Io e Sir Henry ci guardammo. Ecco qualcosa di concreto.
«Penso che andremo dal signor Mackenzie», dissi.
«Bene», rispose il console, «è la cosa migliore, ma vi avverto che probabilmente sarà un viaggio difficile, perché ho sentito che i Masai sono in guerra e, come sapete, non sono clienti piacevoli. Secondo me dovreste prendere alcuni uomini scelti come servitori personali e cacciatori, e assumere dei portatori da villaggio a villaggio. Vi darà un’infinità di problemi, ma forse nel complesso si rivelerà una strada più economica e più vantaggiosa che ingaggiare una carovana, e sarete meno soggetti alla diserzione».
Fortunatamente c’era a Lamu in quel momento un gruppo di ascari Wakwafi. I Wakwafi, che sono un incrocio tra i Masai e i Wataveta, sono una bella razza virile, che possiede molte delle buone qualità degli Zulu e una grande capacità di civilizzazione. Sono anche grandi cacciatori. Questi uomini in particolare avevano recentemente fatto un lungo viaggio con un inglese di nome Jutson, che era partito da Mombasa, un porto a circa 150 miglia sotto Lamu, e aveva viaggiato intorno al Kilimangiaro, una delle più alte montagne conosciute in Africa. Poveretto, era morto di febbre durante il viaggio di ritorno, a un giorno di marcia da Mombasa. Sembra assurdo che se ne sia andato così quando era a poche ore dalla salvezza e dopo essere sopravvissuto a tanti pericoli, ma così è stato. I suoi cacciatori lo seppellirono e poi arrivarono a Lamu in un dhow. Il nostro amico console ci suggerì che avremmo fatto meglio a cercare di assumere questi uomini, e così la mattina seguente partimmo per interrogare il gruppo, accompagnati da un interprete.
A tempo debito li trovammo in una capanna di fango alla periferia della città. Tre degli uomini erano seduti fuori dalla capanna, ed erano dei bei tipi dall’aspetto franco, più o meno civilizzato. Spiegammo loro cautamente l’oggetto della nostra visita, all’inizio con scarso successo. Dichiararono che non erano disposti a niente del genere, che erano stanchi e consumati dal lungo viaggio e che i loro cuori erano addolorati per la perdita del loro padrone. Intendevano tornare alle loro case e riposare un po’. Questo non suonava molto promettente, così, per creare un diversivo, chiesi dove fossero gli altri. Mi dissero che erano sei e io ne vidi solo tre. Uno degli uomini disse che dormivano nella capanna e che stavano ancora riposando dopo le loro fatiche – “il sonno appesantiva le loro palpebre e il dolore rendeva i loro cuori di piombo: era meglio dormire, perché con il sonno si dimenticava. Ma gli uomini dovevano essere svegliati”.
Presto uscirono dalla capanna, sbadigliando – i primi due erano evidentemente della stessa razza di quelli che ci avevano preceduto; ma l’apparizione del terzo e ultimo mi fece quasi sobbalzare. Era un uomo molto alto e robusto, un metro e ottanta, direi, ma magro, con membra magre, dall’aspetto segaligno. Il mio primo sguardo mi disse che non era un Wakwafi: era uno Zulu purosangue. Uscì con la sua sottile mano dall’aspetto aristocratico posta davanti al viso per nascondere uno sbadiglio, così potei solo vedere che era un Keshla o uomo con gli anelli1, e che aveva un grande buco a tre angoli sulla fronte. In un altro secondo tolse la mano, rivelando un volto zulu dall’aspetto possente, con una bocca simpatica, una corta barba lanosa, grigia, e un paio di occhi marroni acuti come quelli di un falco. Riconobbi subito il mio uomo, anche se non lo vedevo da dodici anni. «Come stai, Umslopogaas?», dissi a bassa voce in zulu.
L’uomo alto (che tra la sua gente era comunemente conosciuto come il “Picchio” e anche come il “Macellatore”) trasalì, e quasi lasciò cadere per lo stupore l’ascia da battaglia dal lungo manico che teneva in mano. Un attimo dopo mi riconobbe e mi salutò con un’esplosione di suoni che attirò l’attenzione dei suoi compagni Wakwafi.
«Koos (capo)», cominciò, «Koos-y-Pagete! Koos-y-umcool! (Capo dalla vecchia testa potente) Koos! Baba! (padre) Macumazahn, vecchio cacciatore, uccisore di elefanti, divoratore di leoni! L’uomo il cui colpo non manca mai, che colpisce dritto il bersaglio, che afferra una mano e la tiene fino alla morte (cioè un vero amico). Koos! Baba! Saggia è la voce del nostro popolo che dice: “La montagna non si incontra mai con la montagna, ma all’alba o alla sera l’uomo si incontrerà di nuovo con l’uomo”. Ecco, un messaggero è salito da Natal: “Macumazahn è morto”, gridò. “La terra non conosce più Macumazahn”. Questo accadeva anni fa. E ora, ecco, ora in questo strano luogo nauseabondo trovo Macumazahn, amico mio. Nessun dubbio. Le piume del vecchio sciacallo sono diventate un po’ grigie; ma il suo occhio non è forse altrettanto acuto e i suoi denti non sono forse altrettanto taglienti? Ah! Ah! Macumazahn, ti ricordi come hai piantato la palla nell’occhio del bufalo che caricava, ti ricordi...»
