Chapter 4

2663 Words
3 Martedì (Lutto a palazzo) ORE 11,30 Pietro contemplava il dottore col suo sguardo chiaro, tranquillo, consapevole. «Non capisco perché osservi la salma del signor marchese con quell'aria preoccupata, come se si trovasse davanti a un pericolo... Vuol forse penetrare il mistero della morte? Perché mai i morti fanno paura? I vivi, invece...». Il dottore si sollevò dal cadavere, che aveva deposto sul letto. «Occorre l'autopsia...». Pietro fece un passo verso di lui. Le due cameriere, che eran rimaste sulla soglia, fra i battenti spalancati della porta laccata di bianco e filettata d'oro, continuarono ad avere la loro espressione stupefatta. Vedevano il cadavere del marchese, ma non avevano capito le parole del medico. «Faccio osservare al signor dottore...». «Che cosa? Che cosa volete far osservare?». Era lungo, magro, disseccato anzi e, per essere ancora giovane, troppo giallo. Per questo, forse, la sua voce suonava fessa, gracchiante, aveva il suono di due tavolette concave percosse fra loro. E per questo, certo, si irritava facilmente. «Dico con umiltà al signor dottore che scoppierebbe uno scandalo... Un gravissimo scandalo, se la salma del signor marchese venisse manomessa...». «Ah! Credete? Me ne infischio io dello scandalo!». «Lei è il medico curante del marchese...». «Sì. Ma la morte del marchese...» e volse ancora lo sguardo al cadavere, che per quanto disteso sulla schiena continuava ad aver le gambe rattrappite e mostrava i lineamenti del volto tragicamente sconvolti «...non cessa d'essere poco chiara, anche se io sono il suo medico curante e se conosco benissimo la malattia che può averlo ucciso...». «Può?». «Appunto. Un attacco... Può darsi... ma il mio fiuto mi dice che non è stato soltanto un attacco di angina a soffocarlo...». «Quelle ecchimosi ai polsi e alle braccia non se le è fatte da solo... E anche le gengive e il palato recano tracce di pressione estranea... Per quanto... ma no! Non ci vedo chiaro, insomma, e un piacere alla rossa vedova non sono affatto disposto a farglielo...». «Insomma, avvertite la vostra padrona e chi altro credete... Io non do il permesso d'inumazione...». «Sicuramente il signor dottore avrà il senso della responsabilità che si assume, e io non debbo insistere...». «È matto questo qui!... Che cosa pensa? Che lo abbiano ucciso?... Ma come fa a supporre una cosa simile, se il marchese è stato tutta la notte solo nella sua camera? Forse, era morto; ma certo era solo!». «Fate bene!». Andò nella stanza accanto, che era il bagno, e si sentì correre l'acqua nel lavabo... Pietro lentamente girò sui talloni, camminò verso la porta. Le cameriere, tutte e due piccoline, una magrolina e l'altra pienotta, una bionda spiga l'altra nera seppia, si scostarono, per lasciare il passo. Tremavano un poco; ma erano soprattutto sbigottite. Pietro traversò le sale, fece di nuovo il cammino che aveva fatto col vassoio d'argento, rivide la pendola di Boule, le cui sfere dorate segnavano le undici e mezzo, lo specchio avvolto ancora nella carta sulla cassapanca della sala d'ingresso. Entrò nell'appartamento della marchesa. «Senza dubbio mi manderà al diavolo! Questa notte è rientrata a palazzo alle quattro... Finirà con l'ammettere, però, che la morte del marito è un avvenimento alquanto straordinario, tale da giustificare che io la svegli...». «La signora marchesa voglia scusarmi!». «Chi è? Ada! Perché permettete che possano arrivare fino alla mia porta? Ada, vi licenzierò!». «La signora marchesa vorrà perdonarmi... Sono Pietro... Ho bisogno di comunicarle qualcosa di... insolito... di grave...». «Ah... Ho sonno... Che ora è? È una pazzia volermi comunicare qualcosa di grave mentre ho sonno...». «È necessario... La signora marchesa voglia consentirmi di entrare...». Uno sbadiglio. «Entrate!». Il buio. «Meglio che non mi veda... La mia voce sarà più impersonale: la notizia che sto per darle avrà valore per se stessa...». «Che cosa può essere accaduto? Sarà mio marito che ha bisogno di parlarmi... Qualche noia! A meno che non abbia saputo...». «Che ora è Pietro?». «Le undici e mezzo, signora marchesa». «E voi osate...». «Il signor marchese...». «Che vuole?». «Più nulla! È morto». «Un po' brusco il mio