II
“Buongiorno, maresciallo, ha riposato bene? Ringhio, al solito, si è comportato da bravo figliolo?”
Bonanno fulminò il subalterno. Giovanissimo, settentrionale, alto, bruno, occhio malandrino, barba incolta e parlata fluida, amante di donne e motori: caratteristiche che, in un centro circoscritto come Villabosco, rendevano la vita molto piacevole al brigadiere con l’universo femminile.
“Che vuoi, Steppà?”
“Capperi, stamani conversazione ad alto tasso di gratificazione personale. Grazie, capo.”
“Dacci un taglio e spara.”
“Eh va be’, rassegniamoci.”
“Non fare la vittima che tanto non ti riesce.”
“E lei non si sforzi troppo coi complimenti. Allora, abbiamo tre novità: una magnifica, una a mezzo e un’altra pessima. Da dove comincio?” cianciò facendo il finto offeso il brigadiere capo del Nucleo Operativo Attilio Steppani, incurante della tempesta che si andava addensando negli occhi sul suo capo.
“Da quella di mezzo.”
“Ecco qua, abbiamo una bella comunicazione del suo carissimo amico, il sindaco Totino Prestoscendo; un’ordinanza che le leggo testuale: Preso atto che si rende necessario ottimizzare il servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani conferiti negli appositi cassonetti per evitare che durante il giorno i rifiuti possano originare cattivi odori e batteri, nonché presenza di insetti e animali randagi, ordina che tutti i cittadini conferiscano i rifiuti nei cassonetti dalle ore 21 alle ore 7 di ogni giorno”.
Bonanno lo scrutò torvo: non solo scrivere ma anche leggere lo intrigava al brigadiere.
Steppani smise di scorrere il testo e aggiunse imperterrito: “Nel caso non l’avesse capito, maresciallo, anche noi dobbiamo osservare l’orologio prima di disfarci dei rifiuti. Se non sono le nove di sera, i sacchetti li dobbiamo tenere in caserma. Lo stesso dicasi quando trattasi di sabato o di giornata festiva e gli spazzini riposano, poco importa se sarà agosto e i rifiuti si decomporranno spandendo attorno profumo di ciclamino” concluse, sventolando il fax sotto il naso da toro infuriato di Bonanno.
Col primo cittadino di Villabosco, il maresciallo aveva una vecchia questione in sospeso per la discarica di Raffello, realizzata a due passi dalla città archeologica. Gli era rimasto nella strozza quell’affronto agli antichi abitatori. In quello spicchio di provincia, il rispetto per l’ambiente e per la storia veniva calpestato dall’ignavia e dal menefreghismo di chi occupava posti di potere. Ma era così che andava, constatò amaramente, e al solo udire il nome di Prestoscendo, i suoi occhi cominciarono a mandare pericolosi lampi di avvertimento. Steppani, con l’incoscienza propria dei giovani, beatamente li ignorò. Quando aggiunse il resto, ai lampi si sommarono i movimenti a violino delle mani del maresciallo. Gran brutti segnali. Trattenendosi a malapena, Bonanno accese una cicca e domandò a muso duro: “Vuoi avere la compiacenza di spiegarmi che nicche nacche questa ordinanza con noialtri? Ci pigliò per guardamunnizza il signor sindaco? E per tua informazione, quello amico mio mai c’è stato e mai ci diventerà.”
Steppani godeva un mondo a stuzzicarlo e non aveva voglia di mollare l’osso: “Il sindaco conclude scrivendo che i trasgressori dell’ordinanza saranno puniti con multe sino a trecento euro e incarica la polizia municipale e i carabinieri di vigilare per fare eseguire quello che lui ha disposto. Insomma, maresciallo, siamo obbligati a sanzionare chi si libera del pattume fuori orario. Organizzo un apposito servizio di pattuglia per tutelare la salute dei cassonetti?”
Bonanno vociò e Steppani batté in ritirata. Ridacchiava. Ricomparve poco dopo con in mano una tazza fumante e nell’altra una bustina di dolcificante.