L’avevo lasciato continuare così perché vedevo che il suo entusiasmo stava producendo un effetto marcato nelle menti dei cinque Wakwafi, che sembravano capire qualcosa del suo discorso; ma ora pensai che era il momento di porvi fine, perché non c’è niente che odio tanto quanto questo sistema zulu di lodi stravaganti – bongering, lo chiamano loro. «Silenzio!», dissi. «Cosa fai qui con questi uomini – tu che eri un capo nello Zululand? Com’è che sei lontano dalla tua gente e ti sei riunito con degli estranei?»
Umslopogaas si appoggiò sulla testa della sua lunga ascia da battaglia (che non era altro che un’azza, con un bel manico di corno di rinoceronte), e il suo volto torvo divenne triste.
«Padre mio», rispose, «ho una cosa da dirti, ma non posso dirla davanti a questa gente da poco (umfagozana)», e guardò gli ascari Wakwafi; «è per il tuo orecchio. Padre mio, ti dirò questo», e qui il suo volto si fece di nuovo severo, «una donna mi ha tradito fino alla morte e ha coperto il mio nome di vergogna – sì, mia moglie, una ragazza dalla faccia rotonda, mi ha tradito; ma sono scampato alla morte; sì, mi sono liberato dalle mani di coloro che sono venuti per uccidermi. Ho dato solo tre colpi con la mia ascia Inkosikaas – sicuramente mio padre se ne ricorderà – uno a destra, uno a sinistra e uno davanti, eppure ho lasciato tre uomini morti. E poi sono fuggito, e, come mio Padre sa, anche ora che sono vecchio i miei piedi sono come le zampe del Sassaby2, e non c’è uomo che, correndo, possa prendermi di nuovo quando sono scappato dal suo fianco. Andai avanti, e dietro di me vennero i messaggeri della morte, e la loro voce era come quella dei cani che cacciano. Dal mio kraal scappai e, mentre scappavo, colei che mi aveva tradito stava attingendo acqua dalla sorgente. Le passai accanto come l’ombra della morte, e mentre andavo, colpii con la mia ascia, ed ecco che la sua testa cadde: cadde nella pozza d’acqua. Poi fuggii verso nord. Viaggiai giorni e giorni; per tre lune ho viaggiato, senza riposare, senza fermarmi, ma correndo verso l’oblio, finché ho incontrato il gruppo del cacciatore bianco che ora è morto, e sono venuto qui con i suoi servi. E non ho portato nulla con me. Io che ero di alto lignaggio, sì, del sangue di Chaka, il grande re, un capo e un capitano del reggimento dei Nkomabakosi, sono un vagabondo in luoghi strani, un uomo senza kraal. Non ho portato altro che questa mia ascia; di tutti i miei averi rimane solo questa. Si sono divisi il mio bestiame, hanno preso le mie mogli e i miei figli non conoscono più la mia faccia. Eppure con quest’ascia», e fece roteare la formidabile arma intorno alla sua testa, facendo sibilare l’aria mentre la tagliava, «mi farò di nuovo strada verso la fortuna. Ho parlato».
Scossi la testa verso di lui. «Umslopogaas», dissi, «ti conosco da sempre. Sempre ambizioso, sempre a tramare per diventare grande, temo che alla fine tu abbia superato te stesso. Anni fa, quando avresti complottato contro Cetywayo, figlio di Panda, ti avevo avvertito e tu mi avevi ascoltato. Ma ora, quando io non ero accanto a te per fermare la tua mano, tu hai scavato una fossa in cui sei caduto. Non è così? Ma quel che è fatto è fatto. Chi può far rinverdire l’albero secco, o guardare di nuovo la luce dell’anno scorso? Chi può ricordare la parola detta, o riportare lo spirito di chi è caduto? Ciò che il tempo inghiotte non torna. Che sia dimenticato!
E ora, ecco, Umslopogaas, ti conosco come un grande guerriero e un uomo coraggioso, fedele fino alla morte. Anche nello Zululand, dove tutti gli uomini sono coraggiosi, ti chiamavano il “Macellatore”, e di notte raccontavano intorno al fuoco la tua forza e le tue gesta. Ascoltami ora. Tu vedi questo grande uomo, amico mio», e indicai Sir Henry; «anche lui è un guerriero grande come te, e, forte come te, potrebbe gettarti sulle sue spalle. Incubu (grande capo) è il suo nome. E vedi anche questo, quello con lo stomaco rotondo, l’occhio splendente e il viso piacevole. Bougwan (occhio di vetro) è il suo nome, ed è un uomo buono e vero, essendo di una curiosa tribù che passa la vita sull’acqua e vive in kraal galleggianti.
