Chapter 7

2929 Words
«Un momento!». Andò nella stanza accanto, di dove aveva sentito venire le voci di Cruni e degli uomini del Monumentale. «Aspettate!». I due guardiani in uniforme nera si voltarono. Stavano già chinandosi sul cadavere. Il commissario avanzò. Osservò il punto esatto della ferita sul petto dell'uomo. Molto a sinistra era entrato il pugnale. Troppo di lato per supporre che l'assassino si trovasse di fronte alla vittima o altrimenti chi aveva colpito doveva essere mancino. Il lancio dell'arma da lontano, invece, eliminava la necessità di una tale ipotesi e rendeva perfettamente naturale la posizione del colpo, poiché il lanciatore poteva essersi tenuto di fianco al vecchio, per non esser visto. «Sta bene. Ho finito. Portate via...». Sollevarono il cadavere. «Oh! Che cos'è questo?». Si chinò a raccogliere. Era un piccolo astuccio, che doveva aver contenuto un oggetto rotondo, grosso come una nocciola. Una gemma, forse. Il segno lasciato sul velluto era netto. Una gemma, se di questo si trattava, di dimensioni insolite... L'astuccio si era trovato coperto dal braccio del morto e nessuno lo aveva visto prima. «Lo hanno ucciso per rubargli quel che c'era lì dentro...» fece Cruni. «Può darsi», rispose il commissario. Si mise l'astuccio in tasca e tornò verso il salone. Rifletteva. Ucciso per una gemma? Le ragioni per le quali il vecchio poteva esser stato ucciso erano tante! Fino a quel momento, gliene erano balenate almeno cinque. E ognuna ottima. «Che cosa mi diceva del prestito, signora Moroni?». «Fu fatto per le spese del circolo. Posso dimostrarlo. E la cambiale sarebbe stata ritirata oggi!». «Ebbene?». «Il signor Marco è venuto a farsi uccidere qui dentro! Adesso loro vorranno trovare una relazione tra la cambiale e l'assassinio...». «Lasci andare! Mi dica piuttosto se le sembra naturale che il vecchio sia entrato qui dentro questa notte». «Mio marito aveva dovuto consegnargli le chiavi, le avevamo doppie, quando ci prestò il denaro... E spesso, al mattino, Annibale...». «Chi è Annibale?» fece De Vincenzi con comica violenza. Adesso c'entrava anche un Annibale, in quella storia! Ma no, Annibale era il cavalier Moroni... «Dunque, Annibale... voglio dire, suo marito?». «Si è accorto talvolta, entrando nel salone alla mattina, che l'armadio a vetri era stato aperto, e anche avevano cercato un po' ovunque, perfino nei cassetti della scrivania. Non poteva esser stato che il signor Marco!». «Cosicché il vecchio veniva di frequente in queste sale, dopo le due del mattino? Non riposava alla notte, evidentemente!». «Oh! Il capitano Parodi non ha mai dormito alla notte! Neppure a Shangai...». S'interruppe e fu presa da un accesso convulso di tosse. S'era fatta rossa come un gallinaccio. De Vincenzi la guardava, sorridendo con bonarietà. Aspettò che la tosse fosse cessata. «Vuol bere?». «Grazie... Ma non s'incomodi! Vado io». Il commissario arrivò alla porta prima di lei. «Cruni» gridò, «porta un bicchier d'acqua». Si volse, sorridendo: «Non avrei mai permesso che lei si disturbasse, soprattutto in questo momento. Mi stava parlando di Shangai...». Sofia Moroni sbiancò. Aveva ricorso al soffocamento, ma la diversione non le era riuscita! «Accidenti alla mia storditaggine! Lo so io, che questa storia non può andare a finir bene!». «Le ho detto Shangai?». «Beva!». Restituì il bicchiere vuoto a Cruni, che se ne andò sulle sue gambe tozze, pesantemente. «Sì, cara signora! Lei ha detto proprio Shangai. Continui». «Oh, che storia! Che storia! Sarà la mia morte! Non posso negare! E poi sono sincera io, e non ho nulla da nascondere...». «Proprio nulla!» assentì ambiguamente De Vincenzi. «Non c'entro col