Tutto del resto era bello e quasi troppo colorato, nel suo viso roseo, nei capelli biondi, negli occhi azzurri che le sopracciglia nere, alte e arcuate come quelle di una donna rendevano più vivi e dolci.
E rosso era il collo forte, rosse le mani forti, tutto forte, vivo, sanguigno, nel suo corpo quasi gigantesco.
Eppure parve sbiancarsi e diminuirsi tutto, come cercando di nascondersi nell’ampiezza del suo vestito di fustagno, per l’accoglienza non attesa di Concezione. Ne vedeva chiaro il mutamento, ch’ella non ostentava ma non nascondeva; e anche a lui sembrava un’altra, come se all’ospedale, invece dell’operazione che le due donne gli avevano dato a intendere, cioè una semplice estrazione di un polipo al naso, le avessero per opera malefica tolto il sangue, la carne, la giovinezza. E qualche cosa di inesplicabile, oltre l’alito di tristezza e di malattia, emanava da lei, quasi un senso di minaccia e di pericolo, gelando l’atmosfera già così confortante della casetta ospitale. Egli sentiva di essere di nuovo il forestiero, come quel giorno che era venuto portando la stoffa per le camicie, e Concezione gli aveva preso le misure senza guardarlo in viso: forestiero, di terra lontana, senza nessuno al mondo. Ma con quelle misure, Concezione lo aveva legato, stregato; e le camicie cucite da lei erano state poi per lui come l’abito nuovo per i ragazzi, il vestito di festa, una fascia di speranza e di gioia.
“Come va?”, disse con voce bassa, turbata: e pareva avesse paura di essere ascoltato da qualcuno più padrone delle stesse padrone, che lo potesse cacciar via come un intruso.
“Siedi; va bene, tutto bene”, rispose la madre. “Concezione è guarita; la vedi.”
“La vedo” egli dice, ma incerto; e non osa rivolgersi direttamente alla giovane donna; anzi, in attesa ch’ella si degni di venirgli incontro, fa due passi indietro verso la porta, pronto ad andarsene se lei glielo ordina: tanto che ella, accorgendosene, ha un sorriso fra di beffe e di pietà.
“E siedi”, gli dice, in modo quasi rozzo, battendo la mano sulla spalliera della sedia accanto al focolare. “Da dove vieni?” Rosso di emozione e di gioia, egli fece un cenno, col braccio teso verso la porta. Arrivava di lontano, di laggiù, dalla valle dove questa si congiunge con un’altra vallata che piano piano si allarga, si stende quasi in pianura e declina verso il mare. Si costruiva una strada provinciale laggiù, che appunto dalla costa saliva verso il paese delle due donne: Aroldo, con altri operai venuti d’oltre mare, guidati da un impresario pure lui forestiero, lavorava alla costruzione di questa strada e specialmente a quella dei ponti.
“Che novità, dunque?”, gli domandò la vecchia, mentre Concezione si dava un gran da fare per preparare la tavola, sulla quale depose un vassoio colmo dei pezzi del porchetto che esalavano un buon odore di rosmarino.
Vedendo quei preparativi Aroldo ricominciò a rasserenarsi: già altre volte le donne lo avevano invitato, e, con l’appetito destato dalla lunga camminata, quella sera soprattutto si sentiva felice della loro ospitalità.
“Novità? Che novità posso portare? Si lavora come schiavi, e il padrone è sempre lì a urlare e pungere. Mai contento. Adesso, poi, con le piogge dei giorni scorsi, il terreno è brutto; vengono giù delle piccole frane, e l’acqua scorre dappertutto. Ma con la buona volontà tutto si supera. A me, del resto, il padrone vuol bene, forse anche perché sono il più coscienzioso. Anzi...” Guardò alle spalle di Concezione e non proseguì. Il suo viso tornò a offuscarsi.
Quando però furono a tavola, e la vecchia gli versò da bere, sebbene il vino fosse roseo e leggero come una bibita rinfrescante, egli riprese coraggio. Mangiando lentamente, servendosi di forchetta e coltello come un signore, riprese a raccontare, con la sua voce lievemente cadenzata, le vicende della strada e dell’impresario.
“È un tipo, però. È stato già due volte in America, a costruire strade e ponti, e adesso ha per la testa qualche cosa di straordinario. Bisogna premettere che è un gran lavoratore: vive con noi, e con noi passa la notte al bivacco. Non ritorna in paese neppure alla festa, come possiamo fare noi dipendenti. Del resto egli ci tiene, che si vada alla messa. D’altra parte neppure io farei tutta quella scarpinata, se non fosse appunto per la messa...”