“Questa invece è la bella notizia. Da ieri abbiamo installato la nuova macchina per il caffè. Le va di rifarsi la bocca, maresciallo?”
Bonanno rimase senza parole. Se continuava com’era cominciata, chissà cos’altro gli avrebbe riservato la giornata. Per lunghi secondi fu occupato ad inebriarsi dell’aroma inconfondibile dello scuro di Sicilia, miscela catanese tostata a dovere. Profumava di lava e faceva onore alle tre S che un caffè degno di tal nome deve assolutamente possedere: Scuro, Stretto e Scottante.
“Steppà, se ti azzardi un’altra volta a chiamare amico mio quello scarafaggio vestito a festa…”
“Assaggi il caffè, maresciallo, assaggi.”
Bonanno assaggiò. La crema densa si acquietò sul palato dove rimase a lungo a solleticare le papille deliziate.
“Per questa volta lasciamo perdere” disse il maresciallo inghiottendo sino all’ultima goccia con uno schiocco linguale.
“Com’è il caffè?”
“Una delizia. E ti fa pure vedere chiaro. Ricapitoliamo, a chi fosse indirizzata la comunicazione che il sindaco ci mandò?”
Stavolta fu Steppani a rimanere sorpreso.
“Forza leggi, Steppà, non ti fare pregare.”
“Capperi, maresciallo!”
“Bravo, capisci al volo. Trattasi di competenza del comandante di Stazione, perciò trotta da Marcelli e schiaffagli quel pezzo di carta dove ti pare. Qua ci dobbiamo occupare di cose più serie della munnizza che il sindaco tiene nelle corna.”
“Per l’appunto, maresciallo. Ho giusto qua il rapporto di Cacici e Giarratana, stanotte montavano di pattuglia. Durante il giro di controllo, hanno avvistato poco distante dal paese una sagoma scura stesa vicino una jeep finita contro un carrubo. Si sono insospettiti perché i fari erano accesi e lo sportello aperto. Si sono avvicinati e l’hanno trovato.”
“Un morto ammazzato?”
“Non proprio.
“Un ubriaco che sbandò?”
“Fuochino.”
“Un drogato?”
“C’è vicino.”
“Steppà, la finisci? Avanti, spara, che trovarono quei due sceriffi?”
“I colleghi per precauzione avevano spianato perfino le pistole, ma quello stava già conciato come un San Sebastiano. Hanno chiamato il 118 e lo hanno identificato. Trattasi di Gaspare Calì, qualcuno che gli voleva bene lo ha pestato a sangue.”
“Di chi trattasi?” domandò Bonanno.
“Di Aspanu Caccialesto, maresciallo, per intenderci il ganzo di Angilina Cardonaci.”
Bonanno accese l’ennesima sigaretta, ma un nuovo colpo di tosse lo indusse a desistere.
“Ah, quello. Sappiamo niente? Testimonianze?”
“Neanche a parlarne.”
“Che idea ti facesti, Steppà?”
“E lei?”
“Magari qualcuno rimase insoddisfatto del servizietto di Angilina e gli rifilò un fracco di legnate. Quello se li cerca i guai; che ci vuoi fare? Quando uno ha un bastone infilato dritto per la schiena e travaglio non ne mangia, è il minimo che gli può capitare. Peggio per lui. Se sporge denuncia, bene, altrimenti se l’andasse a cercare da solo chi lo legnò.”
“Invece penso che una chiacchierata con Aspanu proprio ci tocca.”
Bonanno lo guardò già contrariato: “E per quale motivo?”
“Punto primo: da notizie acquisite, negli ultimi tempi ‘Caccialesto’ ha allargato il suo giro e ramazza con ragazze extracomunitarie. Punto secondo: i medici parlano di almeno sessanta giorni di prognosi e quindi dobbiamo procedere d’ufficio.”
“E che ci passarono sopra col trattore?”
“E non è tutto, punto terzo: Cacici mi ha pure riferito che puzzava di piscio.”
