CAPITOLO 1 In un paese sconosciuto
Uno dopo l’altro, gli sportelli dei vagoni vengono chiusi con impeto: “forse”, pensa un viaggiatore fantastico, “dal ferreo destino che, ormai senza rimedio, porterà via me e i miei compagni nelle tenebre”.
La locomotiva fischia, e colpi violenti scoppiano di vagone in vagone, sino all’ultimo; il convoglio va lentamente sotto l’ampia tettoia, esce dalla luce dei fanali nell’ombra della notte, dai confusi rumori della grande città nel silenzio delle campagne addormentate: si svolge sbuffando, mostruoso serpente, tra il labirinto delle rotaie, sinché, trovata la via, precipita per quella ed urla, tutto battiti dal capo alla coda, tutto un tumulto di polsi viventi.
V’è poca probabilità d’indovinare che cosa pensasse, poi, quel viaggiatore fantastico, rapito tra fiotti di fumo, stormi di faville, oscure forme d’alberi e di casolari. Forse studiava il senso riposto dei bizzarri e incomprensibili geroglifici ricamati sopra una borsa da viaggio ritta sul sedile di fronte a lui; poiché vi teneva fissi gli occhi, di tanto in tanto muoveva le labbra, come chi tenta un calcolo, e quindi alzava le sopracciglia, come chi sperimenta di riuscire nell’assurdo.
Erano già passate alcune stazioni, quando un nome gridato, ripetuto nella notte, lo scosse. Una folata d’aria fresca gli disperse le fila sottili del ragionamento; il convoglio era fermo e lo sportello aperto. Egli scese in fretta; era il solo viaggiatore per…
«Signore», disse una voce rauca e vibrante, «è Lei che va dai signori del Palazzo?»
Questa domanda gli fu fatta a bruciapelo, da un uomo che gli si piantò di fronte con la sinistra sul cappello e una frusta nella destra.
«Ma…»
«Oh, perbacco!», disse l’uomo, grattandosi la nuca; «Chi dev’essere allora?»
«Ma come si chiamano questi signori del Palazzo?»
«Ecco, vede, da noi si dice i signori del palazzo e non si dice altro. Per esempio, a dire così: per un dieci miglia , tutti, qui intorno, capiscono; Lei, mettiamo, viene da Milano, e allora è un’altra storia. Queste sono sciocchezze, io lo so benissimo il nome; ma adesso vattelo a ricordare! Noi povera gente non abbiamo tanta memoria. È poi un nome così tanto fuori dal comune!».
«Sarebbe…»
«Aspetti; Lei taccia e non mi confonda. Ehi, tu, dalla lanterna!»
Un guardiano si avvicinò lentamente con le braccia penzoloni, facendo dondolare la sua lanterna a fior di terra.
«Non bruciarti i calzoni, ché Vittorio non te li paga», disse il giovinotto di poca memoria. «Tira su quell’impiastro di una lanterna. Qua, prestamela un momento».
E, dato di piglio alla lanterna, la sbatté quasi sul viso al forestiero.
«Ah, è lui, è lui, è lui tal e quale come mi hanno detto. Un giovinotto, occhi neri, capelli neri, nera mica male anche la faccia. Bravo signore».
«Ma chi ti ha detto…?»
«Lui, il signore, il conte!»
«Oh, diavolo», pensò quello, «un uomo che non ho mai visto e che scrive di non avermi mai visto!»
«To’!», esclamò l’altro, lasciando cader la frusta e cacciandosi la mano in tasca. «Proprio vero che più asino di così la mia vecchia non mi poteva fare neanche a volere. Il signor conte non mi ha dato un coso per farmi riconoscere? Ce l’ho ben qui. Tolga!»
Era un biglietto da visita profumato di tabacco e di monete sucide. Portava questo nome:
CESARE D’ORMENGO
«Andiamo», disse il forestiero.
Fuori della stazione c’era un calessino scoperto. Il cavallo, legato alla palizzata, col muso a terra, aspettava rassegnato il suo destino.
