Zaccheo reca l'Epistola a Roma
Spes ultima dea;
dies autem tristis,
te absente, Jane.
Dea lontana è la speranza;
ma il giorno resta triste
senza te, o Janus.
Come all’inizio di un viaggio la paura dell’ignoto si mescola all’attesa e alla speranza oppure alla curiosità per le cose che si vedranno, o persino agli inevitabili incontri che si faranno, così sono le emozioni che ci accingiamo a provare allorché principiamo l’avventura di un nuovo testo. Tale era il mio sentire nel decidere di svolgere il rotolo consegnatomi con così gran cura da parte di mio padre, il quale aveva accompagnato il gesto da mille e mille raccomandazioni di non raccontare a nessuno il contenuto di esso, di non parlarne ad anima viva, di non rivelare mai a nessuno l’esistenza del plico, ora ripulito dalla polvere e in mio possesso.
Inutile dire che promisi, feci più e più assicurazioni, e giurai sugli dèi immortali di mantenere tutto nel massimo riserbo e segretezza.
Non nascondo, tuttavia, di aver riso fra me e me, e in un certo senso avevo del tutto sottovalutato le preoccupazioni e le ansie sia di mio padre, sia di Amulio stesso, il quale fra un codì e un coda dici per richiamare la mia attenzione, faceva apparire il tutto come la solita preoccupazione degli anziani; essi provano sentimenti sinceri e al contempo confusi nel rivelarti qualcosa che sì ha importanza, ma che maggiormente ne aveva ai loro tempi. La vicenda poi vissuta o rivissuta fra nuove considerazioni e pensieri continui, con il passare del tempo, subisce l’inevitabile usura, e il comprensibile cambiamento di persone e circostanze trasforma tanti angusti crucci e impicci in un nulla di fatto.
Svolsi con pazienza il pacco: rividi il titolo che avevo testé letto. Feci come il fanciullo che riceve un regalo che conosce già, ma riapre con attenzione assoluta come se riaprendolo egli potesse riprovare le stesse emozioni di quando lo aveva aperto la prima volta. Mi sentivo investito di responsabilità enormi, un fanciullo ancora, cui è stata dato quell’unico dono che pur semplice, riveste un’importanza tanto più grande quanto più precisa e insistente è stata la raccomandazione dell’adulto che gliel’ha fatta.
Non nascondo che ritirandomi nella stanza assegnatami come sempre quando ero ospite presso mio padre, mi precipitai a leggere con attenzione il testo; passai tutto il resto del giorno e la notte che seguì immerso nella lettura e nella meditazione, e non smisi fino a quando non ebbi finito. Solo l’alba mi permise di addormentarmi stanco, ma pienamente soddisfatto e eccitato nel rivivere le avventure occorse al fratello di mio padre, mio zio Marco Calpurnio Pisone.
***
Il trambusto della mattina in una casa romana è sempre un momento allegro e anche quella tarda mattina quando mi svegliai, i rumori e il vociare dei servi nei loro diversi idiomi e la voce tanto amata di mio padre che sentivo chiara e squillante correre per le stanze e gli ambienti, mi ridestarono dal sonno ricordandomi che mi trovavo non nella mia abitazione, ma presso di lui.
Lentamente ritornai alla realtà e la prima cosa che vidi fu il manoscritto. Emozioni e sorpresa rinnovata si mescolarono nuovamente. Fu come rivivere ancora nel dormiveglia il ricordo della lettura notturna e il mio animo era affollato di immagini e visioni: personaggi di cui avevo letto nell’Epistola, le donne vestite di nero della Galilea, il mistico personaggio di Zaccheo come la mia mente se l’era costruito con il viso di fanciullo e il corpo scazonte di un vecchio, il Crocifisso misterioso ormai divenuto leggenda e, infine, il viso di mio padre che mi sorrideva allungando verso di me la mano per invitarmi al risveglio.
Fui, però, interrotto in questo turbinio di sensazioni dalla voce di Amulio che mi portava da mangiare.
