“Non ci è il bimbo?”
“È fuori.”
“Ora, ora lo vado a prendere.”
E buttava giù in fretta e furia la sua cronaca, facendo uno sforzo sulla sua naturale indolenza, vincendo la debolezza di essere destinato a morire di tisi, scriveva come se avesse il diavolo in corpo, per poter poi andare a cercare il piccolino.
“Ti ho portato una cosa, indovina?”
“Che cosa, che cosa?” chiedeva Riccardo, attaccato alla lunghissima gamba di Dolfin.
“Una pesca, una pesca: ma devi venire a prenderla.”
E Dolfin avanzava il piede e il ginocchio destro, Riccardo vi si arrampicava come uno scoiattolo, gli saliva sul petto, opprimendolo, tendeva le mani, afferrava la pesca, la mordeva.
"Mangia anche tu, Alessandro.”
“Non ne voglio, mi fa male.”
“Tutto ti fa male a te?”
“Tutto.”
“A me nulla.”
Questo dialogo avveniva in cucina; una cucina fredda, coi fornelli spenti, senza un utensile: il focolare era coperto di grandi pacchi di Tempo, la resa: sotto l’arco, dove si conservava il carbone, vi erano certe scatole di caratteri tipografici consumati, corrosi, ma sempre un po’ umidicci, puzzolenti di antimonio; in un angolo certi strofinacci sudici. Sul muro, dove un tempo erano state le casseruole e vi avevano lasciato la loro orma rotonda, erano attaccate certe caricature rosse e nere del Pasquino, la Francia con la cresta di gallo, Bismarck coi tre capelli ritti sul cranio, Depretis con la barba fluente di un Fiume. Ivi Alessandro Dolfin oziava un pochetto, facendosi arrampicare addosso il bambino, parlandogli affettuosamente in quel molle dialetto veneziano, soddisfacendo quel bisogno di tenerezza che immalinconiva quel giovinottone ammalato, nostalgico e povero. La cucina aveva un finestrino dai vetri sporchi che dava sulla scaletta: un grosso naso, una testa di faina vi comparve e gridò:
“Cronista, un suicidio!”
Dolfin lasciò Riccardo a malincuore, e andò dietro al reporter che aveva tutti i particolari della notizia. Il reporter era un napoletano, afflitto da uno sciagurato amore pel giornalismo, piccolo, scarno, con un naso che pareva si trascinasse dietro la testa, con la faccia di un vecchietto astuto e un modo di parlare telegrafico, tutto compreso dell’altezza del suo ufficio, quasi che fosse un redattore del New-York Herald. Nell’anticamera, frettolosamente, Angiullo dava la notizia a Dolfin, leggendogli le note del taccuino: Dolfin ascoltava con aria stracca, e Riccardo, che gli aveva tenuto dietro, aveva un contegno di personcina attenta.
“... Dal Ponte alla Sanità. Si crede che sia morto prima d’arrivare in terra.”
“L’hai visto, tu?” domandò il bimbo al reporter.
“Certamente: faceva orrore.”
“Qual è la causa del triste proponimento?” domandò il cronista, con lo stile della cronaca.
“Credesi dissesti finanziari,” rispose sullo stesso tono Angiullo. E scappò via.
Dolfin entrò nella redazione per scrivere la notizia, annoiato; Riccardo lo seguiva. Paolo Joanna scriveva sempre, con un movimento della bocca che imitava quasi quello della penna. Non levò neppure il capo. Dolfin scriveva tenendosi il bimbo accanto.
“Dimmi, che significano dissesti finanziari?” chiese il bambino, dopo aver pensato.
“Mancanza di quattrini,” disse Dolfin.
“E uno si ammazza?”
“Più di uno.”
“Ah!” disse soltanto il bimbo.
“Che ora sarà?” domandò Paolo Joanna, levando il capo e mostrando la sua faccia stanca e preoccupata.
“Mah!...” fece il cronista, con un cenno d’ignoranza.
Ambedue non avevano orologio: e l’orologio grosso e grossolano, da paccotiglia, sospeso al muro, era fermo da sei mesi alle undici e mezzo.
“Ora domando a don Domenico,” propose il piccolo Riccardo.
Adesso, nella stanza di redazione era cominciato un certo viavai; il deputato ispiratore del Tempo aveva mandato l’articolo di fondo contro il governo, e Paolo Joanna lo arricchiva di punti, di virgole, di esclamazioni, spezzava i periodi, ne rifaceva qualcuno; il corrispondente da Torino aveva mandati due telegrammi, di cui uno si fingeva fosse da Parigi; era venuto il fattorino dell’Agenzia Stefani col solito dispaccio; Peppino era capitato di nuovo, con altre bozze; due o tre signori erano passati, si erano ficcati nella stanza del proprietario. Dolfin con le mani in tasca guardava il soffitto, con quella immobilità sorridente del Veneziano immerso nelle sue contemplazioni.