Bonanno lo squadrò con fessure che mandavano fumo.
“Se la fece addosso? Spiegati chiaro.”
“Dai, che ha già inteso. Vuole la verità?”
“No, sua sorella.”
“Qualcuno prima gli ha dato una strigliata leva pelo e poi l’ha marchiato. Forse si è infilato in qualche giro più grosso di lui o ha pestato i piedi a qualche mammasantissima.”
“Ah, ora capii il tuo giochetto col caffè. Va beh, piglia la macchina, andiamo in ospedale.”
“Volo” disse Steppani mentre già infilava la porta. Banditi, assassini o papponi passavano in secondo piano quando stringeva un volante tra le mani.
***
Aspanu di cognome faceva Calì, ma nessuno a Villabosco lo conosceva con le sue generalità. Per tutti, da sempre, era Aspanu “Caccialesto”, nomignolo affibbiatogli per via dell’insolita fortuna che arride a certi maschi. Non era di certo aggraziato, eppure possedeva qualcosa nei modi e nella parlata che mandava in solluchero le donne, da qui quell’appellativo, appioppatogli dal popolino quando il preside l’aveva scoperto mentre contava insieme alla moglie, una cinquantenne focosa, i denti ai francobolli. Vai a sapere perché gli era venuta in mente quella strampalata panzana per giustificare l’impudica nudità di entrambi sul letto disfatto dalle lotte a corpo libero. Poi, aggiungendo al grottesco la faccia tosta, la donna sghignazzando alla battuta del suo ganzo aveva detto: Aspanuzzu si spogliò per meglio passare la lingua umida sui francobolli. Il preside non ci aveva messo molto a capire a quale prosperosa affrancatura la rubizza consorte si riferisse e s’era catapultato sui due.
Aspanuzzu era zompato dalla finestra, la fedifraga aveva fatto le valige e il capo d’istituto era diventato “Ginu Cammarata u curnutuni”, scritto a caratteri cubitali all’ingresso della scuola dai suoi stessi studenti. Vernice rosso fuoco, come il rossetto preferito dalla gran buttana della mogliera.
Aspanuzzu, invece, sia per la prontezza con la quale aveva insalivato l’appiccicoso francobollo alla consorte del preside, sia per la velocità con la quale ne era schizzato fuori, era diventato Aspanu “Caccialesto”, trasformato in un colpo solo in maschio dal palato fino e con supplementare appellativo sulle proprie attività predilette.
All’epoca non aveva neppure diciassette anni. La sua vita si poteva racchiudere tutta in quel soprannome: Aspanu, figlio di padre ignoto e di madre malaccorta, si era dimostrato altrettanto lesto a cacciarsi nei guai e aveva conosciuto il riformatorio. Non gli erano mai mancate però le amorose di turno. Facevano a gara per non lesinargli affetto e sigarette. Aspanu ricambiava rispettando il soprannome “Caccialesto”, appartandosi con discrezione dove capitava e cacciandolo fuori lesto.
I nomi, si sa, possono provocare non poche rovine.
Poi aveva tentato un altro colpo con due perdigiorno come lui. Avevano agito in trasferta a volto scoperto, utilizzando la tecnica del taglierino per evitare di venire intercettati dai sistemi di controllo di una sperduta banca di paese. Confusa tra i dipendenti, la sua ex fidanzata, “Onorata la beddra”, aveva squadrato Aspanu incredula, con gli stessi begli occhioni che lo avevano visto rotolarsi tra le braccia dell’altra. Era accaduto mesi prima.
Sfumato l’appuntamento col parrucchiere, Onorata, pregustando di regalare al suo ganzo una bella improvvisata, s’era diretta fuori paese, dove abitava Aspanu. Lo aveva trovato appeso con mani, labbra e tutto il resto dell’armamentario ai succosi melograni della più capace discendente di Giunone che a Villabosco si fosse mai vista. Una picciotta che faceva sospirare di desiderio magari le pietre: Carmela, la sua amica del cuore.
