Agosto...
Camila
Sto sentendo gli uccellini cinguettare da ormai due ore, mentre il soffitto è rimasto sempre lo stesso sopra la mia testa da quando ho aperto gli occhi e ho preso a fissarlo. Ho chiuso a malapena occhio... Il caldo è asfissiante a causa dell'umidità, i pantaloncini e il top sono diventati un tutt'uno con la mia pelle, e la testa mi fa male per il vortice di pensieri che la assilla. E' un paradosso: ho passato l'intera estate a programmare, a studiare le varie brochure... Eppure, non sono pronta. Ovvero, lo sono: ma ho paura. Sono letteralmente, totalmente, completamente terrorizzata. Mi chiedo se ho fatto la scelta giusta, se sia giusto così, se me lo meriti davvero, se ne sarò davvero all'altezza... Poi, però, ripenso alle parole dei vecchi professori che ho salutato con un magone a giugno, al massimo dei voti che ho totalizzato per il mio diploma anticipato, allo sguardo fiero di mia madre mentre mi ammirava in lacrime con quel cappellino sulla testa e quel pezzo di carta tra le mani, e quindi penso che sì, sono pronta: devo solo sficcare il volo un'ultima volta, l'ultimo traguardo. E sbattere le ali più forti che posso per non cadere al suolo.
Ed è con questo pensiero che riesco ad alzarmi finalmente dal letto, afferrare i vestiti che ho preparato precedentemente il giorno prima, e dirigermi in bagno per quella che sarà la mia ultima doccia qui almeno per un po'.
Quando mia madre scende dal taxi è così tesa, ma così tesa, da non essersi nemmeno accorta di aver lasciato me dentro il taxi e soprattutto di non aver pagato il tassista. Scendo anch'io dopo aver pagato il tassista, e ciò che mi ritrovo davanti è il caos della stazione che ci circonda. Mia madre si volta a guardarmi, mentre a fatica trascino le due grosse valigie.
«Ce la fai?» Mi chiede, e io annuisco anche se vorrei farle notare che ormai il grosso l'ho già fatto. Ma so ch'è nervosa almeno il triplo di me, per questo mi trattengo dal commentare il suo comportamento o le sue gaffe.
Lascio le valigie a terra, e mi perdo a guardarmi attorno; c'è il solito via vai di gente, i treni sbuffano e fanno rumore, gli altoparlanti annunciano partenze e arrivi e ci sono dei bambini chiassosi. L'unica cosa che non vedo, però, è lei: Lauren.
«Vedrai che tra poco arriverà», dice mia madre interrompendo il viaggio dei miei pensieri come se mi avesse letto nella mente.
Non le rispondo, e sto quasi per cadere tra le braccia dello sconforto e arrendermi all'idea che partirò a breve in questo nuovo cammino senza esserci salutate, e la mia mente mi riporta indietro al nostro solito litigio di qualche giorno fa. Sapevamo sarebbe arrivato questo giorno, ho cercato di preparare entrambe anche a questo, di preparare tutto anche sotto questo aspetto... Ma, come mi ha detto mesi fa mia madre, la vita non è un programma. Specie quando si tratta dei sentimenti delle persone. Non posso biasimare Lauren, e nemmeno prendermela così tanto con lei; so benissimo che la distanza spaventa la maggior parte delle coppie, specie se queste sono sbocciate da poco. C'è così tanta voglia di stare costantemente insieme all'inizio, quella passione che arde ogni giorno come se fosse un fuoco appena acceso, e quella paura di vedersi dimenticati da uno dei due mentre la distanza separa invece che colmare. So benissimo che Lauren tiene a me, e che crede in me: so perfettamente quanto lei sappia quanto per me tutto questo sia importante, quanto tutto sia irripetibile perché è un'occasione che non capita a tutti nella vita, specie quando si tratta di poter terminare prima gli anni al college. E so benissimo quanto lei, invece, aspiri a tutt'altro che invece non sia il college: me l'ha detto un'infinità di volte, e un'infinità di volte ho cercato di capirla, di starle vicino, anche se non condividevo le sue ragioni o le sue scelte. Eppure, saremo distanti a malapena un'ora l'una dall'altra: impegni scolastici a parte, quanto sarà difficile prendere un treno per raggiungermi?
L'alto parlante chiama il mio treno in partenza tra cinque minuti per Reading. Mia madre mi guarda con una certa apprensione negli occhi misto a un dispiacere, e io alzo le spalle nonostante le lacrime che pizzicano gli occhi per la delusione: alla fine non è venuta.
«Starai bene?» Mi chiede mia madre.
Annuisco: «sì.»
A dire il vero, non lo so come mi sentirò, anche dopo questo: sto affrontando qualcosa di nuovo, per l'ennesima volta nella mia vita, nell'arco di questi ultimi mesi che di nuovo mi stravolgerà. E io spero in meglio.
Mia madre mi abbraccia, e capisco che sta piangendo. Non dico niente, semplicemente ricambio la stretta, e quando l'altoparlante richiama l'ultima volta il mio treno entrambe ci separiamo.
«Sono orgogliosa di te, hai capito? Ricordatelo.»
Annuisco, e dopo averle detto che le voglio bene e rassicurata che la chiamerò non appena mi sarò sistemata nel mio dormitorio, afferro le valigie e mi incammino verso due treni più avanti di noi. Un signore mi aiuta a salire le due valigie, decisamente troppo grandi per me; un conto è trascinarsele dietro, un conto è cercare di alzarle. Spero veramente non ci siano troppi gradini da salire alla Reading University.
Trovo il posto segnato sul mio biglietto cinque minuti dopo, e per una volta qualcosa va nel verso giusto da stamattina: è accanto il finestrone, e questo mi tranquillizza. Lo stesso signore, che ora come ora credo sia una divinità scesa dal cielo, mi ha accompagnata fin qui per sistemarmi le valigie sul portabagagli, e io lo ringrazio.
«Sono seduto poco più avanti, chiamami se dovessi scendere prima di me», mi informa, e io annuisco e lo saluto con un sorriso quando va al suo posto.
Il viaggio durerà all'incirca un'ora, più o meno. Decido quindi di passare il tempo a leggere uno dei due nuovi romanzi che sia Harry che Stella mi hanno regalato come regalo di arrivederci.
E nel frattempo spero che Lauren si faccia sentire.