Chapter 2

1393 Words
Capitolo I «L’ascensore. Si è fermato al piano. Stanno venendo. Lo porteranno via stanotte!» «Taci! Non voglio più sentirti. È malato. Lo portano a curarsi meglio!» «Non è vero e lo sai. Vogliono solo che quelli come me non escano mai più fuori. Sono disposti a tutto!» «Taci! L’hai sentito anche tu come urlava l’altra notte. Sta troppo male. Non controlla più le emozioni! Ora lo portano all’altra clinica e risolvono! Quando tornerà sarà tranquillo. Starà bene.» «Sì... tranquillo! Istupidito, vorrai dire. Un ebete che cammina!» «Ma no. Con il tempo migliorano.» «Allora vuoi che ci portino là?» «Che cosa c’entra. Io non ho mai fatto tutte quelle scene. Certo tu mi innervosisci e qualche volta…» «Non saremmo qui dentro, se non ti innervosissi, come dici tu! Hai sfasciato la camera di sotto l’ultima volta! Tu e le tue paure. Devi fare quello che dico io: sempre! Stare calmo e non insospettirli, altrimenti là ci finiamo anche noi.» «Basta darmi ordini. Altrimenti…» «Stai zitto! Sono alla 14. Ora entrano.» La porta della stanza speciale 14 si aprì con uno scatto secco. Entrarono due infermieri, un medico e un prelato. Il paziente non dormiva. Aveva resistito ai tranquillanti. Saltò addosso al primo e lo sbatté contro la parete. Aveva una forza notevole. «Ma tenetelo!» urlò l’uomo con il camice lungo e immacolato. «Non lo avevate sedato?» Si dibatteva come un ossesso, ma non aveva speranza. Gli furono tutti sopra e lo immobilizzarono. Una presa al collo, spietata e forte da togliere l’aria e la possibilità di reagire. L’ago nel braccio e poi gli inutili ultimi scatti. «È crollato, finalmente!» «Tra un’ora e mezza saremo a Viterbo. La sala operatoria è pronta?» «Sì, professore. L’équipe aspetta il nostro arrivo. L’ambulanza è sotto. Non ci saranno problemi.» «Viene anche lei, monsignore?» «No, professore. Io resto e pregherò per lui!» «Naturalmente!» rispose il primario sbrigativo. «Andiamo. Via, velocemente.» «Stia tranquillo, professore. Non può svegliarsi. Passerà dal sonno all’anestesia!» La barella entrò nell’ascensore. «Andate avanti. Vi seguo tra un istante!» «Un’altra lobotomia e un altro di loro neutralizzato, ma non possiamo esagerare con i trasferimenti e gli interventi. Qualcuno potrebbe parlare. Muoviamoci con attenzione, ma scopriamo presto dove si nasconde il gruppo!» «Qui dentro tutti hanno troppo da perdere e non sono in grado di giudicare le nostre scelte.» «Certo monsignore, ma dobbiamo essere prudenti. Ce ne restano ancora due da interrogare per saperne di più!» «Professore, la nostra missione è salvare l’umanità dalla menzogna e dal caos. Se costoro riuscissero a diffondere il segreto, per tutti noi sarebbe la fine. Santa Madre Chiesa sarebbe travolta e noi non possiamo permetterlo.» «Certo, monsignore. Nei prossimi giorni interrogheremo ancora Fasoli e Ludovici. Ci diranno quello che sanno, dovessimo fare sedute di elettroshock tutti i giorni! Buona notte e a domani.» «Che la pace sia con lei!» E il professore con un sorriso pensò: «Se non lo conoscessi, sembrerebbe davvero un uomo di Dio!» Dopo quella notte non avevano portato via più nessuno, ma alla stanza 16 c’era molto movimento. Fasoli andava all’elettroshock quasi tutti i giorni e con loro avevano intensificato le sedute di psicoterapia. Lui non ricordava bene: inutile. Più si sforzava e meno ricordava. Flash sconnessi, colori, emozioni forti: paura, odio, angoscia, smarrimento, senso di colpa. Si sentiva un sopravvissuto, ma non sapeva perché. Era sempre stato insieme a un altro. C’era un prima? Gli sembrava, ma non lo sapeva. Ricordi di tempi lontani: sogni, forse. La memoria incominciava con Alberto Ludovici dal momento in cui era nato. Gli sembrava diverso da lui e inappropriato. Quando lui voleva fare qualche cosa, gli bastava il pensiero: ideazione e azione simultanee. Non lì: altrove, ma non ricordava dove. Qui lui pensava e Alberto agiva: tutto approssimato, tutto maldestro. Lenti progressi, mille errori, mille piccoli, grandi difetti e ripensamenti. Poi c’erano il tempo e lo spazio. Si viveva immersi in quelle dimensioni, che potevano a malapena essere un po’ forzate, ma costringevano a un atto dopo l’altro. Al massimo con sforzo grandioso i migliori riuscivano a fare due o tre cose insieme. Allora andavano sui libri di storia, sui giornali o alla televisione, a farsi ammirare tra i Guinness dei primati e vincere gettoni d’oro. Amavano l’oro tutti quei lenti e goffi esseri che assomigliavano ad Alberto. Loro però non sentivano la sua voce come il ragazzo. Era inutile gridare: le comunicazioni con l’esterno erano interrotte. O per lo meno