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samente il ragazzetto.
Prese i gusci, li mise delicatamente uno dentro l’altro, pre-
gò la zia di dargli un pezzetto di pasta e si ritirò nella ca-
mera bassa, una specie di cantina grande, e quasi buia,
che serviva soltanto di ripostiglio ed era ingombra di og-
getti inutili.
Egli si avanzò verso l’angolo più buio, e s’inginocchiò da-
vanti a una cesta, dalla quale incominciò ad estrarre gli
oggetti più disparati; stracci bianchi e di colore, ossa, sac-
chetti colmi, scarpe, bastoncini, una pentolina, una bam-
bola, una stecca da busto, un pennello, una bottiglia…
– El ghè, el ghè! – egli mormorava, con gioia, palpando
ogni nuovo oggetto. Poi rimise tutto dentro la cesta; lasciò
fuori solo il pennello, la pentolina e i gusci, deciso di ten-
tare, più tardi, la composizione delle uova false. Per il
momento la fame lo spingeva di nuovo in cucina. Assistè
con attenzione avida a tutti i preparativi del pranzo. Di
tanto in tanto buscava qualche cosetta: un pezzettino di
formaggio, un pezzettino di burro: non sdegnava neppure
il lardo già pestato col prezzemolo. Tutto era buono. E
ogni volta rideva, gorgheggiando, come i rondinotti dell’a-
trio quando la madre rondine portava loro qualche insetto.
La Tognina, triste e taciturna, andava e veniva e si curava
poco del ragazzetto. Tirò fuori sei bottiglie di lambrusco, e
il più bel salame ch’ella conservava ancora fra la cenere.
Adone andò a comprare il pane: al ritorno raggiunse lo zio
Giovanni, completamente ristabilito dal suo malore, e il
fratello della Tognina che era invitato a pranzo. Fratello e
sorella si rassomigliavano assai: il Pirloccia però era più
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brutto, quasi deforme; sembrava davvero una trottola, e le
sue piccole gambe sostenevano come per miracolo un
grosso corpo dal petto sporgente.
Egli si faceva perdonare la sua bruttezza con l’amabilità
dei modi: era allegro e chiacchierone quanto la sorella era
indifferente e di poche parole. Adone però non lo amava:
sentiva per lui un’antipatia istintiva e gliela dimostrava.
Quell’ometto dal viso sbarbato e olivastro, coi suoi riccioli
neri sulla fronte sporgente, coi suoi occhietti azzurri mali-
ziosi e i denti piccoli e candidi, gli dava l’idea d’un fan-
ciullo cattivo, di quelli che qualche volta lo molestavano.
– Come, non sei stato a messa? – gli domandò l’ometto,
quando furono per mettersi a tavola.
– No, brutto! – egli rispose francamente.
E lo zio Giovanni, curvo, intento a sturare una bottiglia
che stringeva fra le gambe, sollevò il volto e gridò:
– Ma aspetta, miclòn, ti voglio dare una bella lezione!
– Bè, bè, non lo farò più! – disse Adone; ma gli parve che
anche lo zio guardasse con poca simpatia il Pirloccia, e ri-
cordò che una volta lo aveva chiamato «mezzo uomo».
– Tognina, su; pronti? – gridò Giovanni.
– Pronti! – rispose la donna, accorrendo con due scodelle,
entro le quali aveva messo un po’ di tagliatelle cotte.
Giovanni versò il vino spumante nelle scodelle, e tutti se-
dettero a tavola, mangiando con voluttà quella specie di
antipasto paesano.
Pirloccia si leccò le labbra violacee di vino, e cominciò a
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raccontare le solite storie, mentre Giovanni ricordava il
cugino che viaggiava verso Roma.
Anche l’ometto aveva viaggiato: conosceva bene il mon-
do. Col suo carrettino carico di scope egli aveva attraver-
sato quasi tutta l’Europa ed anche parte dell’Africa e
dell’America. Sì, egli aveva girato tutto il mondo, – egli
diceva, – sempre in cerca della fortuna. Ma la fortuna è
come l’anello sepolto dove comincia e dove finisce l’arco-
baleno. Pare lì, vicino, ma non si arriva mai a trovarlo.
– Corpo, – egli gridava, agitandosi, – sono stato anche a
Montecarlo, dove tutti quelli che vanno o s’impiccano o
diventano ricchi. Io non mi sono impiccato eppure non
sono diventato ricco, Dio te stramaledissa, fortuna!
Giovanni colmò il suo piatto enorme di tagliatelle sottili e
gialle come fili di seta.