“Figlio!” sentii gridare mentre la porta si apriva cigolando ed egli entrava come un ladro nella notte accompagnato dal suo inseparabile bastone. Il ticchettio del pezzo di legno che consunto l’accompagnava era come quel campanello che avevo sentito dire veniva legato ai piedi dei lebbrosi in quelle parti dell’impero dove questo morbo flagellava gli abitanti e ne consumava la vita. I lebbrosi si avvicinavano per chiedere la carità, ma, costretti com’erano a portare quel campanello ai piedi, essi erano sempre l’oggetto dell’orrore e della paura degli abitanti spaventati.
Oh, come di diverso auspicio era questo leggero e soffuso rumore del bastone di Amulio. Quali sentimenti di affetto e di gioia esso annunciava ogni volta che lo sentivo.
Un moto di affetto e di tenerezza subito colpì la mia mente ancora assonnata e la gioia fu grande nel sentire la voce del vecchio che mi chiamava: “Figlio! Il tuo jentaculum!”
“Grazie Amulio, amico mio!”
Con lo stesso passo lento un altro servo seguiva il vecchio; entrando dopo di lui, attese che Amulio gli dicesse cosa fare del formaggio, del miele e della frutta secca, che mi portava su un vassoio e che costituiva la mia colazione. Entrambi stettero alquanto in attesa, poi mi alzai e mi avvicinai nudo al tavolo dove raccolsi la mia tunica da una sedia e, pudico, mi rivestii.
Mi sedetti con gesti sempre lenti e faticosi, come il cucciolo di un orso che si risvegli dal letargo, e mi accinsi a ricevere il vassoio con il mio pasto.
“Hai dormito bene?” chiese Amulio, dopo aver allontanato i servi che lo accompagnavano.
“Bene, grazie.”
Fui laconico, ma ebbi così modo di osservare che Amulio non distoglieva gli occhi velati e stanchi dal manoscritto, il quale giaceva ancora aperto sul tavolo accanto alla mia ciotola.
Tacqui fissandolo crudele come si è crudeli con i vecchi quando i giovani approfittano della lentezza nei movimenti e nel pensiero di chi avanti con gli anni non può più vantare la prontezza delle giovani forze.
Egli, sempre lentissimo e come distante con il pensiero mille miglia da quel luogo ai confini dell’ultima Thule, fissava, muovendo il capo canuto, ora qui sul manoscritto, ora là verso l’esterno del cubiculum, ora ritornando nuovamente al mio volto.
Il gioco però finì molto presto perché la mia vittima era in realtà più scaltra di me e non voleva essere l’oggetto delle mie sottili cattiverie: lasciare Amulio in sospeso pur avendo io compreso perfettamente le ragioni delle sue ansie e della sua curiosità, ammetto, fu, da parte mia, ingiusto e davvero spietato.
“Coda dici della tetta?”
“Della cosa?!? Quale testa?”
“Ma tì! Della nuova tetta dei Crittiani? Di che coda altrimenti, Figlio?”
Scoppiai in una fragorosa risata ed egli si avvicinò lentamente come con l’intento di colpirmi con il bastone come si fa con i fanciulli indisciplinati e irrispettosi.
Pur fra le risa che non riuscivo a soffocare divertito, dissi a stento: “Ma sì! Ho letto della tetta come la chiami tu! E… ehm… devo dire che ho meditato… eh eh eh… sulla tetta...”
Amulio non si seccava mai quando lo canzonavo io. Un giorno di parecchi anni prima quando ancora ero ospite nella casa di mio padre, egli mi chiese cosa stessi facendo nel mezzo di un gruppo di fanciulli mentre davo spettacolo e, facendo una scenetta, suscitavo l’ilarità di tutti.
“Perché ridono tanto?” aveva chiesto.
“Qualcuno faceva la tua imitazione!” avevo confessato.
“E chi faceva la mia imitatione? Tarai mica tu?” mi aveva chiesto malevolo e falsamente seccato.
“Sì!” avevo dovuto ammettere sapendo bene di essere stato colto in flagranza di reato.
“Tu puoi farlo! Codì va bene!” aveva esclamato sorridendo e dandomi uno scappellotto sulla nuca in modo affettuoso; poi aveva aggiunto: “Ma gli altri no!”
Così era l’uomo, e grande era la sua dolcezza che con l’età si era perfino perfezionata in toni di vera e drammatica plasticità.