modo; ma nell'oscurità...». «Oh!». Una forma chiara si sollevò sul letto. «Morto!». «Sì, signora marchesa». «C'è il dottore?». «Sì, signora marchesa». «È lui che mi ha fatto chiamare?». «Che cosa debbo risponderle? Perché mai sente il bisogno di fare una simile domanda?». «Non importa, Pietro... Mandatemi Ada... Dovrò vestirmi...». ORE 12 Il giovane notaio era figlio del notaio vecchio, che era sempre stato il legale di fiducia della famiglia Vitelleschi del Verbano. Ma non sembrava giovane. Non sembrava nulla. Era un uomo senza età. Neutro. Biondo. Pallido. Aveva due occhi, un naso, una bocca, come tutti gli altri; ma nessuno si sarebbe sognato di descriverli, tanto essi non avevano carattere. Lui aveva il carattere di non averne. Continuava a esser l'uomo di fiducia delle nobili famiglie milanesi. Perciò, messo di fronte al dottore disseccato, poteva resistergli con la sua terribile inerzia passiva, che è una forza considerevole. «L'autopsia! Voglio l'autopsia!». Sembrava un bimbo testardo. «Vedremo la procedura da seguire». Era una macchina: messa la moneta, usciva il regalino. «È semplice! Lei telefona in Questura e loro penseranno a provvedere». «Non è semplice e io non telefonerò in Questura. Perché non risolvere i suoi dubbi con un consulto? Spesse volte il parere degli altri fa mutare il nostro». Il dottore giallo agitò le mani in aria. «Ma vuol farmi morire come quell'altro, questo cretino!». «Le ho detto...». «Lei mi ha detto che il signor marchese Goffredo Vitelleschi è morto di una embolia...». «Le ho detto, perbacco, che questo è l'effetto che ha prodotto la morte, ma non la causa!». «Si spieghi, la prego». «Il marchese era malato di angina e di arteriosclerosi. Qualcuno può essersi servito della sua stessa malattia per ucciderlo... Non causa, quindi, ma mezzo». «Non capisco». «Ma vorranno farmi impazzire, insomma! Lui vuole l'autopsia... Che me ne importa, se vuole l'autopsia?». «Perché continuate a parlare senza fine, voi due? Perché vi siete piantati in mezzo a questa sala e non fate che parlare? Non volete neppur sentire il mio parere?». Delia aveva indossato una vestaglia cinese di seta rosa, con un gran fiume nero costellato di stelle d'argento. Era bella. Era più che bella, perché la sua bellezza mancava di regolarità e quindi non era monotona e non imponeva. Allettava, sconvolgeva. Soprattutto pei suoi capelli rossi, che avevano riflessi di cotto, bronzei. Tutti e due si volsero verso di lei e tutti e due fissarono il fiume nero e forse le stelle d'argento; nessuno dei due, per ragioni diverse, era suscettibile di turbamento dei sensi. «Mi scusi, signora marchesa, il mio dovere m'impone di tutelare l'onore della casata...». «E crede di tutelarlo, facendo seppellire un misfatto?». «Supposizione oltraggiosa e gratuita, per ora...». «La scienza non oltraggia!». «Basta! Se il dottore vuole l'autopsia, l'avrà. Lei, che è il notaio, darà tutte le disposizioni necessarie...». I due si guardarono. Il dottore ebbe un sorriso di dispetto. «Perché vuole esser lei a concedermelo? Come se non sapesse calcolarne le conseguenze!». Il notaio non ebbe sorriso alcuno. «Si può telefonare alla Procura, senza avvertire la Questura. È più discreto...». Il medico alzò le spalle. Delia si diresse lentamente verso la camera del morto. «Quante volte ho pensato che poteva morire, che avrebbe fatto bene a morire? E perché mai, adesso che è morto, non sento quel senso di liberazione, non respiro quella libertà che mi aspettavo?». Ne uscì subito. «Pietro, provvedete per l'infermiera, che lo vegli... Dottore, potrà esser compiuta a palazzo, l'autopsia?». «Se il giudice vorrà...». «Altrimenti?». «Al Monumentale...». «Pietro, telefonate alla mia sarta... Dovrà darmi gli abiti da lutto oggi stesso...». Martedì (La signora Sofia sviene) ORE 13 De Vincenzi continuava a interrogare il cavaliere. Molte parole e poco sugo. Nessuna precisione. Ma gli aveva detto adesso che il circolo si era fatto prestare tremilaottocentosessanta lire dal signor Marco. «Il circolo?». «Naturalmente, signor commissario! Tutto il denaro mio e di mia moglie viene impiegato a beneficio del circolo. Ah! Con sacrificio... con sacrificio... Noi non siamo ricchi...». «Vuol sedere?». «Come?». «Segga