1Un cane grosso e nero sta correndo verso di me. Io resto immobile, sono terrorizzata. I cani mi fanno paura. La bestia continua ad avanzare, si avvicina, i canini scoperti nella bocca ringhiante.
Indietreggio lentamente, ma sono costretta a fermarmi sull’orlo di una buca. Mi volto.
L’orrore per quello che vedo supera la paura della bestia. Dentro la fossa indovino qualche cosa che mi terrorizza, più del cane…
Il suono del telefono interrompe l’incubo... Cane e fossa svaniscono nel nulla. Sono contenta di svegliarmi, ma il mio sollievo dura poco. Se il telefono suona di notte non sono mai belle notizie.
Mi precipito giù dal letto inciampando nelle ciabatte che ho lasciato in mezzo alla stanza la sera prima. Manca poco che mi allungo. Non imparerò mai ad essere ordinata. Cercando di recuperare l’equilibrio arranco, scalza, verso il suono dell’apparecchio. Cerco di ricordare dove l’ho lasciato. Il telefono implacabile continua a suonare.
– Rispondi, no?
La voce di Francesco, fastidiosa e inutile, come un dito in un occhio, mi incalza.
– Eh, un minuto, sto andando.
Chissà perché in casa nostra l’incombenza di rispondere al telefono tocca a me. Lui non si è neppure mosso..
– Vedi di non ammazzarti, però..
– Farò il possibile..
– Signora, sei tu?
È Alina. La riconoscerei tra mille, anche mezza addormentata come sono. È l’unica che mi chiama signora e poi mi dà del tu...
– Sono io, sì. Cosa è successo?
Perché qualche cosa è successo se mi chiama nel cuore della notte...
– La tua zia. È…
E qui un singhiozzo interrompe la frase.
– È… cosa?
Temo di sapere già la risposta.
– La tua zia… Sono scesa da letto per vedere se aveva bisogno, ma ho visto lei male e subito dopo era morta. Vieni subito, signora. Io non posso stare qui con lei, da sola.
– Stai tranquilla, Alina, vengo subito. Il tempo di vestirmi. E intanto avverto il medico.
La zia Evelina. Non mi sembrava stesse male l’ultima volta che l’ho vista. Che poi è solo qualche giorno fa. Certo vecchia era vecchia. E, si sa, più che vecchi non si può diventare, lo diceva sempre la mia mamma. Però era lucida e in piedi. Cioè, era seduta nella sua poltrona, ma non sembrava avesse più acciacchi del solito. Pressione alta, qualche dolore alle ossa. Niente di più.
Mi vesto con le prime cose che mi vengono in mano. Francesco ha capito.
– Vuoi che venga con te?
– No, lascia. Vado da sola. Non è il caso che perdi il sonno anche tu. Ci sarà bisogno che qualcuno sia lucido nei prossimi giorni.
Cerco le chiavi della macchina. Per fortuna sono al loro posto. Almeno loro.