Per cancellare l’affronto, Onorata aveva cambiato perfino paese.
Era stata la prima a testimoniare davanti all’esterrefatto commissario di polizia, indicando con precisione nome, cognome, soprannome e indirizzo di Aspanu. È risaputo: le donne di Sicilia non scordano chi ne umilia l’orgoglio. E se l’altra era un’amica, finché campano ti cavano gli occhi.
Le porte del carcere si erano spalancate, accogliendo Aspanu. Ne era uscito dopo neanche tre anni. Aveva giurato di aver chiuso con le banche e s’era dedicato al commercio di hashish e m*******a, roba di prima qualità. Ogni tanto smerciava pure qualche partita di cocaina, giusto per mantenere alto il giro degli affezionati. Anche quella volta lo avevano pizzicato con le mani nella farina ed era tornato al fresco. Per sua buona sorte, nel processo di appello l’iniziale condanna a sei anni gli era stata ridotta grazie alla diligenza del suo avvocato, una bella figliola anche lei vittima del magnetico influsso del dongiovanni di paese, poi giunse l’indulto. Una volta fuori di galera, decise di mettere la testa a posto e, sfruttando l’ascendente sulle donne, decise di dedicarsi ad un lavoro remunerativo e senza rischi. Puntò il suo obiettivo: Angilina, vedova da otto mesi di un maiale manesco e ubriacone. Aspanu fece onore al soprannome e non ebbe difficoltà a conquistare la piacente vedova e a convincerla, per il bene di entrambi, ad accogliere tra le lenzuola le solitudini pelose di vecchi in tiro. Con la promessa di trasvolare insieme in California, una volta messo da parte il gruzzolo necessario, dopo una settimana al calor bianco, Angilina era pronta a concedergli qualunque cosa.
Fu così che Aspanu si dedicò alla nuova attività di lenone.
Col passare dei mesi si era accorto che Angilina non bastava per soddisfare gli infoiati paesani, ci voleva merce fresca dotata di fantasia e sostanziosi attributi. Prese contatti con certi balordi che agivano nel palermitano, ottenne la benedizione dello zu Angiolo e nei fine settimana, nella sua abitazione poco fuori dal centro abitato, ospitava altre ragazze. Gli affari marciavano. Aspanu aveva trovato la sua strada e si sentiva un benefattore: in un colpo solo appagava le solitudini dei compaesani e offriva sostentamento a ragazze provenienti dalla guerra che, del loro sudato guadagno, gli cedevano un terzo per l’ospitalità. Inoltre garantiva favori spiccioli a quelli di Palermo, cedendo all’occorrenza il proprio alloggio come base per incontri fuori mano per qualche amico degli amici che preferiva non farsi notare troppo in giro. Le ragazze ci davano sotto e soddisfacevano tutti i clienti, soltanto negli ultimi tre fine settimana avevano racimolato quindicimila euro. A lui ne erano rimasti un terzo. Un giro d’oro. E già pensava di incrementarlo reclutando altre formose benefattrici.
Unico inconveniente in quei fine settimana: andare a dormire da Angilina. La vedova, ingenua, lo accoglieva giuliva, confidando nel loro futuro americano. Anche quella notte, quando le lancette segnavano le due e venti, Aspanu, a bordo della fiammante jeep, si stava recando da Angilina, quando l’inferno lo aveva risucchiato sprofondandolo nei suoi gironi di fuoco.
***
Parcheggiata l’auto con una manovra delle sue che fece impallidire un malcapitato barelliere in transito, Steppani balzò giù soddisfatto e raggiunse il maresciallo che stava chiedendo informazioni al medico di turno al Pronto Soccorso. A Bonanno l’odore di disinfettante degli ospedali restava appiccicato in gola, come se un pezzo di ovatta gli bloccasse la salivazione. Non gli andava né su né giù. Appena messo piede nella struttura segnata dal tempo, si pentì della decisione di raccogliere di persona la testimonianza di Aspanu. Aveva la bocca come una cava di sale, altro che il caffè al sapore di lava dell’Etna.