II
Nella piazza, come videro passare don Diego Trao col cappello bisunto e la palandrana delle grandi occasioni, fu un avvenimento: - Ci volle il fuoco a farvi uscir di casa! - Il cugino Zacco voleva anche condurlo al Caffè dei Nobili: - Narrateci, dite come fu... - Il poveraccio si schermì alla meglio; per altro non era socio: poveri sì, ma i Trao non s’erano mai cavato il cappello a nessuno. Fece il giro lungo onde evitare la farmacia di Bomma, dove il dottor Tavuso sedeva in cattedra tutto il giorno; ma nel salire pel Condotto, rasente al muro, inciampò in quella linguaccia di Ciolla, ch’era sempre in cerca di scandali:
- Buon vento, buon vento, don Diego! Andate da vostra cugina Rubiera?
Lui si fece rosso. Sembrava che tutti gli leggessero in viso il suo segreto! Si voltò ancora indietro esitante, guardingo, prima d’entrare nel vicoletto, temendo che Ciolla stesse a spiarlo. Per fortuna colui s’era fermato a discorrere col canonico Lupi, facendo di gran risate, alle quali il canonico rispondeva atteggiando la bocca al riso anche lui, discretamente.
La baronessa Rubiera faceva vagliare del grano. Don Diego la vide passando davanti la porta del magazzino, in mezzo a una nuvola di pula, con le braccia nude, la gonnella di cotone rialzata sul fianco, i capelli impolverati, malgrado il fazzoletto che s’era tirato giù sul naso a mo’ di tettino. Essa stava litigando con quel ladro del sensale Pirtuso, che le voleva rubare il suo farro pagandolo due tarì meno a salma, accesa in volto, gesticolando con le braccia pelose, il ventre che le ballava: - Non ne avete coscienza, giudeo? - Poi, come vide don Diego, si voltò sorridente:
- Vi saluto, cugino Trao. Cosa andate facendo da queste parti?
- Veniva appunto, signora cugina... - e don Diego, soffocato dalla polvere, si mise a tossire.
- Scostatevi, scostatevi! Via di qua, cugino. Voi non ci siete avvezzo - interruppe la baronessa. - Vedete cosa mi tocca a fare? Ma che faccia avete, gesummaria! Lo spavento di questa notte, eh?...
Dalla botola, in cima alla scaletta di legno, si affacciarono due scarpacce, delle grosse calze turchine, e si udì una bella voce di giovanetta la quale disse:
- Signora baronessa, eccoli qua.
- E’ tornato il baronello?
- Sento Marchese che abbaia laggiù.
- Va bene, adesso vengo. Dunque, pel farro cosa facciamo, mastro Lio?
Pirtuso era rimasto accoccolato sul moggio, tranquillamente, come a dire che non gliene importava del farro, guardando sbadatamente qua e là le cose strane che c’erano nel magazzino vasto quanto una chiesa. Una volta, al tempo dello splendore dei Rubiera, c’era stato anche il teatro. Si vedeva tuttora l’arco dipinto a donne nude e a colonnati come una cappella; il gran palco della famiglia di contro, con dei brandelli di stoffa che spenzolavano dal parapetto; un lettone di legno scolpito e sgangherato in un angolo; dei seggioloni di cuoio, sventrati per farne scarpe; una sella di velluto polverosa, a cavalcioni sul subbio di un telaio; vagli di tutte le grandezze appesi in giro; mucchi di pale e di scope; una portantina ficcata sotto la scala che saliva al palco, con lo stemma dei Rubiera allo sportello, e una lanterna antica posata sul copricielo, come una corona. Giacalone, e Vito Orlando, in mezzo a mucchi di frumento alti al pari di montagne, si dimenavano attorno ai vagli immensi, come ossessi, tutti sudati e bianchi di pula, cantando in cadenza; mentre Gerbido, il ragazzo, ammucchiava continuamente il grano con la scopa.
- Ai miei tempi, signora baronessa, io ci ho visto la commedia, in questo magazzino, - rispose Pirtuso per sviare la domanda.
- Lo so! lo so! Così si son fatti mangiare il fatto suo i Rubiera! E ora vorreste continuare! Lo pigliate il farro, sì o no?
- Ve l’ho detto: a cinque onze e venti.
- No, in coscienza, non posso. Ci perdo già un tarì a salma.
- Benedicite a vossignoria!
- Via, mastro Lio, ora che ha parlato la signora baronessa! - aggiunse Giacalone, sempre facendo ballare il vaglio. Ma il sensale riprese il suo moggio, e se ne andò senza rispondere. La baronessa gli corse dietro, sull’uscio, per gridargli:
- A cinque e vent’uno. V’accomoda?
- Benedicite, benedicite.