delitto, io!». Subito aggiunse: «E neppure Annibale!». «Nessuno dei due, lo so! Ma in quale epoca e in quali circostanze s'incontrarono col capitano Marco Parodi, a Shangai?». «Che epoca? Lo conoscemmo quasi subito... Tutte le volte che lui arrivava a Shangai col suo piroscafo, veniva...». Ancora s'interruppe e lanciò occhiate da naufraga. Boccheggiava. «A casa loro?». «No!». «Alla loro scuola?». «Che scuola?». Batté le palpebre. Non capiva se il commissario scherzasse. Temette un tranello. «Mah! Suo marito mi ha parlato di una scuola di cultura europea...». «Ah!». «E adesso come faccio a rimediare?... Perché quell'idiota di Annibale non mi ha avvertita? E poi? Non c'è, forse, il Consolato Italiano, che dirà tutto, se questo qui gli telegrafa, per chiedere nostre informazioni?». «Non era una scuola, signor commissario...». «Lo credo». «Era una... fumerie...». «E il signor Marco la frequentava?». «Sì, l'ha sempre frequentata». Perbacco! La casa di Vannetta Arcangeli era impregnata di fumo d'oppio! Ma le stanze del vecchio avevano l'aria netta, pura... Sani era apparso sulla soglia. «Ah! Tu... che vuoi?». «Sono stato a interrogare la portinaia. Mi ci hai mandato tu!». «Sì, hai ragione. E così?». «Ha veduto il signor Marco per l'ultima volta ieri sera alle nove... È tassativa nell'affermare che tutte le sere, alle nove precise, il vecchio usciva... Lei non aveva bisogno di guardare l'orologio: quando lo vedeva uscire, erano le nove». «Grazie. Ma questo vuol dire che proprio iersera il signor Marco può essere uscito prima o dopo, senza che lei abbia guardato l'orologio». E Margaret gli aveva scritto: questa sera alle nove sarò da lei. Non l'aveva attesa, lui. Possibile? Perché non l'aveva attesa? «Signora Moroni, lei conosce una giovane bionda, fine, gracile, bella, che si chiama Margaret?». «Che cosa c'entra?» esclamò la presidentessa col fiato corto. «Che altro tranello vuol tendermi, adesso?». «Risponda!». «Ma, non so! Di Margaret io non conosco che la figlia della Sutton...». «L'amica del conte Verri?» interloquì Sani. «Sì, naturalmente, del conte Verri, che è morto». «Frequentava il suo circolo?». «Ieri sera», fece Sani, «la contessa Sutton si trovava qui, a giocare». La signora Sofia guardava uno dopo l'altro i due uomini. La sensazione di diventar pazza aumentava sempre più e si faceva distinta in lei. «Ma che cosa vogliono? Che c'entra la contessa in tutto questo? Ha perduto duemila lire ieri notte, che ha vinte Nennele. Adesso, mi parleranno anche di Nennele... Oh! Chi può dimostrare che bari, Nennele, anche se vince...». «E Margaret?». «Veniva qui di rado». «Tu sai dove abita la Sutton?». «Il cavaliere ci ha dato l'indirizzo. C'è sulla lista che ti ho consegnata». De Vincenzi gliela porse e lui prese nota dell'indirizzo. «Va' a trovarla e conducila all'ospedale. Falle vedere quella ragazza, che vi è stata trasportata circa un'ora fa, addormentata con un narcotico. Se veramente è sua figlia, conducimi subito qui la contessa... Prendi un tassì, naturalmente». «Margaret addormentata con un narcotico! Ma che inferno si sta scatenando attorno a me e al Decamerone?». «Dunque, gentile signora, mi racconti con tranquillità e con ogni particolare la loro vita di Shangai. Interessante, vero? Tanto interessante che lei vi ha trovato materia per un libro!». «Anche lui!... Anche lui! Anche a lui hanno detto di Liù, fior d'acanto!». Ma non poté raccontar nulla, perché Cruni venne a dire in un orecchio a De Vincenzi che il cavaliere Annibale Moroni, passando per la finestra della sala da gioco, si era calato sulla sottostante tettoia del cortile e di lì era fuggito, passando davanti all'agente di guardia nel portone, il