Capitolo 3-2

2383 Words
Così era stato eletto Decano a ventisette anni; ma, portato in palma di mano dall'Abate e da quasi tutti i monaci, egli si attirò l'odio più acre e violento dello zio. Assetato di potere, don Blasco voleva anch'egli esser Priore ed Abate; ma la vita scandalosa, il carattere violento, l'ignoranza supina gli rendevano, se non impossibile, per lo meno difficilissimo l'appagamento di quell'ambizione, tanto che non prima di quarant'anni era stato Decano; veder dunque a quel posto il nipote “col guscio ancora in... capo” lo fece uscir fuori dalla grazia di Dio. E la lotta tremenda scoppiò alla morte del Priore Raimo, nei primi di quell'anno 1855. Che uno degli Uzeda, i cui antenati erano stati tanto benemeriti del convento, dovesse occupare la carica vacante, era fuori contestazione; ma don Blasco pretendeva lui la dignità, né credeva che quel “gesuita” del nipote potesse sognarsi di contrastargliela: quando seppe che quel “porco” gli faceva la concorrenza e ardiva mettersi di fronte allo zio, mancò poco non gli pigliasse un accidente. Ciò che gli uscì di bocca contro Lodovico fu cosa da attirare i fulmini sulla cupola di San Nicola e da incenerire il convento con tutti i suoi abitanti; il meno che gli disse fu “ruffiano del Capitolo, vuotapitali dell'Abate e figlio di non so chi...” Don Lodovico lo lasciò dire, edificando l'intero monastero con l'umiltà opposta alla violenta aggressione dello zio. Era troppo sicuro del fatto suo: l'elezione di don Blasco, il quale aveva seminato figliuoli in tutto il quartiere e manteneva tre o quattro ganze, fra cui la famosa Sigaraia, ed era tanto ignorante e prepotente, giudicavasi da tutti impossibile: sul nipote aveva il solo vantaggio dell'età, ma questo non era tale da compensare tutti i suoi enormi difetti. A maggioranza strabocchevole fu eletto don Lodovico; da quel giorno don Blasco diventò una bestia contro quel “porco gesuita” e quella “...”, quella “...” della principessa, alla quale fece naturalmente una nuova, più grave, imperdonabile colpa del calcio assestatogli da quel “gesuita porco”. Né gli altri nipoti che il monaco adesso difendeva in odio alla morta, eccitandoli a rifiutare il testamento, avevano goduto mai le sue buone grazie. Bastava già che fossero figli di colei ch'egli considerava come sua personale nemica; ma poi, ai suoi occhi, avevan torti particolari tutti quanti, a cominciar da Chiara e da suo marito. La gran colpa di quest'ultimo consisteva nell'esser stato scelto dalla principessa come genero e d'aver voluto bene a Chiara nonostante l'avversione dimostratagli dalla ragazza; anzi appunto per ciò don Blasco ci aveva sguazzato, potendo scagliarsi a un tempo contro di lui che voleva “ficcarsi per forza” in casa Uzeda, contro la principessa che voleva “violentare” la figlia e contro la nipote “sciocca e pazza tanto” da rifiutare un partito “come quello!...” Resistendo alla madre, Chiara veramente avrebbe dovuto riscuoter lodi e incoraggiamenti dallo zio monaco; ma don Blasco era fatto così, che quando qualcuno gli dava ragione egli mutava opinione per dargli torto. Il fidanzamento era stato perciò tutt'una guerra violenta fra cognato e cognata, tra zio e nipote ed anche tra madre e figlia, giacché la principessa ne aveva fatto anche qui una delle sue. Per lei, come per tutti i capi delle grandi famiglie, i figliuoli desiderabili ed amabili non potevano essere se non maschi: le femmine non sapevano far altro che mangiare a ufo e portar via parte della roba di casa, se andavano a marito. Questa idea salica, molto ben radicata nel suo cervello, ammetteva veramente qualche eccezione - ella stessa, per esempio - ma verso la prole era la sola che la guidasse. Fra gli stessi maschi, tuttavia, ella non ne aveva considerati due egualmente. In vita, aveva quasi odiato il primogenito e idolatrato Raimondo; ma l'odiato era l'erede del titolo, il futuro capo della casa; e