«S’accomodi, signore: non è troppo morbido, ma capisce, siamo in campagna. Iiih!»
Il lesto vetturale, afferrate le redini, balzò d’un salto al cassetto, e cacciò il cavallo, a suon di frusta, per una stradicciola oscura, così tranquillamente come se fosse stato mezzogiorno.
«Mica ha paura, vede…», disse, «…benché sia scuro come in bocca al lupo, q uesta strada, la cavalla e io, la teniamo sulla punta delle dita. Iiih! Ho menato giù due forestieri anche la notte passata, due signori di Milano come Lei. Gran brava persona il signor conte!», soggiunse poi, tirandosi a sedere di sghembo e cacciandosi sotto le cosce il manico della frusta.
«Che brav’uomo! E signore, ehi! Ha amici in tutte le sette parti del mondo. Oggi ne capita uno, domani un altro, tutti fior di gente, gran signori, sapienti, che so io. Già, Lei ne sarà pratico!»
«Io? È la prima volta che vengo qua».
«Ah, vedo. Ma conoscerà almeno il signor conte?»
«No».
«O bello, o bello!», disse il vetturale con accento di profonda meraviglia. «Una brava persona, sa! Sono suo amico», soggiunse senza spiegare se appartenesse alla categoria dei gran signori o a quella dei sapienti. «L’ho servito tante volte. Mi ha fatto bere un bicchiere anche oggi. Non so se fosse vin di Francia o d’Inghilterra, ma che vino! Iiih!»
«Ha famiglia?»
«Signor no. Cioè…»
A questo punto, le ruote di destra saltarono sopra un mucchio di ghiaia.
«Taci e guarda dove vai», disse il viaggiatore.
Il vetturale, allora, tirò giù bestemmie e frustate a furia sulla povera bestia, che riprese subito il galoppo.
Passarono sopra un torrente. Sul ponte faceva chiaro. A destra si vedeva la striscia biancastra delle ghiaie perdersi per campagne sterminate; a sinistra e di fronte umili colline appoggiate ad altre maggiori; dietro a queste, gioghi cornuti che spiccavano sul cielo grigio.
Non si udì più che il trotto del cavallo, e, di tanto in tanto, lo scrosciare della grossa ghiaia sotto le ruote, e l’abbaiare pertinace dei cani rinchiusi. Cavallo, cocchiere e viaggiatore procedevano silenziosi insieme, come portati dallo stesso intento allo stesso fine: porgendo l’immagine, così, dei fragili accordi e delle meditate alleanze umane, poiché il primo tendeva segretamente alla dolcezza della tepida stalla, il secondo a un certo vino di certa rubiconda ostessa, buon vino, spumante di risate e di franchi amori; e colui ch’era il più intelligente e il più civile dei tre, non conosceva affatto né la propria via, né la meta.
Corsero fragorosamente attraverso paeselli oscuri, deserti, dove le case sembravano difendere, accigliate, il sonno della povera gente; passarono davanti a giardini, a piccole ville vanitose, in fronzoli, che avevano un’aria sciocca nell’ombra solenne della notte. Dopo un lungo tratto di pianura, la strada saliva e scendeva poggi che parlavano del sole e parevano guardar tutti là, verso l’Oriente; finché sguisciò dentro una valle angusta e scura tra selvosi fianchi di monti. Ne radeva talvolta l’unghia estrema, talvolta se ne torceva lontano come per ribrezzo di quell’ispido tocco; alla fine, vi si gettò risolutamente addosso. Il cavallo si mise al passo, il vetturale saltò a terra e disse chiaramente, con la sua frusta sbaldanzita, è un affar lungo.
«Dunque», chiese il forestiero, accendendosi un sigaro, «ha famiglia o non ha famiglia?»
«Altro che averne, caro Lei. Ho una donna brutta, vecchia e rabbiosa come il demonio».
«Non te, il conte!»