– Ma, hai giuocato? – domandò con calma.
– Non sono andato al di là dell’ingresso: solo ho venduto
trenta scope al portiere, – ammise Pirloccia.
– Chi sa, – osservò malinconicamente Giovanni, – qual-
cuna di quelle scope avrà spazzato il sangue di qualche
suicida…
– Ma che credi si ammazzino dentro casa? – disse l’altro
ridendo. – Si impiccano agli alberi: ne ho veduto penzola-
re dieci o dodici.
– Bene, finitela con queste storie, – pregò Tognina, che
aveva una grande paura della morte e non amava che se ne
parlasse. – Giuanin, stura piuttosto quest’altra bottiglia.
Giovanni sturò la bottiglia, e tutti presero a parlare di cose
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più allegre. Ma Adone, che se non amava il Pirloccia, ne
ascoltava avidamente le storielle, continuò a pensare a
Montecarlo, agli uomini che penzolavano dagli alberi, a
quelli che se non s’impiccano diventano ricchi; e cominciò
a fantasticare cose bizzarre, tanto che dimenticò persino le
uova false. Se ne ricordò nel pomeriggio, quando frugò
nuovamente nella cesta, stando questa volta attento a non
sporcarsi la camicetta nuova, a quadratini bianchi e neri,
alla quale teneva moltissimo. Ma era già tardi, ed egli do-
veva andare dalla mamma. Prese dunque due soldini, uno
per mano, cacciò le manine dentro le saccoccie dei cal-
zoncini nuovi – chiusi dietro e davanti! – e s’avviò.
La mamma stava a Co’ de’ Brun, che era una specie di
sobborgo di Casalino, o per meglio dire il quartiere dei
poveri. I ricchi e gli aristocratici, cioè i mercanti e gl’indu-
striali, stavano tutti verso la chiesa.
Il ragazzetto doveva fare circa venti minuti di strada per
arrivare dalla sua mamma. Attraversò tutto il paese. Era
l’ora del passeggio: le fanciulle vestite di rosa e di celeste,
le donne anziane con lo scialle ricamato, i giovanotti con
la cravatta verde, i vecchi contadini vestiti di fustagno, i
mercanti dai grandi cappelli grigi, insomma tutti i perso-
naggi più importanti che passeggiavano lungo i fossi o
chiacchieravano davanti alla chiesa chiamavano Adone e
gli rivolgevano paroline graziose. Egli camminava e spes-
so correva, senza voltarsi, sempre con le mani in tasca.
Non aveva tempo da perdere, lui: sapeva che se si fermava
le donne l’avrebbero afferrato e baciato forte, e gli uomini
l’avrebbero trattenuto per insegnargli parole maliziose e
per ridere con lui.
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Arrivato davanti alla chiesa, invece di proseguire per la
bella strada comunale, svoltò e percorse di nuovo il viot-
tolo Dargenti.
Questo viottolo era per lui un luogo delizioso. Percorren-
do le altre strade, larghe o strette, l’argine, le cavdagne 6
erbose, egli era un monello cattivuccio come tutti i monel-
li: lungo il viottolo Dargenti, invece, come il bandito nel
folto del bosco, egli si sentiva padrone di sè; considerava
sua proprietà i nidi, le erbe, le bacche, le rane del fosso
verdastro che stendevasi lungo il muro del parco; ma di-
ventava pensieroso, quasi cosciente.
Qualche volta, di sera, quei due muri egualmente tristi,
corrosi, verdastri, gli davano un senso di tristezza, gl’incu-
tevano paura. Là dietro, da una parte e dall’altra, sorgeva-
no invisibili fantasmi. Spesso egli si fermava davanti al
cancello arrugginito, sempre chiuso.
Nulla di più melanconico di quel palazzo del Settecento,
già decaduto come un vecchio castello. Il padrone del pa-
lazzo viveva ancora ma non ci veniva mai. Solo qualche
volta Adone vedeva il vecchio Jusfin, l’antico cacciatore
dei signori Dargenti, attraversare il giardino e il parco che
egli aveva in custodia. L’ex-cacciatore conservava ancora
il costume, – giacca di velluto, calzoni stretti, cappello
con penna di fagiano, – ed aveva ancora un aspetto deco-
rativo; era alto, col petto largo, una lunga barba d’argento
dorato. Ma anch’egli non era più che un ricordo d’altri
tempi, una figura e nulla più. Era vecchio, decaduto: un
panereccio gli aveva portato via il pollice destro. Con le
6 Capezzaie.
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altre dita non si può premere il grilletto del fucile, anche
quando si ha il tempo e la comodità d’andare a caccia nel
bosco o nel fiume. Jusfin andava invece in fondo al parco,
dove ogni anno seminava segretamente la sua provvista di
granoturco e di patate.