il preferito, nonostante il sacrificio di Lodovico, un semplice cadetto: pertanto ella aveva messo d'accordo il rispetto alla tradizione feudale e la soddisfazione della sua personale volontà deliberando, senza dirne nulla, di dividere le sue ricchezze ai due fratelli, cioè defraudando il primogenito, che avrebbe dovuto aver tutto, e favorendo l'altro che non avrebbe dovuto aver nulla. Degli altri due, Lodovico era stato quasi soppresso per dar posto a Raimondo, mentre Ferdinando aveva potuto vivere fin ad un certo punto libero e a modo suo. Verso le donne, invece, ella aveva nutrito un più profondo e uniforme sentimento di repulsione e quasi di sprezzo, lavorando a impedire che “rubassero” i fratelli. Angiolina, la maggiore, era stata condannata alla vita claustrale fin dalla nascita, per una colpa imperdonabile commessa nel venire al mondo. Dopo un anno di matrimonio, donna Teresa era vicina a partorire: aspettava un maschio, il primogenito, il principino di Mirabella, il futuro principe di Francalanza: ella non solo l'aspettava, ma non ammetteva che non venisse. Nacque invece una femmina: la madre non le perdonò più. Fin da quando la tolse dalle fasce la vestì da monachella: la bambina non parlava ancora che fu portata ogni giorno alla badìa di San Placido: a sei anni fu chiusa lì dentro “per educazione”, a sedici la mite e semplice creatura, ignara del mondo, soggiogata dalla volontà materna e dagli stessi impenetrabili muri del monastero, si sentì realmente chiamata a Dio: in tal modo morì Angiolina Uzeda e restò Suor Maria Crocifissa. Chiara, venuta subito dopo e rimasta in casa, aveva provato peggio il rigore materno; né la principessa l'aveva lasciata al secolo per paura del biasimo con cui la gente avrebbe considerato il sacrifizio di due figliole; bensì per esercitare ella stessa sulla ragazza una vigilanza e un'autorità più severa e più forte di quella che la Badessa esercita in una badìa. “Ma da una pazza come mia cognata,” soleva dire don Blasco, “e da una bestia come mio fratello, che cosa doveva venir fuori? Una bestiona arcipazza, naturalmente!” E che s'era visto, infatti? S'era visto che fin a quando la madre l'aveva tenuta in un pugno di ferro, questa figliuola aveva sempre chinato il capo, rispettosa e obbediente; il giorno poi che la principessa, trovato quello stupido del marchese di Villardita il quale s'offriva di sposare la giovane per niente, s'era persuasa di maritarla, ella aveva detto di no, di no, di no: cose veramente dell'altro mondo!... Il marchese, vista la ragazza di tanto in tanto, sotto lo scialle, in chiesa, se n'era innamorato, e la principessa, risolutissima a dargli la figliuola, lo aveva ammesso in casa; ma, scoraggiato dalla fredda accoglienza e dalle ostinate repulse di Chiara, persuaso da parenti ed amici che faceva una pazzia a sposar per forza chi non lo voleva, egli si sarebbe ritirato in buon ordine, se donna Teresa, che quando pigliava partito neppure il diavolo la faceva andar indietro, non gli avesse ingiunto di rimanere al suo posto. Così, quand'egli rivedeva la ragazza, seduta in un angolo, a capo chino, col fazzoletto in mano, aveva voglia di mettersi a piangere anche lui, “quel vitello”, diceva don Blasco, “tanto tenero di cuore da innamorarsi del faccione lungo di mia nipote!” Chiara, infatti, non era una bellezza, e la madre, dapprima per dissuaderla dal matrimonio, poi per indurla ad accettare quel partito, le ripeteva tutti i santi giorni: “ Che non ti guardi allo specchio? Non vedi quanto sei brutta? Chi vuoi che ti pigli?...”, ma Chiara, di rimando: “Nessuno, tanto meglio! Se Vostra Eccellenza non voleva maritarmi? Mi lasci stare in casa!...” Di prima impressione come tutti gli Uzeda, Chiara non aveva voluto sentirne di quel promesso, per l'unica e sola ragione che era un poco pingue; ma, una volta preso quel partito, la cocciutaggine, ereditaria negli Uzeda molto più che