quale non lo aveva fermato, ritenendolo autorizzato ad andarsene. Martedì (La conseguenza delle complicazioni) ORE 16 Delia attendeva il Questore in piedi, in mezzo allo studio di suo marito – del suo fu marito – avendo di fronte la pendola di Boule. «Adesso Pietro lo farà entrare da quella porta di destra. Mi vedrà di profilo. Io gli parlerò senza guardarlo». Pietro introdusse il funzionario con quel movimento meccanico, impersonale, da servitore di grande casa. «La ringrazio d'esser venuto. Pietro, portate il tè». Il Questore non si meravigliò del tè, si meravigliò che la donna fosse tutta vestita di nero, a lutto, con un abito di crespo corto quasi alle ginocchia e chiuso attorno al collo, chiuso attorno ai polsi. Che i capelli di lei fiammeggiassero lo sapeva, glielo aveva detto il dottore. «È possibilissimo che questa donna abbia fatto morire suo marito. Tutto sta a vedere, però, il modo con cui il marchese è stato ucciso, se è stato ucciso... L'idea dell'assassinio può entrare nella mente di una donna per suggestione. Si sono serviti dell'angina e dell'arteriosclerosi come di un mezzo. La malattia non è stata la causa della morte, anche se essa lo ha materialmente ucciso... Bisogna che io non tenga conto di tutto quel che mi ha detto Veretti... Perché il dottore si è accanito a far convergere i miei sospetti sulla vedova? C'è un testamento? Che dice il testamento?». Delia era rimasta con la faccia rivolta verso la pendola e il Questore la vedeva di profilo. «Sette minuti...». «Che dice, signora?». «Sono esattamente sette minuti che lei è entrato, e da sette minuti tace!». «Ah!» si riprese; si toccò il garofano alla bottoniera. «Ho atteso che parlasse lei...». La marchesa sedette in una delle due poltrone, davanti al caminetto. Indicò l'altra. «Io non so se abbia fatto bene a chiamarla... Ma il dottor Veretti vuole l'autopsia. Mio marito è morto questa notte, mentre io...». «Dormiva...» insinuò con soavità il Questore. «Crede? Lei ha parlato col dottore? Non può aver parlato col dottore, naturalmente, poiché io le ho telefonato poco fa... Allora, lei non sa se mio marito sia morto dopo le quattro di questa mattina... Io mi sono coricata alle quattro». «Insonnia?». «Poker...». «Nel suo palazzo?». «Al Decamerone». Il Questore sussultò. «Come ha detto?». «Perché, vede, anche quando la situazione è grave, anche quando c'è un morto... sempre qualche particolare di quel che si dice o avviene è comico. Parlare del Decamerone è comico e grottesco. Si tratta di un circolo letterario...». «Lo so!» interruppe bruscamente il funzionario. «Come si è trasformato di colpo! È tutto teso. Persino la cima delle orecchie gli vibra... ma, forse questo sembra a me, perché ho visto un cane nella sua stessa posa... È come se puntasse!». «So che cosa è il Decamerone, signora! E lei è rimasta in quel luogo, fino alle quattro?». «No, fino alle due, con precisione. Dalle due alle quattro sono stata da Cassè, assieme a Carletto Vinci, Violetta Sartori e Nennele Baroncelli... Un momento! Credo ci fosse anche la Sutton... La contessa Sutton, che aveva perduto...». «Lei sa che cosa hanno trovato in una sala del Decamerone, questa mattina?». «Che cosa? Uno dei miei brillanti no di certo, perché se ne avessi perduto uno lì dentro non sarebbe possibile che lei me lo facesse riavere...». «Hanno trovato il cadavere di un uomo, con un pugnale conficcato nel petto...». Questa volta, il Questore balzò in piedi. Non credeva ai suoi occhi e alle sue orecchie. Le aveva dato l'annunzio con voce vibrante, fredda, la voce delle grandi occasioni, e lei era scoppiata in una risata! Ma non era una risata nervosa, isterica. Nessuna convulsione era