Ecco la ragione per cui neppure pagando si riusciva a visi-
tare il parco ed il palazzo. Jusfin aveva ancora un gran ri-
spetto per il suo ultimo padrone; ma vivere bisognava.
L’ex-cacciatore era molto amico di Sison il cordaio, e
spesso andava a trovarlo, e parlava dei bei tempi passati:
non era bugiardo, come tutti i cacciatori; era piuttosto
uomo di poche parole, ma qualche volta si beffava del
prossimo. Adone correva dal cordaio ogni volta che vede-
va Jusfin, e ascoltava ansioso ogni parola del vecchio: per
lui nulla esisteva di più meraviglioso del palazzo Dargen-
ti. Il parco, del quale invano tentava saltare i muri, lo atti-
rava in modo speciale.
Nell’interno di quel grande palazzo chiuso, – egli aveva
sentito raccontare da Jusfin, – v’erano cose magnifiche,
mobili d’oro e di velluto, specchi enormi, uccelli imbal-
samati, armi rare che avevano ucciso uomini maligni e te-
deschi cattivi.
E nel folto del parco chiuso, sotto quegli alberi altissimi,
dei quali egli non sapeva ripetere i nomi strani, v’erano al-
tre casette coperte d’edera, con piccole porte e piccole fi-
nestre; e un laghetto popolato di anitre selvatiche, di pesci
rossi, di cicogne; e v’era una barchetta di argento, e sulle
sponde di questo laghetto crescevano le fragole, e in mez-
zo ad un campo di avena c’era il nido del passero solitario.
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Tutte queste cose, mai vedute, esercitavano un fascino
straordinario sul ragazzetto: neppure la città sepolta nel
fiume era per lui più misteriosa ed attraente del parco e
del palazzo abbandonati. Certi nomi specialmente gli da-
vano un senso quasi morboso di curiosità e di piacere.
I nomi strani degli alberi, le «armi», gli «uomini maligni»,
le «cicogne», e sopratutto il «passero solitario», s’erano
impressi nel suo pensiero come nomi di cose belle ed
ignote.
– Le armi? – gli spiegava lo zio Giovanni. – Cosa vuoi
che siano? Bagai, fucili, coltelli, spade; perfino il coltello
col quale tua zia taglia il salame e le fojade è un’arma…
– Il passero solitario? – diceva la maestra dai capelli bion-
di tirati sulle tempia. – È un uccellino dal dolce canto, che
ama vivere nei luoghi solitari. Hai capito?
– Sissignora – gridava Adone con voce cadenzata, come
gli aveva insegnato la signora maestra; ma non restava
soddisfatto e sentiva che nessuno al mondo avrebbe mai
potuto spiegargli «che cosa erano» gli oggetti misteriosi, i
fiori, gli uccelli, le meraviglie che la sua fantasia intrave-
deva al di là del muro verdiccio del parco Dargenti.
*
* *
Egli entrò nel cortiletto assiepato e vide sua madre, una
donna ancora bella, ma scalza e lacera, che attingeva ac-
qua dal basso pozzo dietro la casetta. Ella era vedova da
poco tempo, e come le vedove delle fiabe aveva sette figli,
pei quali doveva lavorare dì e notte ed anche nei giorni di
festa.
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Adone amava e ammirava la sua mamma. Gli pareva una
donna bellissima, coi suoi capelli neri e gli occhi d’un az-
zurro verdognolo, grandi, vivi, allegri.
– Mamma! – egli gridò fervidamente, correndo verso il
pozzo, senza levare le mani dalle saccoccie.
– Viscere care, – rispose la donna, senza troppo commuo-
versi.
Eva, la sorellina, bionda e rosea come un angioletto,
udendo la voce di Adone corse, scalza ed affannata, con
un puttino che le dondolava fra le braccia e minacciava di
cadere all’indietro.
– Che belle scarpe nuove! E delle altre che ne hai fatto? –
gridò.
– La zia le ha date ai figli di Pirloccia.
– Tutto ai suoi! – sospirò la madre, staccando la secchia
dal ramo uncinato che serviva per attingere l’acqua. Poi
sedette sullo scalino della porta, attirò a sè Adone e gli
disse: – Raccontami che cosa hai fatto oggi. Chi c’era a
pranzo?