l'impressionabilità, era stata la più potente ragione della resistenza opposta alla madre: fino all'ultimo momento, pertinace, ostinata, inflessibile, aveva detto che mai, mai, mai avrebbe sposato quella mezza botte, e inutilmente i fratelli, gli zii, il Padre confessore le avevano spiegato che, se non era magro, il marchese possedeva un cuor d'oro, e che la sposava senza dote pel bene che le voleva, e che in casa di lui sarebbe stata da regina perché era solo e straricco, e che se lasciavasi sfuggire quel partito, la madre poteva tornare alla prima idea di non maritarla, di lasciarla invecchiar zitellona: coi piedi al muro, ella aveva sempre risposto di no, di no e poi di no. La principessa dapprima le aveva tolto la parola, poi l'aveva strapazzata come una serva, poi l'aveva chiusa a chiave in un camerino buio, senza vesti, con poco cibo; poi l'aveva cominciata a picchiare con le mani nocchiute che facevano male, giurando di lasciarla morir etica, se non si piegava. E al marchese il quale, preso dagli scrupoli, veniva a restituirle la sua parola: “ Nossignore,” diceva: “ha da sposarti, perché così voglio. Se lei è degli Uzeda, io sono dei Risà! E vedrai che cangerà!...” Ella sapeva com'eran fatti, tutti quegli Uzeda; quando s'incaponivano in un'idea, neanche a spaccargli la testa li potevan rimuovere; erano dei Viceré, la loro volontà doveva far legge! Ma da un giorno all'altro, quando uno meno se l'aspettava, senza perché, cangiavano di botto; dove prima dicevano bianco, affermavano poi nero; mentre prima volevano ammazzare una persona, questa diventava poi il loro migliore amico... Fino all'ultimo momento, Chiara non aveva mutato: dinanzi all'altare, con due campieri a fianco, due facce brigantesche scovate apposta dalla madre per incuterle spavento, era svenuta, e solo il prete di buona volontà aveva udito il “sì”; ma il domani delle nozze, quando la famiglia andò a far visita agli sposi, o non li trovarono abbracciati che si tenevano per mano?... “ Cose da far trasecolare!” gridava don Blasco. La gente di servizio, i famigliari, gli amici, scherzarono un pezzo tra loro sul mezzo che il marchese aveva adoperato per addomesticar la moglie: fatto sta che Chiara da quel giorno fu tutt'una cosa col marito, fino al punto che egli non poté tardare un quarto d'ora a rincasare senza che ella gli mandasse dietro tutta la servitù, fino ad essere gelosa dei suoi pensieri. E non ebbe più, in tutte le circostanze piccole e grandi, altra opinione che quella del marito; prima di dare una risposta, se le domandavano qualcosa, lo interrogava cogli occhi quasi temendo di non dire ciò che egli stesso pensava; il suo unico e grande dolore era quello di non avere un figliuolo da lui, dopo tre anni di matrimonio, dopo avere annunziato quattro o cinque volte, per troppa fretta, la propria gravidanza; ma anche così dimostrava il bene che voleva al suo Federico. La principessa glielo aveva dato per molte ragioni. Prima di tutto le era nata, dopo i quattro maschi, una terza figlia, quindi ella aveva ragionato o “sragionato”, a giudizio di don Blasco, così: delle tre, la prima monaca, la seconda a marito, l'ultima in casa. Ora il marchese, innamorato della ragazza, prometteva non solo di prenderla senza dote, ma di prestarsi anche ad una piccola commedia. Se fermo proposito della madre era che la sostanza della casa non fosse intaccata dalle femmine, il suo orgoglio di principessa di Francalanza non poteva consentire che la gente vantasse la generosità del genero nel prendersi Chiara senza un baiocco, quasi togliendola all'ospizio delle trovatelle. Pertanto, nei capitoli matrimoniali ella aveva costituito alla figlia una rendita di dugent'onze annue: così diceva l'atto registrato dal notaio Rubino e così sapevano tutti; ma poi il marchese le aveva rilasciato un'àpoca, accusando ricevuta dell'intero capitale di quattromila onze, delle quali non aveva visto neppure tre