“Sono le quattro e un quarto,” tornò a dire Riccardo.
“Paolo, dammi Riccardo, lo porto a passeggiare.”
“No, no, lascialo stare,” mormorò Paolo, pensoso.
“Che ti fa qui? Te lo riconduco all’ora del pranzo.”
“Lascialo Riccardo: mi serve.”
“Quello si annoia: fallo venire a passeggiare.”
“Ti annoi, Riccardo?”
“No, papà: non mi annoio mai,” rispose il piccolo uomo.
“Senti una parola, Alessandro,” disse Paolo.
E per parlarsi in segreto, i due redattori se ne andarono fuori il balcone. Ivi Paolo fece la domanda: aveva da prestargli venti lire, Alessandro? E lo aveva detto presto presto, con quella timidità e quella soffocazione di voce che hanno le persone veramente bisognose: e giocherellava col bottone quasi strappato della sua spolverina. Dolfin si fece pallido, una viva espressione di dolore gli si dipinse sulla faccia: non aveva che tre lire per pranzare, potevano dividere, egli si sarebbe contentato.
“Non importa, non importa,” disse Paolo, vergognandosi.
“Prendile, Paolo, prendile: almeno per Riccardo.”
“Troverò altrove: lascia fare,” e abbozzò un pallido sorriso di sicurezza.
Rientrarono. Erano smorti ambedue, e si dolevano, l’uno della domanda fatta inutilmente, l’altro della propria impotenza. Il bambino li guardò, uno dopo l’altro, come se volesse leggere nelle loro facce: egli era serio serio, come se avesse indovinato.
“O Riccardo, vuoi arrampicarti ancora?” domandò fiaccamente quel bonaccione di Dolfin, tendendo il piede e il ginocchio destro.
“No,” disse lentamente il bambino, “non ho più voglia.”
“Che hai, piccolino?”
“Niente.”
“A rivederci, io vado al Consiglio comunale,” disse Dolfin, che non si reggeva a vedere il padre preoccupato e il bimbo triste.
Uscì. Paolo, dopo aver pensato un poco, aveva preso un foglietto e scriveva una lettera. Poche parole: ma ad ognuna di esse si fermava, come pentito, come esitante, come se non trovasse la forma giusta. Stracciò il foglio: ne prese un altro. Riccardo si era seduto, le mani abbandonate, l’occhio spento, come stanco.
“Riccardo?”
“Papà?”
“Senti una cosa.”
Il figliuolo si appressò al padre, che gli carezzò i capelli leggermente.
“Mi vuoi bene?”
“Sì, papà mio.”
“Allora vuoi farmi un piacere?”
“Sì, papà.”
“.... Senti.... senti,” e pareva che inghiottisse difficilmente la saliva, “dovresti andare.... dentro.... dal signor cavaliere....”
“Oh, papà!...”
“.... A portargli questa lettera,” terminò di dire precipitosamente il padre.
Il bimbo tese la manina, ma aveva chinato la piccola testa sul petto.
“È proprio necessario, papà, che ci vada io?” chiese poi, con voce fievole.
“Necessario, Riccardo mio,” rispose il padre.
“.... Ora vado, papà.”
E si avviò.
“Senti, Riccardo.”
“Che cosa?”
“Digli anche: Papà mio si raccomanda.”
“Niente altro?”
“No.”
“Vado, papà.”
Il bimbo bussò debolmente: una voce secca gli strillò di entrare. Paolo, mentre Riccardo era di là, volle rimettersi a scrivere, ma non potè, le mani gli tremavano. Quando la porta si chiuse, egli arrossì di vergogna sino ai capelli.
“Ecco, papà,” sussurrò Riccardo.
Gli pose sulla scrivania quattro rotoli bianchi, venti franchi in monete di rame.
“Bravo, Riccardo.”
Si chinò per baciare il figliuolo sulla guancia, ma il bimbo non potette più rattenersi, le lagrime gli gonfiarono gli occhi, egli si attaccò al collo del padre, dicendo fra i singhiozzi:
“Oh papà mio.... oh papà mio bello!...”
“Per carità, non piangere, mi fai disperare,” e cercava di calmarlo, lo carezzava, dava delle occhiate di paura verso la porta.
“Ti possono, udire, per carità, Riccardo!”
Il fanciullo cercava di trattenersi, ma non poteva, i singulti lo soffocavano. Il padre se lo tolse in collo, e non sapendo dove andare, lo portò in cucina, chiuse la porta.
“Ma che hai, che hai?” gli andava ripetendo.
“Oh papà, non mandarmi più.... il signor cavaliere mi fa soggezione.... mi fa paura.... non mandarmi più....”
“Non ti mando più, non dubitare. Che ti ha detto?”