in quel riso; ma una vera, irresistibile sincerità. La marchesa rideva di gusto, aveva gli occhi lucidi di lagrime dal gran ridere. «Lei ride, signora?». Si calmò lentamente e disse, scusandosi: «Mi perdoni! Ma penso alla faccia che avrà fatta Sofia Moroni, quando l'hanno messa davanti al cadavere! Non mi dica che l'ucciso era uno dei conferenzieri, perché la cosa sarebbe troppo bella, per essere vera...». Poi fece un trapasso fulmineo. «Se parlassimo di mio marito, che è morto e che può darsi benissimo sia stato ucciso? Per quanto, insomma, potrebbe anche esser morto naturalmente...». ORE 16,30 Suonavano alla porta. Non c'era dubbio: il campanello dell'ingresso trillava, sonoro, rimbalzante, acuto, a strappi, a colpi di saetta, riempiendo tutta la casa di vita improvvisa. Claudia Sutton lo sentiva, naturalmente. Non era mai stata sorda ed era pienamente in sé, anche se aveva il cervello svanito. Lo aveva subito sentito, al primo colpo, e il cuore le si era messo a martellare, rapido rapido, salendole in gola. Non aspettava, forse, appunto quel suono? S'era messa a sedere – nella sua camera, accanto al letto, con le finestre chiuse, la luce sul comodino accesa – per aspettare proprio che qualcuno venisse. Eppure, non poteva alzarsi di dove si trovava. In casa era sola e non poteva alzarsi per andare ad aprire la porta. Non poteva? Avrebbe fisicamente potuto, certo. Perché dubitare delle proprie forze? Ma non riusciva a comandare al suo corpo di levarsi, di muoversi, di agire. Non era Margaret. Margaret aveva la chiave. Non era il fratello di Margaret, il più giovane suo figlio, Teofilo, perché anch'egli aveva la chiave. Ma il suono a strappi, a colpi di saetta, del campanello sarebbe già cessato da tempo – non si sarebbe prolungato con insistenza crudele, con determinazione spietata – se colui che ne premeva il bottone non avesse recato notizie di Margaret... Finalmente, riuscì ad alzarsi. In vestaglia, con le pantofole, scarmigliata – giallicci i capelli, bruciati dall'ossigeno, e radi sul cranio, quasi neri alla nuca – col petto enorme, che le ricadeva miseramente, Claudia si trascinò alla porta. «Che cosa le è accaduto?» chiese subito. «Sì», rispose il vicecommissario, «deve esserle accaduto qualcosa...». «Morta?». «Ma no!». «Ha tentato di uccidersi?». «Ma no!». «Io non so nulla, però! De Vincenzi non mi ha detto nulla... Meglio del resto! Così non mentirò con questa donna, che è certo la madre». «Oh! Mio Dio!». «Non c'è da disperarsi, signora... Vuol venire con me?». «Aspetti! Aspetti qui... segga». «Non mi ha chiesto neppure dove la condurrò...». Nella camera, accanto al letto, fece cadere la vestaglia. Prese il busto dalla poltrona. «È necessario che lo metta!... Non posso non metterlo... anche se il cuore mi si strizza come una spugna». ORE 17 «Pronto! Dammi il Questore, sono il commissario De Vincenzi... Commendatore, la storia del Decamerone sarà lunga... Naturalmente... Tutte le complicazioni possibili! E adesso è anche scappato un tipo, che aveva l'aria di non saper scappare, neppure a lasciargli tutte le porte aperte! Ebbene, volevo pregarla di dare ordini perché lo cerchino dovunque... Si tratta del segretario del circolo... del marito della presidentessa... Annibale Moroni... È un pover'uomo, gramo e stento... coi capelli tinti... gli occhi supplici... No! Non dubiti: non le faccio il ritratto parlato! Ma bisogna ritrovarlo... Che cosa? Lui l'assassino? Ma neppur per sogno... Soltanto, lui sa molte cose e poi il fatto di essersi dato alla fuga apre orizzonti nuovi alle mie ipotesi... Neanche mezza teoria, commendatore... Per ora si viaggia da Milano a Shangai e da Shangai all'inferno! Si trovano