nessuno lo dava a vedere se qualche cosa sentiva. Talvolta il sospetto lo aveva avuto che qualcuno di quegli uomini lo percepisse. Poteva comunicare bene solo con lui. D’altronde come avrebbe fatto quel povero Alberto a non sentirlo? Da quando si era svegliato dentro di lui aveva incominciato a fare quello che aveva sempre fatto: lo aveva guidato, comandato, diretto, corretto, giudicato. Lui era il comandante e l’altro doveva ubbidire. Da fuori non si capiva, almeno fino a quando il ragazzo non aveva incominciato ad avere paura. È brutta la paura, se è dentro di te e non puoi zittirla. La voce è la paura. Sono i suoi comandi, quando vuole che tu faccia qualche cosa che non vuoi e sai che non potrai opporti. Provi a fuggire, provi a correre. Vorresti colpirlo, ferirlo, ma è dentro di te. Allora vorresti anche morire, almeno morirà anche lui. Ma l’altro non te lo permette. Sa come convincerti a non farlo, a non scavalcare il davanzale, aprire il gas, tagliarti le vene. Sì, quello talvolta te lo lascia fare, tanto sa che non andrai fino in fondo. Il sangue ti fa orrore. Alberto con l’altro: una vita di merda. L’altro con Alberto: una vita limitata e senza scopo. Erano due disperati. «Tutte a me dovevano capitare» pensava Alberto quando era un ragazzo e incominciava a ragionare. «Non solo sono pazzo, ma sento anche una voce angosciata. Uno che mi fa domande che lo riguardano e io che cazzo gli rispondo? Non poteva essere uno sdoppiamento della personalità come tutti gli altri?» Aveva letto un trattato di psichiatria divulgativa su un blog in internet e la diagnosi di quello che gli stava capitando se l’era fatta da solo. Invece la sua voce interiore, il suo altro, non ricordava da dove arrivava e dove doveva andare. O per lo meno non chiaramente o non voleva dirgli tutto. In più aveva idee megalomani: diceva che era il capo, il comandante. Comandante di che cosa? Lui non lo ricordava e neanche Alberto lo poteva sapere, naturalmente. Di sé e del suo corpo conosceva pochissimo. Non sapeva come funzionavano i suoi organi. Solo quello che aveva studiato in biologia a scuola. Figurarsi a livello cellulare e genetico. Lui conosceva la storia, non la medicina. Gli uomini continuavano a studiare il corpo e le leggi della natura, come se dovessero scoprire un universo estraneo. Si sapeva veramente ancora poco di meccanismi fisiologici, trasmissioni genetiche, mutazioni del DNA, delle malattie che distruggevano i corpi e delle terapie per combatterle. Quelle poi cambiavano sempre nel tempo grazie a nuove scoperte. La cosa inspiegabile era proprio questa: per comprendere se stessi gli uomini dovevano studiare, ricercare, sperimentare, rendere solide le conoscenze, che spesso venivano smentite da altre e più profonde indagini su come erano fatti e come ci si poteva mantenere in vita su quel pianeta. Una pianeta bellissimo, ma a dirla tutta veramente ostile. Non sapevano niente in modo intuitivo né di sé né dell’ambiente che li circondava: dovevano faticare per conoscere e questo lo aveva sempre stupito. Comunque gli uomini erano lì da centinaia di migliaia di anni, o almeno sembrava così, prima c’erano altri esseri; poi qualcosa di simile a loro, fino all’homo sapiens e ai contemporanei, forse più evoluti delle scimmie antropomorfe. Quello che lo aveva sempre disturbato, e che gli rendeva l’altro insopportabile, era che lui sapeva di non sapere e continuava a farsi domande su domande. L’altro invece era sprezzante e sembrava sapere tutto, ma ricordava poco o nulla. Certo facevano una bella coppia! L’altro aveva pensato mille volte di abbandonare Alberto, ma sapeva di non poterlo fare. Una forza misteriosa lo teneva lì dentro. Sentiva che se si fosse allontanato non sarebbe sopravvissuto. Provava paura di quel pianeta, abitato da miliardi di esseri simili ad Alberto, con quel sole che tutto illuminava e prosciugava. Di notte poteva uscire, ma per poco e senza allontanarsi. Lo odiava in un certo senso, ma sentiva anche che era ingiusto odiare chi lo ospitava. Una certa complicità si era instaurata tra loro. A volte, quando lo sentiva soffrire, gli faceva anche un po’ di pena. Lo aiutava a studiare e Alberto lo conduceva dove lui voleva. «Cercare, devo cercare!» Voleva ricordare chi era e perché era lì dentro. Intuizioni ne aveva avute, molte volte. Immagini, colori, rumori, anche altri pensieri: di chi? Ma appena provava a ricordare, come nei sogni di Alberto, tutto svaniva. Restava la sensazione di sapere, che sarebbe bastato un nulla per ricordare. Ma non succedeva. Tornavano il vuoto e un rancore confuso.
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