lì...». Lui gli sedette di fronte: il tavolo verde era tra loro. C'erano ancora i gettoni in mucchio; le carte sparse... Romeo faceva sempre pulizia e ordine alla mattina. Cinque posacenere erano pieni di mozziconi di sigaretta. Anche i bicchieri dei liquori c'erano. De Vincenzi mise la mano fra i gettoni, poi prese una carta: era la donna di picche. «Vuol parlarmi un poco di loro, signor Moroni?». «Di noi?». «Di sua moglie e di lei. Da dove provengono?». «Ah! Ha saputo che abbiamo vissuto all'estero? Appunto! Siamo tornati da Shangai or sono quattro anni... e siamo rimasti in Cina circa dieci anni...». «A far che cosa?». «Ah? La Cina offre risorse infinite. È un paese che affascina! Che cosa facevamo? Vuol dire in quale modo vivevamo?». «Non posso mica dirgli che avevamo una fumerie... Lui che non conosce l'Oriente non può comprendere che l'oppio laggiù è come il vino da noi...». De Vincenzi lo guardava con benevolenza. «Questo qui è un imbroglione» pensava, «ma capace di uccidere non lo è di certo! Però, bisogna bene che mi dica tutto quello che sa...». «Avevamo un locale di cultura europea...». «Una scuola?». «Già... può chiamarla una scuola...». «Almeno potessi avvertire in tempo Sofia perché non inventi qualcosa di diverso da quel che sto inventando io! Che pena!». «E perché sono tornati in Italia?». «Nostalgia! Brutto male, signor commissario... E poi mia moglie è una scrittrice... ha sempre avuto un vero culto per l'arte, lei! Doveva scrivere un libro sulla Cina. E non poteva scriverlo laggiù... Mi comprende?». «Perfettamente. Saprò in seguito e con tutta facilità che cosa loro due abbiano fatto realmente a Shangai, e perché siano tornati in Italia. Non si dia pena! Adesso, andiamo avanti. Lei mi ha detto di aver conosciuto il signor Marco perché era loro vicino... ora mi ha confessato che si era fatto prestare dal vecchio circa quattromila lire...». «Per le urgenti, improrogabili necessità del circolo...». «Naturale! Quale garanzia ha data al signor Marco in cambio della somma?». «La cambiale!». «E poi...». «Dovrò dirgli anche questo...». «Dodici vasi cinesi autentici... Una serie perfetta e completa di vasi dell'epoca imperiale... della migliore epoca imperiale... Lei conosce, vero, la successione delle dinastie dei Ming?». «Può darsi, ma non m'interessano i Ming, al presente... Ne parleremo in casa del signor Marco». «Quei vasi valgono assai di più di quattromila lire e io desidererei riaverli... Oh, beninteso pagando le tremilaottocentosessanta lire all'erede...». «Chi è l'erede?» «Come?». «Dico chi sarà a ereditare la sostanza del signor Marco?». «Come posso saperlo?». «E perché parla di erede, al singolare?». «Ho detto erede? Non so...». «Cavaliere, sa che cosa mi ha detto pochi minuti fa sua moglie al telefono?». «No davvero! Che cosa le ha detto?». «Si è spaventata al sentire che la polizia si trovava nei locali del circolo e ha esclamato: Non mi dica che hanno arrestato mio marito!». «Imbecille!». «Povera donna! Siamo molto uniti con mia moglie, sa? e lei, poverina... ha subito temuto che mi fosse accaduta una disgrazia...». «Ebbene, cavaliere, la disgrazia le capiterà certamente, se lei non si decide a parlare!». Il cavaliere Annibale Moroni si sentì mancare. Cercò di proferire qualche parola, ma non riuscì a emettere che un suono inarticolato. De Vincenzi giocava a disporre in fila i gettoni e a farli avanzare a piccoli colpi, con l'unghia dell'indice. Una donna entrò di volata e andò ad appoggiarsi con le mani al tavolo dei due. Il cappellino le cadeva sull'orecchio, il petto copioso le ansava. Era vestita tutta di nero, con un abito di raso lucido. De Vincenzi si alzò. Il cavaliere le lanciò un'occhiata fulminante. «Che cosa è accaduto? Tutti quegli uomini per le scale, nell'ingresso! Mi hanno detto che lei è il commissario... Mi dica! mi dica!». «Si calmi, signora! Un malaugurato caso ha voluto che un uomo venisse a farsi uccidere nei locali del suo circolo...». «Che dice? Un uomo! Ma quando? Ma come? In qual modo è penetrato nelle sale?». «Questo non lo so ancora...». «E chi è... quest'uomo?». «Il signor Marco». «No!». Cercò una seggiola dietro di sé. Non la trovò. Aveva cominciato a svenire. Dovette per forza