«Ah, il signor conte! Chi ha da saperlo? Dei signori non si sa mai niente. Alle volte pare che ce l’abbiano, la famiglia; c’è la donna, ci sono i figli; e poi quando lui è lì per metter giù il capo, gli sono addosso i corvi, e alla donna, vatti a far benedire, le tocca di cavarsela; alle volte vivono come i frati, e quando siamo lì al busillis , tracchete , è qua la signora con le lacrime e con le unghie. Fortunata in tutto quella gente lì! Io, se mi faccio una morosa, dopo quindici giorni mi pianta; ma la donna l’avrò fra i piedi finché non scoppia. Il signor conte c’ha vissuto solo per un pezzo; ora sta insieme a una ragazza. Chi dice sia sua figlia, chi sua nipote, ma è la sua morosa senza dubbio. Queste bestie ignoranti di paesani dicono ch’è brutta. Vedrà se è brutta. Ah, io dovevo nascere signore!»
Qui, per consolarsi, il bizzarro giovinotto tirò una furiosa frustata alla cavalla che portò via correndo l’altro interlocutore e ruppe così il dialogo. Giunta, dopo una lunga fatica, al collo dell’erta, si fermò a prender fiato. Lassù la scena mutava. Monti ripidi salivano a destra e a sinistra, lasciando appena posto alla strada; altri monti si mostravano, a fronte della discesa, un po’ sfumati sopra le vette nere degli alberi che cominciavano, poco sotto il collo, a fiancheggiarla.
Il vetturale risalì al cassetto e scese di trotto alle grandi fauci fronzute del viale che gli si aprirono rapidamente. Fra tronco e tronco, la vista veniva allargandosi; cresceva la luce, comparivano distese di vigneti.
Un lume, spiccatosi dal lato destro della strada, venne di fronte al cavallo, che si fermò.
«Ebbene?», chiese una voce.
«Oh, c’è, c’è», rispose il vetturale saltando a terra. «Se comanda, signore, è qui. Pagato, signore. S’è per un bicchiere, signore. Lei è buono padrone, nessuno Le può dir niente. Tante grazie».
«Ehi, piglia la borsa del signore».
«Felice notte. Iiih!»
«Il signor Silla?», disse l’uomo della lanterna, un domestico, all’aspetto.
«Per l’appunto».
«Servito, signore».
S’avviò silenzioso, con la borsa nella destra e la lanterna nella sinistra, giù per un viottolo fiancheggiato di rozzi muriccioli, dove la luce balzellante saltava e guizzava, cacciandosi avanti, e traendosi dietro le più nere tenebre.
Invano il signor Silla guardava curiosamente al di sopra dei muri; appena poteva discernere qualche fantasma d’albero proteso dal pendio, a braccia sparse, in atto di stupore e di supplica. D’improvviso, un tocco vibrato di campanello lo fece trasalire; la guida s’era fermata a un cancello di ferro. Subito qualcuno aprì; i ciottoli del viottolo, la soglia del cancello furono inghiottiti dall’ombra; ora passava sotto la lanterna una sabbia fine fine e, ai lati, nere piante dai rami folti, impenetrabili. Dopo la sabbia, erba e vestigia incerte di un sentiero tra un denso fogliame di viti; poi larghi scalini nerastri, sconnessi, a cui si giungeva per fianco. Non se ne vedeva né principio, né fine; solo si udiva, verso l’alto e verso il basso, un discorrer modesto di acqua cadente. La guida scendeva cauta per quelle pietre mal ferme che rendevano un suono metallico. Nella fioca luce della lanterna apparivano, a intervalli regolari, due tronchi enormi e due grigie figure umane, ritte, immobili a fianco della scalinata. Finalmente, gli scalini cessavano, minuta ghiaia rosea passava sotto la lanterna, grandi foglie di arum le passavano a fianco, e lì da presso, nel buio, uno zampillo gorgogliava quietamente il suo racconto blando. La guida prese a sinistra, girò il canto di un alto edificio, salì due scalini e introdusse ossequiosamente il nuovo arrivato per una gran porta a vetri.
Nel vestibolo illuminato c’era un signore vestito di nero da capo a piedi, che gli venne incontro facendo inchini profondi e stropicciandosi le mani a tutt’andare.