Ella volle sapere tutto; persino che cosa avevano mangiato
quel giorno, e quante bottiglie avevano bevuto.
Adone non si fece pregare: era un chiacchierone e non sa-
peva tener un segreto, tanto più se glielo raccomandavano;
così raccontò che lo zio s’era sentito male, poi ripetè le
ciarle del Pirloccia. La mamma ascoltava e sospirava.
– Sei bottiglie in tre! – Chi troppo e chi nulla! Poteva pur
mandarmene una!
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– Zia Tognina dice che devi venire a trovarla se vuoi qual-
che cosa! – esclamò egli, tirando fuori dalla saccoccia il
piccolo pugno caldo. – Perchè non vieni mai? Ecco, io ti
ho portato questo. Non l’ho rubato, sai; me lo ha dato lo
zio per comprarmi le mele.
– Caro il mio omin! – ripetè la mamma prendendo la mo-
neta che Adone le mise in grembo.
E gli diede finalmente un bacio, così dolce, così dolce; più
dolce delle mele di cui egli aveva fatto sacrifizio!
– La Tognina si lamenta? Lo sai, non esco mai – ella disse
sporgendo uno dei suoi piedi scalzi. – Vedi, non ho neppu-
re le ciabatte! Ah, caro il mio omin, siamo tanto poveri
noi! Ma non importa, purchè tu non ti stanchi di obbedire,
di amare i tuoi zii, e di farci sperare che un giorno sarai la
nostra consolazione.
Poi ella parlò del babbo morto.
– Egli era tanto bravo: lavorava giorno e notte, e tu sai
quanto lavorano i muratori di ponti. Egli sarebbe diventato
capomastro, se Dio non lo chiamava a sè. Tu diventerai
bravo come il tuo babbo?
– Sì! – egli rispose vivacemente, contento che la sua
mamma gli dimostrasse almeno un po’ d’affetto. E comin-
ciò a esporre i suoi vasti progetti per l’avvenire.
– Eh, certo, io lavorerò giorno e notte e anche un pochino
la festa. Voglio fare il maestro o il capomastro. E farò un
palazzo alto, alto, con due torri. In una ci starete voi,
nell’altra io con mia moglie e i miei puttini…
– Mi no! – esclamò Eva, che ascoltava avidamente. – Non
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voglio cadere, io…
– Bada intanto di non lasciare cadere Ottavio, – osservò la
mamma.
– Che sai tu? – disse Adone con disprezzo. – E si cade
forse dalla terrazza del palazzo Dargenti?
– Chi lo sa? – rispose la bimba, pensierosa.
– Io ci salirò un giorno o l’altro, invece – riprese il ragaz-
zetto, sempre più animandosi. – Voglio comprarlo quel pa-
lazzo, io!
– Proprio, proprio! – esclamò la mamma, ridendo. – Ecco
Reno, il tuo povero fratellino. Sentiamo cosa dice, lui.
Reno, il fratellino rachitico, scendeva zoppicando la sca-
letta di legno che dalla cucina conduceva alla stanza supe-
riore.
Vedendo Adone, che si era voltato per guardarlo, gli si
piantò davanti, con le gambe storte aperte ad arco, con le
mani in tasca, gli occhioni verdi spalancati sotto una folta
frangia di capelli gialli: e non rispose al suo sorriso, ma lo
fissò a lungo, con evidente senso d’invidia. Adone era così
ben vestito!
– Renuccio, ti sei svegliato ora? Vieni qui, caro, – disse la
mamma porgendo le mani al di sopra delle spalle.
Ma il rachitico era di cattivo umore; aveva troppo dormi-
to. Non rispose, non aprì bocca, ma s’appoggiò alle spalle
della mamma, e piano piano ella finì col prenderlo in
grembo. E lo baciò sul capo, gli divise sulla fronte i lunghi
capelli giallastri, gli disse, con parole velate, che egli era il
suo bimbo più caro, perchè il più infelice. E per divertirlo
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insistè sui folli progetti del «capomastro» mentre Ottavio,
che fino a quel momento non aveva cessato di succhiare il
suo cerchietto di osso e di sorridere alle galline e alle ron-
dini, piangeva vedendo il grembo materno occupato da un
altro.
E Adone a sua volta, il futuro signore, guardava con invi-
dia il fratellino rachitico, che per il momento era molto
più ricco di lui perchè si godeva tutti i baci e tutte le ca-
rezze della mamma.
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