cadere in terra, non potendo certo interrompere lo svenimento a metà. Cercò di attutire il colpo, scivolando di fianco, lungo la gamba del tavolo. De Vincenzi, nel chinarsi assieme al marito, gli mormorò dolcemente: «Non vuol dirmi come il signor Marco ha fatto a entrare nel circolo?». Il cavaliere si fermò a mezz'aria. Tutti e due erano curvi a un metro dalla donna riversa in terra. Si guardarono. «Io... Come potrei?». «Lo può benissimo. I dodici vasi cinesi dell'epoca dei Ming si trovano nell'armadio a vetrina del salone... tutti in fila... Sono veramente meravigliosi! Dunque?». «È vero! Ma il vecchio ha voluto da me le chiavi del circolo, per potervi entrare a qualunque ora... e assicurarsi così...». «Ho capito. È quel che volevo sapere. Vada a prendere un bicchier d'acqua da spruzzare in volto alla signora...». ORE 13,25 «Che cosa ha trovato, professore?». «Interessante. Un delitto veramente interessante. Sul pugnale nessuna impronta. Sui mobili, sulla spalliera del divano, sul tavolo, molte impronte. Tante! Vogliamo dire che nessuna di esse appartiene all'assassino?». «Credo che dovremo dirlo». De Vincenzi e il professore si trovavano nel salone. Con loro erano Sani, Kruger e Bargelli. Tutti gli scuri delle finestre erano stati aperti, e le persiane. «Così è. Dunque, l'assassino si è ben guardato dal toccar nulla, oppure portava i guanti». «I guanti. Poiché il pugnale a ogni modo deve averlo toccato». «Può averlo tenuto ravvolto in un fazzoletto». «Lei crede che l'assassino avesse quel pugnale con sé?». «Bravo, De Vincenzi! Questo è il primo punto veramente interessante. Più interessante del delitto stesso. Il pugnale! Kruger, dammelo». Il biondissimo teutone tese il pugnale, tenendolo con due dita, per la lama. Il professore lo prese sulla palma. «Magnifico! È un pugnale, che impressiona. Può sembrare ai profani un oggetto autentico, un oggetto da museo... e non lo è... Non appartiene ad alcuna epoca, ad alcun periodo... Un serpente! Una palla! Pura invenzione di mente bislacca o ammalata... Ma è d'oro, e la lama è d'acciaio arabescato. Ora, ammettere che un assassino porti con sé un'arma di questo genere, per compiere il suo delitto, non è possibile... Ci deve essere un'altra ragione. Ci deve essere, voglio dire, un'altra spiegazione al fatto... L'arma poteva averla l'assassinato. È possibile; ma rimane sempre un altro problema: perché l'assassino l'ha lasciata nella ferita, trascurando d'impadronirsene o di riprendersela, se era sua? Mi segue?». «La seguo benissimo...». Il professore si aggiustò gli occhiali, che gli scivolavano dal naso aquilino. «Noti che il cadavere non è stato frugato. Bargelli ha tutti gli oggetti, che erano contenuti nella tasche del morto... Può farseli consegnare, vedrà che c'è il portafogli con cinquemila lire, c'è l'orologio d'oro... ci sono lettere...». Gli occhi del professore brillarono, gli occhiali dovettero essere ancora trattenuti sulla loro sdrucciolevole china. «Legga le lettere! Sono interessanti... Qualcuna di esse è tale da spiegare l'assassinio, se compiuto dall'autore per riaverle...». «Ricatto?». «Abbondante materia di ricatto. Ma le lettere non sono state toccate. Dunque?». De Vincenzi si guardò attorno. «E qui dentro?». «Sì. Ho pensato anche a questo. Quell'armadio a vetrina... coi vasi cinesi... Non hanno nulla di comune quei vasi col pugnale, sa? Sono autentici!». «Me lo hanno detto e per varie ragioni non ne ho dubitato». «Dunque, l'armadio è stato aperto, in esso si è cercato... Ma sa quali impronte abbiamo trovate sui vasi e sugli altri oggetti che, come vedrà, hanno tutti poco valore... paccottiglia da bazar?». «Le impronte del morto!». «Precisamente. Oh! In tali condizioni può dirmi a quale movente sia da attribuirsi il delitto?». «Vendetta...». «Può darsi...» il professore tossì. «Uhm! Però, se io fossi in lei, cercherei, cercherei qualche altra cosa...». «Cercherò, professore. Ma, intanto, vuole accompagnarmi coi suoi uomini nella casa accanto? È la casa del morto... Sani, rimani qui. Se la signora Moroni sviene ancora, lasciala fare...». Dentro di sé, De Vincenzi pensava: da quale parte dovrò cominciare a cercar qualch'altra cosa?
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