«Benvenuto, signore. Il signor conte si è ritirato, perché l’ora è un poco, come si dice…? Un poco tarda, tarda; il signor conte ha incaricato me di farle le sue scuse. Appunto ho l’onore di essere il segretario del signor conte. Prego, signore, si accomodi, prego. Io credo che il signore avrà bisogno di un poco di ristoro: oh! prego, prego».
Il cerimonioso segretario scortò l’ospite per una scala signorile e lo accompagnò sino al primo piano. Lì, ottenutane la promessa che sarebbe ridisceso a cena, lo affidò al servo, ed andò ad aspettarlo in un salotto dove era preparata una cena per due, e dove l’altro commensale non tardò a comparire. Questi non aveva accettato di sedere a cena per desiderio di cibo, ma per curiosità dell’uomo singolare che lo richiedeva.
Il signor segretario mostrava di essere sui cinquant’anni. Due occhietti azzurrognoli gli fiammeggiavano nel viso rugoso e giallastro fra due liste di capelli non più fulvi e non ancora grigi. Portava la barba intera che gli durava infuocata. Il pelo e il viso, la rigida rapidità degli atti, certe consonanti pietrificate e certe vocali profonde che gli uscivano di bocca come d’un burrone, lo scoprivano subito per tedesco. Anche il taglio antiquato e la nitidezza dell’abito nero, i solini inflessibili, il candido sparato della camicia erano da tedesco e da gentiluomo. Se non che, strana cosa, ai polsi il gentiluomo finiva. Le mani erano grandi, fosche sparse di cicatrici, con la pelle avvizzita e screpolata sul dosso, callosa nel palmo. Vi erano incise lunghe ore di sole, di gelo, di lavoro faticoso. Avevano perduta ogni pieghevolezza; non sapevano più esprimere il pensiero come lo esprime la mano intelligente dell’uomo colto. Parlavano in vece loro, con brusca energia, con passione, le braccia e le spalle mobilissime. Parlava, soprattutto, il viso.
Era un viso brutto e gaio, ridicolo e geniale, sfavillante di vita: un labirinto di rughe sottili che si contraevano, si spianavano intorno a due occhietti chiari, ora aperti e gravi, ora stretti, per ilarità o per collera o per dolore, in due scintille, sempre vivacissimi. Subiti rossori, soffi di sangue gli salivano dal collo, si spandevano, sfumavano per la fronte lasciando il giallore di prima intorno al naso, sempre porporino e lucente. Insomma, l’anima del segretario era tutta lì, sul viso; la si vedeva sentire, dolersi, godere, fremere come un lume agitato dal vento dietro una tela chiara. Parlava con voce sincera, varia di toni e focosa più di una voce meridionale, comica spesso nell’accento, nei salti dal basso all’acuto, ma efficacissima. E parlò molto quella sera a cena, assaggiando appena i cibi, vuotando spesso il bicchiere. Incominciò con un profluvio di cerimonie, di amabilità un po’ rigide, esagerate, che non trovavano eco nel riserbo freddo dell’ospite; entrò quindi in qualche discorso generale, parlò dell’Italia da uomo che, avendo veduti molti costumi e molte città, possiede larga conoscenza d’uomini e di cose contemporanee, e porta in ogni argomento, con tranquilla sicurezza, giudizi insoliti, vedute nuove che forse non reggono sempre alla critica pacata, ma sorprendono il volgo. Non mostrava però lo scetticismo di chi ha viaggiato molto, né la manifesta propensione al nihil admirari. Tutt’altro; le cavità sonore della sua gola erano piene di vocali esclamative che esplodevano ad ogni momento. Quel commensale gli doveva esser molto simpatico per mettergli tanta parlantina, serbando dal canto suo un contegno asciutto che poteva parere altero. Il segretario lo guardava con occhi sempre più dolci, più affettuosi, insisteva perché pigliasse di questo e di quello, cominciava ad arrischiare qualche famigliarità, qualche domanda che lo costringesse ad uscire dalle sue trincee.