“Ha detto, leggendo la lettera: solite fandonie...”
“Imbecille! E poi?”
“Poi ha messo la lettera in un librone nero, ha aperto un cassetto: quanti denari, papà! e mi ha dato.... quei quattrini....”
Si diede a piangere di nuovo.
“Non piangere: perchè piangi?”
“Mi sono vergognato, papà.”
Tacquero. Un grave silenzio era fra loro: la faccia del padre si era scomposta, quella del bimbo pareva quella di un vecchietto, che avesse tanto vissuto, tanto sofferto.
“Hai ragione,” mormorò Paolo. “Non dovevo mandarti: dovevo andare io, sono un vile....”
“No, non dir queste cose, non ti arrabbiare, papà mio, un’altra volta non piangerò più, manda sempre me....”
“Speriamo di non averne più bisogno,” soggiunse solennemente il padre.
“Speriamo,” aggiunse piamente il figliuolo.
Erano già consolati: uscirono dalla cucina.
“Ora papà tuo ti manda a comperare qualche cosa che ti piaccia. Vuoi il fernet?”
“È amaro.”
“Vuoi il wermouth?”
“Sì, ma col seltz, papà.”
Nella tipografia il rombo della macchina era finito. Tutta l’edizione di provincia era stata tirata: in un camerotto di legno, sotto la vampetta di un lume a gas, Paolo Joanna e Dolfin scrivevano le ultime informazioni e le ultime notizie di cronaca per l’edizione di Napoli che doveva uscire fra un’ora. I due redattori erano in maniche di camicia: in quel camerotto si affogava — e non parlavano, scrivevano rapidamente, presi dall’ansietà di quella ultima ora. Riccardo gironzava per la tipografia, come una piccola ombra, fra i larghi tavoloni e gli scaffali della composizione: sopra certe casse, dove non si lavorava più, il gas era abbassato: solo tre tipografi componevano gli ultimi pezzi del giornale; Peppino si ergeva sopra uno sgabello, essendo ancora troppo piccolo per arrivare alle cassette dei caratteri; il proto, tutto attento, si curvava sopra un ampio tavolone coperto di marmo macchiato di inchiostro, umidiccio di un’acqua sporca, e con certe sue pinzette cavava certe lettere dalla pagina composta, tutta nera. Riccardo gironzava, ma sapeva che non doveva parlare ai tipografi, massime in quella fervida ora di lavoro: e dopo un poco, se ne andò in un camerotto di legno, simile a quello dove lavoravano suo padre e Dolfin. Attorno a una larga tavola, sedute sopra certi alti seggioloni, stavano le tre piegatrici dei giornali: e innanzi a ognuna di loro, un fascio di giornali aperti si elevava. Rapidamente, senza smettere di parlare, senza guardare, esse piegavano il giornale in due, poi in quattro, poi in otto, poi in sedici: agilissime volavano le dita, l’unghia del pollice passava sulla piega per fissarla meglio, i giornali piegati si elevavano in mucchi.
Maria lavorava lentamente: era la giovane moglie di un cocchiere, bellina, dall’aria signorile, convalescente ancora di un tifo che le aveva minacciato per più giorni la vita, coi capelli corti e ricciuti e la naturale indolenza dei convalescenti: Raffaela chiacchierava, canticchiava, lavorava come se avesse una grande fretta, i suoi quattro figliuoli l’aspettavano a casa per mangiare, era vedova da due anni, suo marito era un fontaniere, era morto in un pozzo improvvisamente inondato: la più silenziosa era Concetta, una sciancata, una povera giovane dal volto lungo e pallido, dal vestito di percalla nero, dal fazzoletto di cotone bianco al collo, una monacella, così la chiamavano le sue due compagne. Riccardo si metteva accanto a lei, a vederla piegare con le lunghe dita scarne, muta, fingente non udire le storielle di amore che le raccontavano le sue compagne, per scandalizzarla un poco. Maria, specialmente, diceva quella sera di un signore che la seguiva sempre, quand’ella usciva dalla tipografia, un signore con orologio e catena, col tubbo e con un brillante grosso grosso al dito mignolo: un brutto signore, del resto, che se Totonno, suo marito, si accorgeva di tale cosa, correvano le coltellate — e ne parlava con un brivido voluttuoso di spavento, con quel desiderio e quella paura mistica del sangue che hanno le Napoletane in fondo all’anima. Raffaela, per scherzare, accusava Concetta di avere un innamorato e quella non rispondeva, piegava più rapidamente i giornali. Sì, sì, aveva un innamorato, la monachina, era don Domenico, il vecchietto gobbo e bianco, un bel matrimonio, il gobbettino e la monacella zoppa. Ella quasi piangeva, col naso che le si faceva rosso e con le labbra che si protendevano per lo scoppio delle lagrime.