Concezione capiva benissimo che egli tornava solo per lei; ma rimase rigida e dura. Non mangiava; non si moveva dalla tavola, come ogni tanto faceva sua madre; era assente, però, e pareva non sentisse le parole dell’ospite. Solo si scosse, quasi suo malgrado, quando egli riprese:
“E adesso si tratta di questo: sì, ma lo racconto solo a voi, perché almeno per qualche tempo, la cosa non si deve sapere. L’impresario, dunque, oggi mi chiamò da parte e mi domandò se voglio andare con lui in America, appena finita la strada qui, cioè fra un anno circa. Pare che questa volta le sue idee siano grandiose. Non solo una strada vuole aprire, in una regione boscosa e inesplorata verso la Patagonia, ma costruire addirittura una città, e poi un tronco di ferrovia. Il luogo dico, è adesso disabitato, ma fra due o tre anni sarà certamente magnifico, con case tutte nuove, una terra fecondissima, orti, giardini, fontane. C’è molto da lavorare, s’intende, ma anche molto da guadagnare: forse la ricchezza, certo l’avvenire assicurato.” La vecchia si sforzava a capire bene: ma le sembrava un po’ una favola, un po’ uno scherzo: poiché Aroldo, quando era di buon umore, non esitava a darne ad intendere delle più grosse, contentandosi però di burlare solo la madre, la figlia essendo troppo svelta e diffidente per dargli retta.
Questa volta però egli era serio e impegnato, e la sua forse non era una fantasia. Concezione quindi badava, senza dimostrarlo, ad ogni parola di lui, con un misto di curiosità e di speranza.
Ecco che la Vergine della Solitudine esaudiva, in qualche modo, la preghiera di lei: se Aroldo se ne andava, ella sarebbe ritornata completamente sola e libera nella strada che la sorte le aveva tracciato. Una domanda della madre, fece sorridere anche lei.
“Ma chi andrebbe laggiù a fare questo nuovo paese? Tu e l’impresario?”
“E centinaia e centinaia di compagni, un po’ di qui, un po’ indigeni. Poiché si formerebbe anzitutto una specie di colonia, con piccole case per noi; poi una vera cooperativa, con giuste divisioni di utili. Più si è bravi e si lavora, più si partecipa all’impresa. E assicurazioni sul lavoro, sulle malattie, sugli infortuni, sulla vita: e, infine, piena libertà ad uno che voglia tornarsene indietro con indennità di lavoro e di viaggio. Il clima è buono, bestie pericolose non ce ne sono. Molti insetti, sì, e zanzare specialmente, che spariranno con le prime bonifiche.”
“E i fondi?”, domandò con aria un po’ beffarda Concezione.
“Ma pare che l’impresario li abbia: non è un balordo, e non parla per parlare: un po’ strambo sì, ma ambizioso ed appassionato per queste imprese. Del resto non c’è nulla da perdere, almeno per uno come me.” Anche lui prese un atteggiamento canzonatorio, ma verso se stesso; bevette un altro bicchiere di vino, respinse il piatto che la vecchia gli aveva ricolmato, e guardò avanti a sé, in alto, come vedesse un quadro che lo interessava più che le altre cose intorno. Riprese:
“Non sarò certamente io ad aver paura delle zanzare. E, se occorre, neppure dei serpenti. Ho ammazzato tante bisce, e anche qualche vipera, da ragazzo. Si viveva, io e la mia mamma, in una capanna peggio di quelle che si andrà ad abitare laggiù. La poveretta lavorava nelle risaie, finché è morta di stenti: eppure mi mandava a scuola, e sognava per me un avvenire felice. Sì, e feci prima l’arrotino, morta lei, con un impresario, anche allora; un cieco, che possedeva solo la macchina d’arrotare, e mi accompagnava, e controllava il lavoro come neppure nella nuova città, laggiù, lo controllerà il nostro ingegnere. Si andava da un paese all’altro, e specialmente d’estate, il lavoro c’era.
Falci, forbici, scuri; e coltelli per le donne che fanno la pasta in casa e tagliano i salami a fette fini, per i ragazzi. Ci scappava qualche fetta anche per noi, con un po’ di polenta, nelle aie benedette. La gente è buona lassù, ma verso le risaie è anche povera; c’era allora molta miseria. Si dormiva dove ci si trovava; ed è in quel tempo che ho imparato a cacciare le bisce, e far la pelle dura per le zanzare. Poi, una volta, siamo capitati in un paese dove si era incendiata una casa: il padrone voleva ricostruirla subito, intanto che il tempo era buono, e racimolava tutti gli operai disponibili del luogo.
