Poi, però, la sua concentrazione si smarrì dietro un paio di gambe tornite, fasciate da un paio di leggins tanto aderenti da sembrare una seconda pelle, che attraversavano il salotto a passo lento e sensuale. I tacchi alti aiutavano a snellirle e favorivano un ancheggiamento che, d’istinto, lo eccitò. Il fuoco che aveva nel petto esplose di colpo, riversando tutto il suo calore nelle vene e facendo evaporare ogni suo sforzo di rimanere calmo e in controllo.
Alice, che si era spostata nell’altra stanza per aiutare Brianna, percepì il suo desiderio come fosse il proprio e, per dispetto, iniziò a chinarsi e a sventolargli con insistenza il sedere proprio davanti agli occhi. Si divertiva a far cadere a terra, di proposito, qualunque oggetto avesse in mano ogni trenta secondi circa, per continuare a provocarlo.
Come se ce ne fosse bisogno!
Se c’era qualcosa che tra loro non mancava mai era la voglia di stuzzicarsi, quel cercarsi e rincorrersi di continuo, anche solo per un fugace sguardo d’intesa. Il più delle volte, se erano soli, finivano per divorarsi con reciproca soddisfazione sul divano, sul letto, su qualunque superficie fosse disponibile. In altre occasioni, si ritrovavano a conversare per ore, sempre in modo costruttivo e amabile, su vari argomenti. Manifestavano entrambi le loro opinioni o i loro gusti, e ne traevano considerazioni molto interessanti, per quello che lo riguardava.
Alice era una donna con idee ben chiare. A volte stravaganti, ma anche geniali. Non aveva mai paura di esternarle e a lui piaceva ascoltare i suoi fantasiosi soliloqui. Li trovava rilassanti.
Questo, però, lo indusse a pensare al regalo che aveva scelto per lei. Guardò il pacchetto rettangolare, col grosso fiocco argentato e la carta blu, che giaceva innocente sotto l’albero, e gli vennero i sudori freddi.
Le sarebbe piaciuto? Era della taglia giusta? La commessa riteneva di sì, ma per prudenza lui aveva tenuto lo scontrino. All’improvviso non era affatto sicuro che quel maglione bianco di angora sarebbe stato di suo gradimento. Il disegno della renna che cantava gli era parso simpatico, quando l’aveva visto in vetrina, addosso ad un manichino. In tema con la festività che sua moglie voleva festeggiare con così tanto entusiasmo da aver travolto anche lui. Eppure adesso aveva il dubbio di aver preso una sonora cantonata.
Alice, che non sembrava tanto ignara dei suoi vaneggiamenti, si voltò nella sua direzione, si chinò e, a sfregio, si abbassò ulteriormente la profonda scollatura della sua casacca rossa.
Ecco, lo sapeva! Con il collo alto del maglione le sarebbe sembrato di soffocare, come minimo. Era assurdo! Si sarebbe messa a ridere, lo avrebbe canzonato davanti a tutti, e a ragione.
No, peggio: lo avrebbe compatito. Avrebbe accettato il regalo fingendo di apprezzarlo e, alla prima occasione, gli avrebbe fatto fare un volo nel bidone della spazzatura, dove forse meritava di finire. Poi, colta da dubbi amletici, avrebbe iniziato a chiedersi quanto bene lui la conoscesse. Si sarebbe fatta assalire da mille perplessità sul loro rapporto e, poco per volta, si sarebbero allontanati. Niente più complicità, ognuno dal proprio lato del letto e anche la passione si sarebbe infine spenta.
Tom dunque, senza alcun dubbio, stava per rovinare il loro primo Natale insieme, perciò lei… Lei forse lo avrebbe lasciato.
Di punto in bianco si accorse che gli ronzavano le orecchie. La pressione sanguigna schizzò alle stelle e fu colto da un violento capogiro. Perse l’equilibrio, scivolò su un gradino e la casa vorticò intorno a lui, mentre un fremito sempre più incontrollabile lo sconquassava. Strizzò gli occhi più volte, ma non vedeva che buio e la sensazione di essere in procinto di sprofondare nella terrificante, fredda solitudine della terra sotto di sé peggiorò.
Quando, dopo essersi aggrappato alla balaustra, riuscì a riacquistare un minimo di stabilità, capì che niente tremava davvero. Solo il proprio corpo. E nel lasciarsi andare a quel fremito di angoscia, strisciato fuori dalla parte più demoniaca di sé, aveva rallentato il tempo. Di nuovo.