pugnali d'oro, stoffe antiche, lettere di impossibile interpretazione e barchette di cristallo... No! Ancora il cervello mi regge... Forse, in seguito... C'era una giovane, addormentata con un narcotico e legata ai piedi e ai polsi, proprio come nei romanzi polizieschi! Dove? In casa dell'assassinato... Sì. Il giudice istruttore mi ha lasciato la più ampia libertà... È furbo, lui! Non mi muoverei da via Fiori Oscuri, se lei permette... Ho appena incominciato... Come? Viene lei da me? Ma perché, signor Questore? Oh! Allora... Ma non vedo il nesso! Il marchese Goffredo Vitelleschi del Verbano? Naturalmente lo conoscevo di nome... Oh! No... Questo non lo sapevo! Che fosse stato ministro plenipotenziario in Cina non lo sapevo! Perbacco...». De Vincenzi uscì dalla cabina. Aveva telefonato dalla tabaccheria all'angolo di via Brera con via Fiori Chiari. Quest'altro morto non gli ci voleva. Trasse dalla tasca la lista datagli da Sani e la consultò. Dovette fare un salto, perché un'auto stava per investirlo... La sera prima, la marchesa Delia Vitelleschi del Verbano aveva giocato al Decamerone di cui era socia... ORE 17,10 Sani mostrò all'infermiera di guardia nella corsia il distintivo di cuoio da funzionario di polizia, che portava nella tasca della giacca. L'infermiera guardava in volto la grossa signora che ansava, pallida. Vide le macchie rosse sulle gote e diagnosticò: malattia di cuore. «Si tratta di lei? Si è sentita male per la strada? Corsia terza, questo è il reparto emergenza». «No!». E anche Sani guardò la sua compagna, tanto la domanda dell'infermiera gli era capitata imprevista. «No, non si tratta della signora, che... È stata trasportata oggi in questa corsia una giovane bionda, addormentata...». «Ah! Avvelenamento con sonnifero... Le hanno fatto la lavatura gastrica... Continua a dormire... Impossibile parlarle...». «Non vogliamo parlarle... Desidero soltanto che la signora la veda, per riconoscerla...». «Venite...». Li precedette rapida, silenziosa, scorrendo su invisibili rotelline, in mezzo alle due file di letti bianchi. Claudia camminava come un automa. Non osava guardare i letti. Fissava davanti a sé, lontano, il Cristo nero appeso sopra la porta verso la quale si dirigevano. «Perché mi ha detto che non si è uccisa? Come potrebbe trovarsi in un ospedale, se non si fosse suicidata? Io l'ho uccisa! Io l'ho uccisa». L'infermiera si era fermata ai piedi di un letto, l'ultimo della fila di destra. «Eccola...». «Signora Sutton, la guardi e mi dica se è sua figlia». Claudia avanzò un poco di fianco al letto: vide i capelli biondi, il volto fragile, così bello! «Tutta me, tutta me, da giovane... Come mi assomiglia...». Margaret era cerea. Dormiva immota, senza che le si vedesse il petto sollevarsi per il respiro... «Margaret!». «È sua figlia, vero?». «Margaret!». La chiamava con voce sussurrata, bianca, come se mormorasse un nome di preghiera. «Venga, ora! Sua figlia dorme e continuerà a dormire per molto tempo... Quanto tempo?». L'infermiera alzò le spalle: «Un giorno, due, tre... L'effetto di un narcotico dato per bocca varia da persona a persona... Ma non c'è nessun pericolo! Dica pure alla signora di stare tranquilla». «Sente signora Sutton? Nessun pericolo. Venga via con me». Claudia guardò l'infermiera. «Sì, è la verità. Sua figlia tra qualche giorno starà meglio di prima. Ah! Se fosse come quella accanto, non glielo direi. Quell'altra non arriverà a sera». Quell'altra mandava un rantolo sottile, fischiante. Sani prese la contessa per un braccio e, dolcemente, la condusse via, sul piancito di marmo lucido, fra le due file di letti bianchi.
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