporre che avrebbe dovuto farlo? Ed ecco che lui, De Vincenzi, era entrato alle sette del mattino in casa loro con un cadavere fra le braccia! Il cadavere del loro figlio e nipote!
Non c’era da far altro che presentare le condoglianze e mettersi a cercare l’assassino per la città…
- Ebbene, commissario?
Il vecchio aveva fatto la domanda con voce tagliente. Quell’uomo campato in mezzo alla sala, che osservava uno dopo l’altro tutti i presenti, aveva l’aspetto di un inquisitore. Don Viciente non poteva apprezzarne l’atteggiamento. E due altri uomini - certo due agenti - si erano piantati sulla soglia della vetrata, quasi a sbarrare il passaggio!
- Che cosa aspettate per dar ordine che il corpo di mio nipote sia tolto dalle pietre della strada e portato nel suo letto?
- Che il giudice istruttore lo abbia veduto e abbia dato il nulla osta. E stato già irregolare che lo abbiano rimosso dal luogo dove giaceva…
- Chi lo ha trovato?
- Una guardia notturna, durante il suo giro di ronda attorno al palazzo.
- A che ora?
- Dice di averlo scoperto alle due… La ronda precedente l’aveva fatta alla mezzanotte. Due ore d’intervallo sono molte. La guardia dovrà rendere conto del suo modo d’interpretare la consegna…
- Quindi, dev’essere stato ucciso… O deposto in quel luogo, tra la mezzanotte e le due?
- Si deve ammetterlo.
Era il vecchio che interrogava. Diritto nella sua veste da camera di pesante seta nera, stretta alla cintola da un cordone d’oro, don Viciente appariva pieno di forza suggestiva e di autorevolezza. Diede un’occhiata attorno. Il suo sguardo si posò più lungamente sopra la nuora e il figlio.
Vera Campostella Seminari aveva il volto immobile, ermetico. La fissità dei suoi occhi era impressionante. Accanto a lei, suo marito sembrava un povero corpo senza spirito. Tremava visibilmente, lanciava sguardi smarriti attraverso le palpebre arrossate, e aveva un moto convulso e ridicolo della mascella, che gli faceva torcere la bocca.
Un’espressione di disprezzo, quasi di disgusto, passò sul volto di don Viciente. Si strinse con un movimento brusco e violento i cordoni d’oro della veste da camera e avanzò verso De Vincenzi.
- Volete venire nel mio studio, commissario? Non credo che abbiate bisogno di tenere tutti i miei raccolti in questa stanza, a contemplar voi e me. Se c’è da aspettare il giudice, lo aspetteremo. Certamente, tutti costoro… - e indicò attorno con un gesto rapido della mano - … non possono esservi di alcuna utilità. Essi non sanno nulla.
De Vincenzi guardò i membri della famiglia Seminari. Che non sapessero nulla dell’assassinio, era possibile; ma che avessero in loro stessi molti elementi utili a illuminarlo e a guidarlo, era per lui altrettanto evidente. Una famiglia strana! D’altra parte come sottrarsi al perentorio invito del vecchio?
- Sono a vostra disposizione.
Don Viciente fece un cenno a Escamillo, il quale si diresse verso la più grande delle sette porte, l’unica che si apriva in centro alla parete di fondo, in faccia alla vetrata. Procedeva con lenta dignità e tutti i suoi movimenti furono solenni. Sollevò la tenda di velluto rosso, aprì il battente di quercia, si ritrasse per lasciare il passo e rimase a tener alta la tenda.
- Venite, commissario!
Traversarono un salone ed entrarono in una stanza più piccola, che aveva mobili chiari e larghi quadri di bastimenti, golette, vapori, alle pareti. Un tavolo era nel centro carico di statuette e di feticci messicani e indiani. Davanti al caminetto due poltrone.
Don Viciente si volse a Escamillo, che li aveva seguiti.
- Accendi.
La catasta della legna era pronta e ben presto le fiamme crepitarono. Dalle finestre entrava la scarsa luce del giorno, che non bastava a ricacciare negli angoli le ombre.
- Volete un caffè o preferite cognac o whisky?
- Non bevo alcolici, signor Seminari.
- Io, sì. Porta il caffè, Escamillo.
Sedette in una delle due poltrone e fece segno a De Vincenzi di sederglisi di fronte.