Brianna, infatti, si stava versando un bicchiere d’acqua e il liquido cristallino, pur continuando a scendere dalla brocca, appariva quasi solido, tanto era lento. Tom non aveva idea di quale attività stesse tenendo impegnato Amulio, ma di sicuro anche lui doveva essere stato interessato da quella specie di effetto rallenty e sperò che non desse accidentalmente fuoco alla casa, mentre lui capiva come farlo cessare.
Sentì il panico diramarsi nel petto, paralizzargli i muscoli, svuotargli la testa da ogni pensiero razionale. Si guardò attorno con urgenza, alla ricerca di Alice.
Anche lei era stata interessata da quella incomprensibile, odiosa capacità, ma era la prima volta, perché di solito si verificava mentre facevano l’amore e il tempo rallentava per tutti, tranne che per loro due. Adesso, invece, lei era distante, ferma nell’atto di spostare una sedia e appariva piuttosto divertita. Grazie al loro insolito, profondo legame, era l’unica a rendersi realmente conto di cosa stesse accadendo, ma non era affatto preoccupata.
Vieni da me pensò e Tom non se lo fece ripetere due volte. Su gambe inferme si affrettò a raggiungerla e quasi cadde a peso morto tra le sue braccia, liberandola però all’istante da quell’incantesimo ancora privo di una spiegazione sufficientemente concreta.
“Guardami, amore mio” gli sussurrò, sostenendolo per la cintura dei pantaloni. “Non è successo niente, stiamo tutti bene e tu sei ancora qui. Con me.”
Tom però la udì appena. Tremava ed era agitato come se la crisi non fosse affatto terminata. “Credevo… di smaterializzarmi” confessò. Aveva la bocca asciutta, il ciuffo sulla fronte già madido di sudore, le pupille dilatate. “Per un momento ho temuto che le cellule del mio corpo avrebbero perso coesione e mi sarei volatilizzato nell’aria.”
Alice trasse un lungo sospiro, poi gli accarezzò con dolcezza una guancia. “Se mai questo accadrà, ti riassemblerò cellula dopo cellula, dovessi metterci degli anni! Lo giuro sul maglione che intendi regalarmi stasera.”
Stupito, Tom si concentrò sul suo viso e la squadrò con circospezione. “Come fai a sapere cosa ti ho preso?”
“Scherzi?” sbuffò lei, “Sono un detective mancato! Ho guardato ovunque, persino nel bosco. Sai nascondere davvero bene i regali, te lo riconosco, ma io sono più furba di te. Alla fine, lo ammetto, ho dovuto chiedere aiuto: non avrei mai pensato che lo avresti celato così in piena vista, ma è inutile che tenti di farmi parlare, non ti dirò mai il nome del mio complice!”
Lo sguardo insospettito di Tom vagò per la stanza: Brianna stava bevendo e l’acqua le andò subito di traverso, mentre Amulio, che si era affacciato per lasciare un vassoio di tartine, si mordeva l’interno delle guance per non ridere.
“Hai arruolato tutti, non è vero?”
“Certo” confessò allegramente lei. “Adesso però bando alle ciance e torna ad impreziosire la scalinata con le tue magistrali creazioni. Come puoi notare, il peggio è passato e sono tutti tornati alla normalità.”
Era davvero così, grazie a lei. Dopo aver trascorso una vita in solitudine, non si era ancora del tutto abituato all’idea che starle vicino riuscisse magicamente sia a ridimensionare le sue paure sia a dargli la forza di reagire. Ne era, comunque, tutt’altro che dispiaciuto. Si chinò e sporse le labbra per un bacio di ringraziamento ma lei si fece sfiorare a malapena le guance.
“No no, dopo. Se sarai stato buono…” Ammiccò e sculettò fino alla scala, poi corse su, verso la loro camera da letto. Tom, che pure non si sentiva ancora pienamente in sé, si apprestava a seguirla, per chiederle se il maglione fosse stato di suo gradimento, quando la porta di casa si aprì all’improvviso e Tiberius, infagottato fino alla cima dei capelli, fece il suo ingresso.
“Sono in ritardo?” Aveva la faccia spaesata e la voce ridotta ad uno squittio stridulo, neanche avesse trascorso le ultime ore a piangere.
“Niente affatto. Stavo per…” Guardò in su, Alice era scomparsa. “Niente, sto ancora sistemando la scala. Mi dai una mano?”