Ma essa, colla coda dell’occhio, si accorse che il sensale si era fermato a discorrere col canonico Lupi, il quale, sbarazzatosi infine del Ciolla, se ne veniva su pel vicoletto. Allora, rassicurata, si rivolse al cugino Trao, parlando d’altro:
- Stavo pensando giusto a voi, cugino. Un po’ di quel farro voglio mandarvelo a casa... No, no, senza cerimonie... Siamo parenti. La buon’annata deve venire per tutti. Poi il Signore ci aiuta!... Avete avuto il fuoco in casa, eh? Dio liberi! M’hanno detto che Bianca è ancora mezza morta dallo spavento... Io non potevo lasciare, qui... scusatemi.
- Sì... son venuto appunto... Ho da parlarvi...
- Dite, dite pure... Ma intanto, mentre siete laggiù, guardate se torna Pirtuso... Così, senza farvi scorgere...
- E’ una bestia! - rispose Vito Orlando dimenandosi sempre attorno al vaglio. - Conosco mastro Lio. E’ una bestia! Non torna. Ma in quel momento entrava il canonico Lupi, sorridente, con quella bella faccia amabile che metteva tutti d’accordo, e dietro a lui il sensale col moggio in mano. - Deo gratias! Deo gratias! Lo combiniamo questo matrimonio, signora baronessa?
Come s’accorse di don Diego Trao, che aspettava umilmente in disparte, il canonico mutò subito tono e maniere, colle labbra strette, affettando di tenersi in disparte anche lui, per discrezione, tutto intento a combinare il negozio del frumento.
Si stette a tirare un altro po’; mastro Lio ora strillava e dibattevasi quasi volessero rubargli i denari di tasca. La baronessa invece coll’aria indifferente, voltandogli le spalle, chiamando verso la botola:
- Rosaria! Rosaria!
- E tacete! - esclamò infine il canonico battendo sulle spalle di mastro Lio colla manaccia. - Io so per chi comprate. E’ per mastro-don Gesualdo.
Giacalone accennò di sì, strizzando l’occhio.
- Non è vero! Mastro-don Gesualdo non ci ha che fare! - si mise a vociare il sensale. - Quello non è il mestiere di mastro-don Gesualdo! - Ma infine, come s’accordarono sul prezzo, Pirtuso si calmò. Il canonico soggiunse:
- State tranquillo, che mastro-don Gesualdo fa tutti i mestieri in cui c’è da guadagnare.
Pirtuso il quale s’era accorto della strizzatina d’occhio di Giacalone, andò a dirgli sotto il naso il fatto suo: - Che non ne vuoi mangiare pane, tu? Non sai che si tace nei negozi? - La baronessa, dal canto suo, mentre il sensale le voltava le spalle, ammiccò anch’essa al canonico Lupi, come a dirgli che riguardo al prezzo non c’era male.
- Sì, sì, - rispose questi sottovoce. - Il barone Zacco sta per vendere a minor prezzo. Però mastro-don Gesualdo ancora non ne sa nulla.
- Ah! S’è messo anche a fare il negoziante di grano, mastro-don Gesualdo? Non lo fa più il muratore?
- Fa un po’ di tutto, quel diavolo! Dicesi pure che vuol concorrere all’asta per la gabella delle terre comunali...
La baronessa allora sgranò gli occhi: - Le terre del cugino Zacco:... Le gabelle che da cinquant’anni si passano in mano di padre in figlio?... E’ una bricconata!
- Non dico di no; non dico di no. Oggi non si ha più riguardo a nessuno. Dicono che chi ha più denari, quello ha ragione...
Allora si rivolse verso don Diego, con grande enfasi, pigliandosela coi tempi nuovi:
- Adesso non c’è altro Dio! Un galantuomo alle volte... oppure una ragazza ch’è nata di buona famiglia... Ebbene non hanno fortuna! Invece uno venuto dal nulla... uno come mastro-don Gesualdo, per esempio!...
Il canonico riprese a dire come in aria di mistero parlando piano con la baronessa e don Diego Trao sputacchiando di qua e di là:
- Ha la testa fine quel mastro-don Gesualdo! Si farà ricco ve lo dico io! Sarebbe un marito eccellente per una ragazza a modo... come ce ne son tante che non hanno molta dote.
Mastro Lio stavolta se ne andava davvero. - Dunque signora baronessa, posso venire a caricare il grano? - La baronessa, tornata di buon umore, rispose: - Sì ma sapete come dice l’oste? “Qui si mangia e qui si beve; senza denari non ci venire.”
- Pronti e contanti, signora baronessa. Grazie a Dio vedrete che saremo puntuali.
- Se ve l’avevo detto! - esclamò Giacalone ansando sul vaglio. - E’ mastro-don Gesualdo!
Il canonico fece un altro segno d’intelligenza alla baronessa, e dopo che Pirtuso se ne fu andato, le disse:
- Sapete cosa ho pensato? Di concorrere pure all’asta vossignoria, insieme a qualchedun altro... ci starei anch’io...
- No, no, ho troppa carne al fuoco!... Poi non vorrei fare uno sgarbo al cugino Zacco! Sapete bene... Siamo nel mondo... Abbiamo bisogna alle volte l’uno dell’altro.