Le fiamme lo illuminavano dal basso, accendendogli l’oro del cordone alla cintola, dandogli riflessi violacei alle gote.
- Aspettate che ci abbiano portato il caffè… Poi parleremo.
E tacquero. Il vecchio contemplava il fuoco. Il suo volto chiuso, ossuto, angolare, illuminato dal basso, sembrava una maschera di bronzo, patinata di verderame.
Tornò Escamillo con un vassoio. Sopra di esso due bottiglie, una di cognac e una di whisky, e due tazze. Lo depose su un piccolo tavolo fra i due uomini e versò il caffè.
- Vai, Escamillo.
Il servo scomparve.
- Ritengo di dovervi dare qualche indicazione, commissario, che potrà guidarvi nella ricerca dell’assassino.
- Quali nemici poteva avere vostro nipote, un ragazzo di vent’anni?
- Un ragazzo di vent’anni già profondamente tarato… Che frequentava pessime compagnie… Credo si fosse dato alla droga… Bevete il caffè, se non volete che vi si raffreddi.
Per suo conto, vuotò d’un fiato la tazza e poi si versò un bicchiere di whisky.
- Io ho sempre bevuto alcolici. È un’abitudine, sul mare, nelle notti di veglia e di attesa...
Ebbe un gesto vago, che indicava una lontananza perduta nel tempo e nello spazio.
De Vincenzi lo guardava, cercando di capire se quella specie di confessione brutale gli fosse dettata dalla sincerità e da essa soltanto.
- Allora, don Viciente, voi credete che si tratti di un delitto di qualche malvivente?
Il vecchio non rispose subito. Aveva bevuto anche il whisky e guardava attraverso il vetro, tenendo il bicchiere contro la fiamma. Lo depose sul tavolo.
- Soltanto i malviventi, come dite voi, s’impinzano di cocaina?… Gli hanno rubato nulla?
- No, non credo.
Trasse dalla tasca del pastrano un portafogli di marocchino, assai piccolo, un portabiglietti da abito di società, e lo aprì, mostrando alcuni biglietti di grosso taglio.
- Guardate voi stesso, ma poi ridatemelo, perché debbo consegnarlo al giudice.
Don Viciente prese il portafogli e contò il denaro.
- Piuttosto che levargliene, debbono avercene messi! Non sapevo che Daniele potesse disporre di cinquemila lire tutte in una volta. Comincio a credere che, fra l’altro, avesse anche il vizio del gioco…
Tolse dal portafogli una fotografia. La guardò attentamente e un leggero sibilo gli uscì dalle labbra. Ma il volto era impenetrabile. Lentamente ricacciò il cartoncino nella busta di pelle e la tese a De Vincenzi.
- A meno che sua madre… Uhm!… Una famiglia di squilibrati, la nostra!… Una quantità di venature morbose nella sua compagine… Se esiste l’ereditarietà, la colpa risale a me… E a mio padre.
Era terribilmente serio. Si sarebbe detto che soltanto allora si fosse reso conto di quel che diceva.
- Non sono italiani i vostri nipoti, vero?
- No. Sono nati tutti a La Guaira… Conoscete? E una piccola città sul mare, a una ventina di chilometri da Caracas… Nel golfo Triste… E chiusa dalle isole Sottovento… Tropico, commissario, bisogna esserci abituati. Sono nati tutti laggiù… Molte cose che essi fanno voi non potreste comprenderle.
- E voi anche come loro? - chiese di colpo De Vincenzi.
- Oh, io… A me i venti alisei hanno cantato la ninna nanna… Sono nato sul mare. Mio padre faceva il pirata… Contro i rapidi velieri americani, che correvano l’oceano per assicurare il rifornimento dell’oppio dalla Cina. Ladri contro ladri… Una lotta di squali divoratori…
- E voi? - ripeté De Vincenzi. Il brutale cinismo del vecchio quasi l’offendeva ed egli reagiva con brutalità.