“Come no! Dammi solo il tempo di svuotare questi sacchi sotto l’albero. Ciao Bree!”
La ragazza sollevò una mano, la agitò e ritornò alla sua occupazione. Quando Gus non c’era, faceva a gara con la tappezzeria per chi riusciva ad essere meno appariscente.
Tom osservò le due grandi buste di plastica nelle quali il medico stava frugando, per estrarre di volta in volta un pacco diverso, e fu colto da tremendi dubbi.
“Quelli sono regali per tutti quanti?” Lui non ci aveva proprio pensato.
“Sì. Ho scritto i nomi sui cartellini, così non ci confondiamo, visto che sono incartati allo stesso modo.”
“Cos’hai preso ad Alice?” La sua voce non risultò neutra come sperava e Tiberius corrugò la fronte. Iniziava a rendersi conto della sua agitazione.
“Una collana. Ero stanco di vederla con quel cencioso pezzo di rame attorno al collo, così le ho preso una catenina liscia e sottile, come piacciono a lei, con un diamante a forma di goccia. Molto di classe. Poi mi sono lasciato trascinare e le ho preso anche gli orecchini abbinati.”
Tom si sentì sprofondare ma, stavolta, solo per il senso di inadeguatezza. Il suo viso divenne, se possibile, più rosso dei capelli di Brianna, che continuava a fingere di non sentire, non vedere e non esistere.
I suoi timori erano più che fondati. Il maglione era a dir poco penoso e, se messo a confronto con il regalo di lusso del medico, lo avrebbe fatto passare per un marito poco attento, nonché dai gusti discutibili.
Solo allora, con orrore, si accorse di altri regali che Brianna aveva sistemato sotto l’albero, molti dei quali recavano appunto il nome di sua moglie. Scatole piccole e buste grandi, con fiocchi sgargianti e nastri di raso che, da soli, sembravano costare un capitale.
Un piano. Gli serviva un piano per rimediare alla sua incredibile mancanza di giudizio.
“Ti dispiace continuare da solo? Mi devo allontanare per un’oretta.”
Tiberius finalmente si rese conto che qualcosa non quadrava. “Perché? Credi che ad Alice non piacerà il maglione?”
Quindi lo sapevano proprio tutti, eh? Che imbarazzo mostruoso. “No, non è per quello. Devo solo sbrigare una commissione, farò presto.”
L’attenzione del medico, però, fu subito attratta dal rumore di un’auto che parcheggiava di fronte alla casa e dal successivo scalpiccio di piedi sul portico.
Perfetto, pensò Tom. Sarebbe uscito alla chetichella, volato fino al negozio più vicino, qualunque esso fosse, e lo avrebbe svaligiato!
La massiccia porta d’ingresso fu spalancata rozzamente con un calcio e un uomo, travestito da sexy babbo natale, fece il suo ingresso, sorreggendo due enormi scatole rosse che impedivano di scorgerne il viso.
“Eccomi, bambini! Avete fatto i bravi? Spero di sì, perché vi ho portato in dono le mie bellissime palle!”
“Sei un depravato, Luke!” urlò Alice, scendendo a razzo e travolgendolo con un festoso abbraccio, che lui ricambiò palpandole una natica.
Le scatole, neanche a dirlo, finirono in braccio ad un depresso Tom, che fu costretto a farsi da parte e rimase indietro, mentre Tiberius, data una spallata a Luke affinché si spostasse dal mezzo, corse verso Gina, intenta a scaricare il bagagliaio.
Borbottando, qualcuno spuntò alle spalle di Luke e lo spinse malamente.
“Spostati una buona volta e riprenditi questo stupido cappello da renna!” gli rimbrottò Gus, lanciandolo però addosso ad Alice. Strofinò gli scarponi sullo zerbino ed entrò ma, non appena varcò la soglia, il suo cruccio si volatilizzò e non ebbe occhi che per Brianna, che a sua volta attendeva con evidente ansia di poterlo salutare.
Qualche minuto dopo, Tom si ritrovò di nuovo sulle scale, a sistemare le ultime ghirlande, con buona pace dei suoi progetti disperati. La pila di regali sotto l’albero era alta ormai più di un metro e si era estesa fino al camino.
Doveva arrendersi, non c’era più tempo per rimediare. A meno che non provasse a chiedere aiuto a Cédric, che sarebbe arrivato più tardi. L’idea, però, che fosse lui a scegliere un regalo migliore per Alice, era intollerabile. Insopportabile.