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511 Words
3 E adesso, mentre aspetto Ribò, che faccio? Cazzo, che posso fare? Cantare l’Aida? Non saprei neanche da che parte cominciare. E poi fa troppo caldo. È già un gran colpo di culo che Ribò fosse in città. Certo, è pure vero che lui non è come quei fessi che vanno in vacanza ad agosto, ad ammucchiarsi nei villaggi turistici come mosche sulla merda. E non mi riferisco a quelli che non possono scegliere, che quelli, si sa, vanno in ferie quando possono. Parlo di quegli altri, gli atrofizzati che, pur avendo la facoltà di lasciare la città quando pare loro, se ne vanno in vacanza durante il mese di agosto perché se no non si sentono in vacanza. Come le mosche sulla merda, appunto. Ma lasciamo stare. Ribò non è così. Che poi non so nemmeno se lui ci vada, in vacanza. E le donne? Mah. Affari suoi. Esco dalla bocciofila e attraverso il corso in diagonale per tornare nel mio tugurio. Angela è ancora lì. «Senti, vieni un momento da me, ho bisogno di sfogarmi un po’, stanotte. La sbronza ormai è andata, e mi devo accontentare del sesso». «Ehi, che ti prende, Cardo? Sembri uno che ha trovato un morto nel letto». Si è già sparsa la voce, commento fra me. «Deve essere il caldo», spiego. «Aspettami qui, torno subito. Ci penso io a tirarti su», dice, e trotta a informare il suo pappa alcolizzato. Il lavoro è lavoro. Il suo ragazzo deve sempre sapere dove va, e con chi. La guardo attraversare la strada. «Chiedigli se puoi farmi credito», lancio a voce alta. «Te lo puoi scordare», ribatte lei, alzando il medio in direzione di una macchina che ha rallentato per dar modo ai suoi occupanti di apostrofarla. «Allora?», chiedo, al suo ritorno. «Dice che non devi fare lo scemo, gli affari sono affari, dice, e l’amicizia non conta». Ci incamminiamo. «Ma tu devi proprio dire tutto, ad Aldo? Non ti senti umiliata?». «Sai una cosa, Cardo, secondo me tu non dovresti usare i pennelli a manico lungo, quando dipingi le prospettive sui muri». «Al mio lavoro ci penso io, Angela», replico con fierezza. «Appunto», ribatte lei. «Andiamo, andiamo», taglio corto prendendola per un polso. Passiamo sotto l’arco. La stanchezza mi costringe a trascinare i piedi. Sollevo nuvolette di polvere nell’aia. Assecondiamo l’angolo e spingo la porta di casa. Tocco l’interruttore e do luce alla stanza. «Hai messo un po’ d’ordine, finalmente», ironizza Angela, ruotando il collo al modo di un periscopio. Io, che sono sordo all’ovvio, non rispondo. Ma noto, attraverso i suoi occhi, che qui davvero trovano riparo tutti gli oggetti di questo mondo, e forse pure dell’altro. Ma del resto, che fare? In fondo è qui che io provo colori, tecniche, fondi, materiali, figure. Ed è ancora qui, in cucina, che mangio. Ed è qui che dormo, stravaccandomi sul giaciglio che ho ricavato con un pallet fregato dietro un supermercato, e su cui ho buttato un materasso pescato in discarica. Lascio Angela di qua e vado in bagno a mondarmi le pudende, come dicono i preti, a sciacquare la nerchia, come dico io. Ordini di Angela. Vecchia, ma pulita, dice lei. E vuole clienti puliti, specie quelli, come me, che hanno gusti particolari. E proprio mentre mondo l’immondo, Angela caccia un urlo.
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