- E io mi misi a comandare uno di quei velieri, quando il mestiere di pirata divenne troppo pericoloso e troppo poco redditizio. Poi ho avuto altri velieri, tutti miei. Mezza La Guaira mi apparteneva. Al tempo del proibizionismo non era più necessario portar nelle carene oppio d’Asia e coca d’Argentina, bastava caricare alcol… E la corsa fra le Piccole Antille e i porti della Florida era più comoda, nonostante la caccia delle torpediniere e delle vedette della Polizia statale… Una vita di rischio. È stato per evitare che la mia famiglia continuasse a farla, che sono venuto in Italia e mi ci sono stabilito. Pensavo di non correre più pericoli e di morire in pace. Invece… Vedete che era necessario che mi ascoltaste? Quel che vi ho detto può servire a guidarvi. Poiché io desidero che voi riusciate ad acciuffare l'assassino di Daniele. Può darsi che, uccidendo mio nipote, non abbiano voluto farla a lui, ma a me.
Bevve un altro bicchiere di whisky e poi si alzò. Adesso tutto il suo volto era in ombra.
Anche De Vincenzi si alzò.
- Non mi avete detto tutto, signor Seminari.
- Eh? Che cosa volete che vi dica? La via, il numero, il nome dell’assassino? Non li conosco, naturalmente. Se li conoscessi, non ve li direi. Saprei fare da me.
- Debbo cercare tra coloro che possono trovarsi a Milano e che provengono… Di laggiù?
Un breve riso secco, tutto di gola, gli rispose.
- Ce ne sono? Squali contro squali, eh? Oh, non vi cacciate a immaginare un romanzo di avventure! Quel che vi ho detto deve servire a farvi capire la famiglia. Adesso, cercate fra quelli che erano gli amici di Daniele…
De Vincenzi si aggrappò a questo uncino.
- Per farlo, avrei bisogno di conoscere il morto. Vorrei visitarne la camera… Scoprirne le abitudini… Non credete che le sorelle?…
- Lasciate in pace quelle due ragazze! Rosita si è data allo sport e Isabella sogna a occhi aperti… - La voce gli si fece di nuovo dura, imperiosa. - Vi ho detto quanto dovevo, commissario, e quanto forse voi non vi sareste aspettato che vi dicessi. Non chiedetemi altro. E non procurate fastidi inutili alla mia famiglia. Essa ne avrà già troppi, senza i vostri.
La camera di Daniele era assolutamente priva di ogni carattere personale. La si sarebbe detta una camera di albergo, di uno di quei vecchi alberghi di lusso, che hanno mobili pesanti di stile e tendaggi di velluto sui quali la polvere si annida annosa.
Quel ragazzo non aveva davvero l’abitudine di concentrarsi e di trascorrere molto tempo sui libri e, se aveva a propria disposizione un tavolo, doveva servirsene unicamente per deporvi i bicchieri dei liquori o qualche rivista illustrata. Quella mattina, sull’unico piccolo tavolo non si vedeva che il telefono e un orario delle ferrovie.
De Vincenzi era entrato solo e aveva richiuso la porta dietro di sé.
Don Viciente lo aveva accompagnato fin sulla soglia, quando erano tornati nella sala di passaggio, questa era vuota, e gli aveva detto: - Cercate! Non troverete nulla.
Adesso, cominciava a credere che il vecchio avesse ragione.
Ma che cosa avrebbe voluto trovarvi?
Questa volta il suo metodo psicologico di impregnarsi di un ambiente, per conoscerne il suo abitatore, falliva.
Aveva appena terminato di formulare un tal pensiero, che sollevò le sopracciglia e girò attorno lo sguardo con attenzione.
Il letto era completamente rifatto e questo non sarebbe stato strano, dato che il giovane Daniele non era rincasato: ma lo strano era che nessuno si fosse data la pena di apparecchiarlo per ricevere un dormiente. La pesante sopraccoperta di seta violacea lo copriva interamente, ripiegata con cura sotto i cuscini, e mancava l’indispensabile pigiama da notte. Il comodino, accanto al letto, non aveva che la lampada e null’altro: né un portacenere, né un libro, né un segno qualsiasi che rivelasse le abitudini dell’abitatore della stanza.
De Vincenzi continuò a guardarsi attorno e non scoprì un abito abbandonato, una carta, un giornale, nulla! Tutto appariva in ordine perfetto.
Si diresse al cassettone e poi all’armadio, preparato a trovarli vuoti. Non erano vuoti, in realtà, ma la biancheria e gli abiti che contenevano apparivano disposti nell’ordine più perfetto, quasi non fossero stati toccati da molto tempo.
Si fermò perplesso a contemplare l’armadio aperto.
In basso, il cadavere che lui aveva osservato indossava lo smoking.