- Intendo... mettere avanti un altro... mastro-don Gesualdo Motta, per esempio. Un capitaluccio lo ha; lo so di sicuro... Vossignoria darebbe l’appoggio del nome... Si potrebbe combinare una società fra di noi tre...
Poscia, sembrandogli che don Diego Trao stesse ad ascoltare i loro progetti, perchè costui aspettava il momento di parlare alla cugina Rubiera, impresciuttito nella sua palandrana, e aveva tutt’altro per la testa il poveraccio! il canonico cambiò subito discorso:
- Eh, eh, quante cose ha visto questo magazzino! Mi rammento, da piccolo, il marchese Limòli che recitava Adelaide e Comingio colla Margarone, buon’anima, la madre di don Filippo, quella ch’è andata a finire poi alla Salonia. “Adelaide! dove sei?” - La scena della Certosa... Bisognava vedere! Tutti col fazzoletto agli occhi! Tanto che don Alessandro Spina per la commozione, si mise a gridare: “Ma diglielo che sei tu!...” e le buttò anche una parolaccia... Ci fu poi la storia della schioppettata che tirarono al marchese Limòli, mentre stava a prendere il fresco, dopo cena; e di don Nicola Margarone che condusse la moglie in campagna, e non le fece più vedere anima viva. Ora riposano insieme marito e moglie nella chiesa del Rosario, pace alle anime loro!
La baronessa affermava coi segni del capo, dando un colpo di scopa, di tanto in tanto, per dividere il grano dalla mondiglia. - Così andavano in rovina le famiglie. Se non ci fossi stata io, in casa dei Rubiera!... Lo vedete quel che sarebbe rimasto di tante grandezze! Io non ho fumi, grazie a Dio! Io sono rimasta quale mi hanno fatto mio padre e mia madre... gente di campagna, gente che hanno fatto la casa colle loro mani, invece di distruggerla! E per loro c’è ancora della grazia di Dio nel magazzino dei Rubiera, invece di feste e di teatri...
In quella arrivò il vetturale colle mule cariche.
- Rosaria! Rosaria! - si mise a gridare di nuovo la baronessa verso la scaletta.
Finalmente comparvero dalla botola le scarpaccie e le calze turchine, poi la figura di scimmia della serva, sudicia, spettinata, sempre colle mani nei capelli.
- Don Ninì non era alla Vignazza, - disse lei tranquillamente. - Alessi è ritornato col cane, ma il baronello non c’era.
- Oh, Vergine Santa! - cominciò a strillare la padrona, perdendo un po’ del suo colore acceso. - Oh, Maria Santissima! E dove sarà mai? Cosa gli sarà accaduto al mio ragazzo?
Don Diego a quel discorso si faceva rosso e pallido da un momento all’altro. Aveva la faccia di uno che voglia dire: - Apriti, terra, e inghiottimi! - Tossì, cercò il fazzoletto dentro il cappello, aprì la bocca per parlare; poi si volse dall’altra parte, asciugandosi il sudore. Il canonico s’affrettò a rispondere, guardando sottecchi don Diego Trao.
- Sarà andato in qualche altro posto... Quando si va a caccia, sapete bene...
- Tutti i vizi di suo padre, buon’anima! Caccia, giuoco, divertimenti... senza pensare ad altro... e senza neppure avvertirmi!... Figuratevi, stanotte, quando le campane hanno suonato al fuoco, vado a cercarlo in camera sua, e non lo trovo! Mi sentirà!... Oh, mi sentirà!...
Il canonico cercava di troncare il discorso, col viso inquieto, il sorriso sciocco che non voleva dir nulla:
- Eh, eh, baronessa! Vostro figlio non è più un ragazzo; ha ventisei anni!
- Ne avesse anche cento!... Fin che si marita, capite! E anche dopo!
- Signora baronessa, dove s’hanno a scaricare i muli? - disse Rosaria, grattandosi il capo.
- Vengo, vengo. Andiamo per di qua. Voialtri passerete pel cortile, quando avrete terminato.
Essa chiuse a catenaccio Giacalone e Vito Orlando dentro il magazzino, e s’avviò verso il portone.
La casa della baronessa era vastissima, messa insieme a pezzi e bocconi, a misura che i genitori di lei andavano stanando ad uno ad uno i diversi proprietari, sino a cacciarsi poi colla figliuola nel palazzetto dei Rubiera e porre ogni cosa in comune: tetti alti e bassi; finestre d’ogni grandezza, qua e là, come capitava; il portone signorile incastrato in mezzo a facciate da catapecchie. Il fabbricato occupava quasi tutta la lunghezza del vicoletto. La baronessa, discorrendo sottovoce col canonico Lupi, s’era quasi dimenticata del cugino, il quale veniva dietro passo passo. Ma giunti al portone il canonico si tirò indietro prudentemente: - Un’altra volta; tornerò poi. Adesso vostro cugino ha da parlarvi. Fate gli affari vostri, don Diego.