Ma quasi tutti erano occupati perché si costruiva una diga: e così ebbi la proposta di fare da manovale. Il padrone della casa incendiata e il mio impresario mi disputarono: io ero stanco della vita randagia, e delle angherie dell’arrotino, che spesso mi lasciava senza mangiare; poi avvenne una cosa strana: la padrona della casa aveva conosciuto mia madre, poiché da ragazza era stata anche lei nelle risaie; non solo, ma disse di avere conosciuto l’uomo che secondo lei, aveva ingannato e poi abbandonato mia madre. Un signore, diceva, uno di quelli che ispezionavano i lavori della risaia. Io pensavo sempre a questo mio padre ignoto e mascalzone; mia madre non me ne aveva mai parlato, neppure in punto di morte, e io credevo di essere orfano; adesso la mia fantasia si accese; e fu questa illusione che mi decise ad abbandonare l’arrotino e apprendere il mestiere del manovale.
Furono tempi duri anche quelli: per quante ricerche mi fu possibile di fare, non riuscii a saper nulla di mio padre; finita la costruzione della casa, trovai qualche cosa da fare nei lavori dell’argine; e poi un operaio mi portò con sé per la costruzione di una strada ferrata: poco anche lui mi dava; appresi però il mestiere, specialmente per i lavori dei ponti e delle scarpate, e come suol dirsi, mi arrangiai.
Adesso sono qui: poi andrò forse laggiù, in America. Secondo... Del resto, la mia storia ve l’avevo già raccontata. Non è vergogna essere figlio di nessuno: si vive delle proprie opere; e io non mi faccio illusioni.” Pareva che egli tenesse molto a insistere sul passato di sua madre e la sua vita randagia: sapeva che nel paese delle sue ospiti non si ha molta stima dei figli del peccato, soprattutto se poveri; ma egli non voleva ingannare nessuno; e se Concezione gli aveva già dimostrato un attaccamento non privo di calore, non c’era ragione ch’ella mutasse a un tratto pensiero.
Del resto egli credeva che anche lei vivesse del suo scarno lavoro, in quello strano rifugio mezzo sacro mezzo brigantesco ereditato appunto da avi che la voce pubblica assicurava poco e niente scrupolosi, in fatto di onestà. Ma a misura che egli parlava, ella pareva riprendere un po’ della sua antica cordialità; e sorrise di nuovo, questa volta con benevolenza, quando la madre domandò con ingenua malizia se laggiù ci sarebbero state anche donne, ad aiutare e consolare i pionieri.
“Per i primi tempi niente, credo. Si va a vivere nelle baracche, soli, come naufraghi. Ma appena pronte le case, il primo a voler le donne con noi è l’impresario. Sono necessarie, per molte ragioni.” Un sorriso, che voleva essere anch’esso malizioso, gli scavò le fossette delle guancie, e l’azzurro dei suoi occhi ne fu tutto indorato. Fissò Concezione, ed ella ripeté, quasi per compiacerlo, le parole di lui.
“Sì, per molte ragioni.” Allora egli tornò a guardare in alto, verso quel quadro che egli solo vedeva.
“I primi tempi, certo, saranno duri, ma io, ripeto, ci sono abituato. Sono forte”, disse stendendo le braccia coi pugni stretti, “sarò il capo fila: e il padrone lo ha bell’e indovinato. Del resto si arriverà solo al principio della buona stagione, e per noi uomini non sarà poi difficile accamparsi come i soldati. È una vita, anzi, che fa bene. E poi si sarà provvisti di tutto, anche di vino, di caffè, di medicine; anche il medico ci sarà, promette l’impresario, che, d’altronde, non ingaggerà se non uomini sani e più che capaci. Costruite le prime case, passata la cattiva stagione si penserà poi a far venire le donne.”
“Ma, e come faranno? Sole?” Era la madre, che di nuovo s’informava, sebbene anche lei già un po’ disincantata del racconto.
“Oh, sì, e perché no? Ci sono le mogli e le sorelle degli emigrati che non domandano di meglio che di raggiungerli. Si va dove Dio ci aiuta a vivere; e non è detto che si debba vivere sempre in paese straniero. Se qualche donna vorrà venire laggiù le si manderà i soldi per il viaggio, e le si andrà incontro allo sbarco, che non è lontano. Il difficile è piuttosto il viaggio nell’interno, se la strada ferrata non avrà ancora raggiunto la nostra colonia.”