Qui vedeva vari completi e un abito da sera a code. Da una gruccia che pendeva vuota doveva essere stato tolto lo smoking.
Scosse la testa. In fondo, nulla di strano. Il giovane Daniele e il suo cameriere amavano l’ordine. Quale altra conclusione trarre dall’aspetto di quella stanza?
Richiuse lentamente l’armadio.
Era assorto e preoccupato. Sentiva che quella stanza dava al problema un aspetto nuovo e inquietante. Tutto, del resto, appariva torbido e inquietante, in quella casa!
Uscì dalla camera di Daniele e si trovò nuovamente nella grande sala di passaggio. Il lampadario splendeva sempre; le porte chiuse e le tende tirate. Adesso, il fuoco era acceso nei due camini.
Sul pianerottolo, attraverso la vetrata, vide il maresciallo Cruni e l’agente, che lo avevano accompagnato. Con essi era rimasto il maggiordomo.
Rapidamente, De Vincenzi raggiunse i tre uomini.
- Vi chiamate?
Il maggiordomo sollevò un poco le sopracciglia e fissò il commissario.
- Escamillo Pereyda.
- Ebbene, Escamillo, ho bisogno di parlare con voi. Conducetemi in qualche luogo dove potremo esser soli.
- La mia camera è molto modesta, signor commissario, e si trova all’ultimo piano del palazzo.
- Aspettatemi qui, voi due. Tu, Cruni, se il giudice istruttore arriva e chiede di parlarmi, digli che lo andrò a trovare nel suo ufficio… Ho già proceduto io all’interrogatorio della famiglia. Nel caso che il medico voglia far trasportare il cadavere all’Obitorio per l’autopsia… E io ritengo che sia necessaria… Digli che mi aspetti, desidero parlargli. Hai capito?
- Sì, dottore.
- Andiamo, Escamillo…
E lo seguì su per lo scalone.
L’arrivo dei due uomini al terzo piano provocò lo sbandamento e la fuga delle donne. Un piccolo gruppo di volti ansiosi e poi un fruscio rapido di gonnelle e un batter d’usci che si chiudevano.
- Quanti servi e cameriere ci sono?
Escamillo a quella fuga aveva sorriso lievemente.
- Servi? Oltre me, che sono indubbiamente un servo, nessuno, se non chiamate servi l’autista, il portinaio e il giardiniere, che in realtà non lo sono. Poi cinque donne, compresa la guardarobiera, che è la vecchia Asuncion, un tempo nutrice dei bambini… Eccoci giunti, señor commissario.
E con un gesto largo spalancò l’ultimo uscio del corridoio, lasciando il passo a De Vincenzi.
Quando lo vide nella stanza, disse a voce alta, rivolto alle altre porte chiuse: - Asuncion, Clara, Francoise, Oliva, Mammy, presto al servizio! Sono le otto passate e c’è tutto da fare.
Mentre egli entrava dietro a De Vincenzi, si udì qualche porta che si apriva e poi il rumore di passi rapidi nel corridoio.
De Vincenzi lo attendeva in piedi in mezzo alla camera che aveva per tutto mobilio il letto, un cassettone e qualche seggiola. Anche qui aveva notato che alle pareti erano appese oleografie e stampe di navi e di velieri.
- Modesta camera per ricevervi, señor commissario! - E gli porse una seggiola.
De Vincenzi si appoggiò con le mani allo schienale e rimase in piedi.
- Da quanti anni siete al servizio di don Viciente?
- Forse trenta, forse più… Anzi, certamente di più.
- A La Guaira?
- Naturalmente. Ma soprattutto sul mare.
- Facevate anche voi il contrabbando di droga e di alcolici?.
Un leggero stupore apparve sul volto di Escamillo, che si lisciò lentamente le basette prima di rispondere.
- Don Viciente vi ha detto questo?
- E mi ha detto che possono aver ucciso suo nipote per vendicarsi di lui.
- E probabile, infatti.
- Potreste darmi qualche indicazione?
- Il señor Viciente ve ne ha date?
De Vincenzi comprese che a quel modo non avrebbe tirato gran cosa dal colloquio.
- Quali erano le abitudini del giovane Daniele?
Il vecchio scosse la testa.
- Pessime! Il ragazzo si era fatto guastare dai cattivi compagni.
Sì, questo glielo aveva detto anche don Viciente.