Ora, noi tre vogliamo viaggiare verso l’interno, oltre Dongo Egere, la grande montagna bianca (il monte Kenia), e lontano nell’ignoto. Non sappiamo cosa vi troveremo; andiamo a caccia e cerchiamo avventure e luoghi nuovi, essendo stanchi di stare fermi, con le stesse vecchie cose intorno a noi. Vuoi venire con noi? A te sarà dato il comando di tutti i nostri servi; ma cosa ti accadrà, questo non lo so. Una volta noi tre viaggiammo così, in cerca di avventure, e portammo con noi un uomo come te, un certo Umbopa; ed ecco, lo lasciammo re di un grande paese, con venti Impis (reggimenti), ciascuno di tremila guerrieri piumati, in attesa della sua parola. Non so come andrà a te; forse la morte attende te e noi. Vuoi gettarti in braccio alla Fortuna e venire, o Umslopogaas?»
Il grande uomo sorrise. «Non hai del tutto ragione, Macumazahn», disse. «Ho complottato ai miei tempi, ma non è stata l’ambizione che mi ha portato alla caduta; ma, vergogna che io debba dirlo, il viso di una bella donna. E sia. Allora, Macumazahn, rivivremo i vecchi tempi, quando si combatteva e si cacciava nello Zululand? Sì, verrò. Venga la vita, venga la morte, che m’importa, così che i colpi cadano veloci e il sangue scorra rosso. Invecchio, invecchio, e non ho combattuto abbastanza! Eppure sono un guerriero tra i guerrieri; vedi le mie cicatrici», e indicò le innumerevoli cicatrici, le pugnalate e i tagli, che segnavano la pelle del suo petto e delle gambe e delle braccia. «Guarda il buco nella mia testa; il cervello è uscito da lì, eppure ho ucciso colui che ha colpito, e sono vivo. Sai quanti uomini ho ucciso in un leale corpo a corpo, Macumazahn? Vedi, ecco la loro storia», e indicò lunghe file di tacche incise nel manico di corno di rinoceronte della sua ascia. «Contali, Macumazahn, centotre, e non ho contato che quelli a cui ho aperto lo stomaco3, né ho contato quelli colpiti da qualcun altro».
«Taci», dissi, perché vidi che gli stava venendo la febbre del sangue; «taci; so che sei chiamato il “Macellatore”. Non vogliamo sentir parlare dei tuoi atti di sangue. Ricorda, se vieni con noi, non combattiamo se non per autodifesa. Ascolta, abbiamo bisogno di servitori. Questi uomini», e indicai i Wakwafi, che si erano ritirati un po’ durante il nostro indaba (discorso), «dicono che non verranno».
«Non verranno!», gridò Umslopogaas; «dov’è il cane che dice che non verrà quando mio padre lo ordina? Ecco, tu», e con un solo balzo si gettò sul Wakwafi con cui avevo parlato prima e, afferrandolo per un braccio, lo trascinò verso di noi. «Cane!», disse, scuotendo l’uomo terrorizzato, «hai detto che non vuoi andare con mio padre? Dillo ancora una volta e ti strozzerò», e le sue lunghe dita si chiusero intorno alla sua gola mentre lo diceva, «tu e quelli con te. Hai dimenticato come ho servito tuo fratello?»
«No, verremo con l’uomo bianco», sussurrò l’uomo.
«Con l’uomo bianco!», continuò Umslopogaas, con una furia simulata, che una piccola provocazione avrebbe reso abbastanza reale; «di chi parli, cane insolente?»
«Andremo con il grande capo bianco, volevo dire».
«Bene!», disse Umslopogaas, con voce tranquilla, mentre lasciava improvvisamente la presa, così che l’uomo cadde all’indietro. «Lo immaginavo».
«Quell’Umslopogaas sembra avere un curioso ascendente morale sui suoi compagni», osservò Good pensieroso.
1 Tra gli Zulu un uomo assume l’anello, che è fatto di una specie di gomma nera intrecciata con i capelli, e lucidato di un nero brillante, quando ha raggiunto una certa dignità ed età, o è il marito di un numero sufficiente di mogli. Finché non è in grado di indossare un anello, è considerato un ragazzo, anche se può avere trentacinque anni, o anche di più. A. Q.
2 Una delle più veloci tra le antilopi africane. A. Q.
3 Allude all’usanza zulu di aprire lo stomaco di un nemico morto. Credono che, se questo non viene fatto, quando il corpo del nemico si gonfia, si gonfierà anche il corpo di chi l’ha ucciso. A. Q.
II.