denari! Ora don Blasco, il quale s'era già messo contro al marchese pel matrimonio con Chiara, e contro Chiara per la repentina conversione dall'odio all'amore verso il marito, aveva fatto un torto estremo ad entrambi della finzione a cui s'eran prestati per obbedire a quella pazza da legare della cognata. Un altro torto più grosso, forse imperdonabile, essi avevano commesso non facendo valere i loro diritti all'eredità paterna. Infatti, secondo il Benedettino, la casa Uzeda non era interamente distrutta quando c'era entrata donna Teresa; e ad ogni modo, siccome le rendite delle proprietà erano state riscosse anche nei tempi peggiori, bisognava che la principessa le conteggiasse, potendo dare a bere solo ai gonzi che esse fossero servite alle spese del mantenimento quotidiano. Avevano aiutato, invece, a pagare i debiti e a salvar le proprietà; erano quindi confuse nel patrimonio ricostruito e andavano ascritte all'attivo del principe Consalvo VII. Costui, da quell'imbecille che era sempre stato, aveva potuto coronare la sua corta e stupida vita con quel pulcinellesco testamento, impostogli e dettatogli dalla moglie, col quale dichiarando distrutto il suo patrimonio per disgrazie di famiglia, “la grazia delle disgrazie!”, lasciava ai figli, “cose, cose da far recere i cani!...”, l'affetto della madre; i figli, però, se non erano più imbecilli del padre, dovevano chiedere i conti, fino all'ultimo tornese. Il monaco era per questo andato assiduamente dietro ai nipoti, fuorché a Raimondo, al quale non rivolgeva la parola da anni ed anni per la ragione che era stato il beniamino della madre, incitandoli a farsi valere; ma nessuno, vivendo la principessa, aveva osato fiatare; ed egli li aveva a malincorpo scusati, attesa la soggezione a cui erano stati avvezzi da colei; ma quel marchese che le era soltanto genero, che non doveva quindi temerla, che era stato giuntato una prima volta nell'affare dei capitoli, fu per don Blasco l'ultimo dei minchioni non risolvendosi a parlar forte; e perché poi? Di grazia, perché? Perché dichiarava d'aver sposato Chiara pel bene che le voleva, non per i quattrini che potevano venirgli!... La collera del monaco fu tale da procurargli uno stravaso di bile; ma, col tempo, egli s'era acchetato, aspettando la morte della cognata per riscendere in campo. Crepata costei, finalmente, e aperto quel bestiale testamento, il furioso Cassinese dimenticava adesso le bestialità di Federico e di Chiara per dar loro un nuovo assalto, per deciderli a muoversi. La morta, invece di dichiarare “onestamente” quant'era la parte del marito e dividerla “equamente” a tutti i figli, disponeva invece dell'intero patrimonio come di cosa propria! Non contenta di ciò, defraudava i legittimari fingendo di assegnar loro una quota superiore alla legale, dando loro in realtà “quattro grani”! Chiara, specialmente, era spogliata “come in un bosco”, giacché il testamento non diceva parola del legato del canonico Risà. Questo era un altro pasticcio combinato tempo addietro da donna Teresa. Tra gli altri argomenti per vincere la resistenza di Chiara e indurla al matrimonio col marchese, ella aveva ricorso a quello dei quattrini e, per non sciogliere i cordoni della propria borsa, tirato in ballo un suo zio, il canonico Risà di Caltagirone, il quale prometteva un legato di cinquemila onze a favore della pronipote se la ragazza avesse sposato il marchese di Villardita. Nell'atto era intervenuta donna Teresa per garantire l'assegno, a condizione che la somma si trovasse realmente nel patrimonio del canonico, il quale prometteva di lasciare ogni cosa a lei. Invece, due anni avanti il canonico era morto, dividendo la roba tra una sua perpetua e la principessa, e costei s'era allora rifiutata di riconoscere il patto stabilito: né il marchese, per rispetto, per disinteresse, aveva pensato di chiederne l'esecuzione.
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