- Passava la notte fuori?
- Sempre.
- E di giorno?
- Quando non dormiva, raramente rimaneva in casa.
- Ieri sera a che ora è uscito?
- Subito dopo il pranzo. Saranno state le nove.
- E gli altri?
- Le señoritas sono andate a teatro… Almeno credo.
Don Juan José e donna Vera sono rimasti col padrone e la señora. Alle dieci, tutti erano a letto.
- A che ora sono tornate le signorine?
- Poco dopo la mezzanotte. Le abbiamo attese Asuncion e io. Asuncion non si corica fin quando le señoritas non sono a letto.
- Da che portone sono entrate?
- Oh, certamente dall’ingresso principale, di corso Venezia…
Non c’era altro da dire. E neppure altro da fare in quella casa. Interrogare le cameriere non avrebbe recato alcun giovamento all’inchiesta. Forse, avrebbe potuto aggiungere qualche particolare al quadro; ma questo, oramai, appariva già sufficientemente chiaro. La vita nel palazzo di don Viciente Seminari era quel che era. E Daniele aveva trovato la sua morte fuori del palazzo, per la città.
- Vi ringrazio - disse brevemente De Vincenzi e si diresse alla porta.
Escamillo lo precedette e gliela aprì con la medesima solennità rispettosa e fiera con cui faceva ogni movimento.
Il commissario si trovava sul pianerottolo del secondo piano e stava per discendere al primo, sempre preceduto dal maggiordomo, quando si udì un grido. Uno strano grido rauco e modulato, che sembrava l’atto per richiamare l’attenzione di qualcuno.
De Vincenzi ebbe un sussulto e si fermò.
Escamillo scosse melanconicamente la testa.
- Non è nulla, signore! Il señor Jacques ha una delle sue crisi.
Il grido era cessato e adesso si udiva il suono gracchiante e inumano di una risata. Cominciò bassa e sorda e pian piano andò espandendosi, prese corpo, dilagò.
De Vincenzi si sentì percosso da brividi. Quella risata era quanto di più atroce e di più tragico si potesse immaginare.
- Ma è un pazzo! - esclamò e fece un passo verso l'unica porta, che si apriva sulla parte lunga del ballatoio.
- Oh, no, signore! Il señor Jacques è senza dubbio ammalato e il mio padrone non ha risparmiato e non risparmia medici e medicine per farlo curare. Ma non è pazzo. Una volta cessata la crisi, il povero ragazzo riacquista tutta la sua ragione… Non vi consiglio a ogni modo, commissario, di andarlo a conoscere proprio in questo momento… A quale scopo lo fareste?
Infatti… De Vincenzi aveva colto l'ironia che era dietro la domanda in apparenza logica e innocente. A quale scopo lo avrebbe conosciuto? Come supporre un legame qualsiasi tra l’assassinio di Daniele e la follia, se follia era, del fratello di Vera Campostella?
Ma la porta sul ballatoio si spalancò e Jacques apparve.
Rideva ancora. Vide De Vincenzi e il riso gli si spense di colpo sulle labbra.
I medesimi occhi di sua sorella, fissi lucenti spiritati. Una ampia fronte solcata da sottili infinite rughe sotto i capelli scarmigliati, d’un rosso carota indescrivibile. Il volto era sottile, magro, tirato. Il labbro inferiore gli ricadeva. Vestito tutto di nero con una palandrana lunga oltre i ginocchi, Jacques portava pantaloni corti ai polpacci e ai piedi scarpine nere di vernice, da prete, con due grosse fibbie di argento, e le calze bianche.
Fissò per qualche istante De Vincenzi, guardandolo con l’intenzione manifesta di comprendere chi fosse.
Evidentemente non ci riuscì, e si rivolse a Escamillo.
- E luì? - chiese, indicando il commissario col dito teso.
A De Vincenzi non sfuggì l’improvviso pallore del maggiordomo.
- E luì, che toma?
Escamillo ebbe un gesto di collera. Ma subito si dominò e rapido si diresse verso Jacques, lo afferrò per un braccio, lo spinse verso l’interno.
- Non è lui, señor… Rientrate nella vostra camera!… - gli disse in spagnolo.
Il pazzo non oppose resistenza e scomparve. Dietro la porta, che Escamillo si era affrettato a richiudere, si udì ancora la risata gracchiare.