“La nuova tetta,” dissi dunque “sembra una delle tante che son giunte qui a Roma. “Non capisco la ragione di tanta preoccupazione da parte nostra!”
“E ti pare dopo quanto tuo tio ha scritto in quel manoscritto, che quetta è una tetta come tante altre?!”
“No, hai ragione: il presentimento è che costoro non siano un gruppo di persone tranquille; il fatto stesso che siano da tempo più attivi qui a Roma che non in quella parte dell’Impero da cui provengono, mi lascia pensare: e, poi, se rammento bene, Tiberio stesso provò a far mettere la statua del loro Maestro, questo misterioso Gesù, nel Pantheon, ma stranamente anche in quella circostanza il Senato si oppose… E poi girando per l’Urbe ho assistito… no, decisamente non sono tranquilli!”
“Proprio per nulla! E non te ne staranno calmi!” esclamò Amulio.
“Però, non precipitiamo: non è il caso credo di allarmarsi. Non credo sia così impossibile parlare con costoro e trovare un accordo, come la grande abilità diplomatica di Roma ha sempre saputo fare. E poi non sappiamo ancora nulla di preciso per poter affermare che…”
“Nulla di precido? Ma non ti basta quello che dice tuo tio?” mi interruppe Amulio frettolosamente e incalzandomi. “Ma credi che la relazione contenuta in quelle carte e inviata a Tiberio mededimo non dia delle preoccupazioni gravi?”
“Non dico questo, ma le affermazioni contenute nel testo potrebbero essere state scritte anche in un momento…”
“Di pericolo!” mi interruppe nuovamente e sempre più concitato.
Lo fissai con più calma e ebbi modo di osservare che in effetti non avevo mai visto il servitore così allarmato. Mi interrogai un momento per evitare di dare al vecchio motivo di non considerazione oppure la sensazione di sottovalutare le sue pur legittime preoccupazioni. Lo guardai di nuovo con lo sguardo il più serio, ma nel contempo dolce che mi fu possibile, e chiesi con delicatezza: “Ma scusa, Amulio amico mio, che cosa desta in te questa preoccupazione?”
“Te ne renderai conto da tolo questo pomeriggio: tuo padre ha convocato alcun esponenti del Senato suoi amici per parlare della questione. Ci taranno molti importanti personaggi e allora te ne renderai conto anche tu!”
Poi fece un sospiro e disse: “Io con Taccheo ho pure parlato.”
***
“Come?” chiesi esterrefatto.
Cominciò dunque il racconto di Amulio. Risparmio al mio lettore (il quale avrà di meglio da fare che perdere il proprio tempo appresso ai miei scritti) le interruzioni continue e le correzioni che egli portò al suo discorso sgangherato. Risparmio ancora i: “codì,” e i: “come come?” nonché i: “coda dici?” che egli frappose nella sua lunga esposizione, quando voleva puntualizzare un aspetto particolare del proprio discorso, oppure ogni qualvolta non capiva le domande da parte mia che per altro erano molte all’interno del suo discorso sconclusionato e pieno di ritorni sul già detto e su quanto ancora restava da precisare.
Devo confessare il mio sfinimento alla fine di quel racconto che non sembrava avere fine e, soprattutto, non avere né un capo né una coda; ma la dolcezza del ricordo che conservo morirà con me e la nostalgia di esso non è esprimibile con parole umane, e solo le Muse potrebbero suggerirmi come esprimere la bellezza di quel momento così lontano nel tempo della mia vita passata. Quel sentimento è qui tutto intero e presente con una nostalgia infinita che ancora provo per quel vecchio saggio e buono, insieme a un ulteriore pensiero (di cui l’anima immortale di Amulio mi perdonerà, ne sono certo) per cui mi chiesi in quel momento fra me e me: “Ma con tutte le persone qui presenti in questa casa, proprio con Amulio, Zaccheo avrebbe dovuto confidarsi per affidare a lui il modo di dovermelo e potermelo raccontare!?” Eppure, proprio Amulio mi avrebbe aiutato e confortato nel mio lavoro quando meno me lo sarei aspettato e mi sarei dovuto ricredere sul suo conto e…
Ma frena la tua lingua, o Pisone, e non anticipare gli eventi e con calma lascia che il mistero si sveli da sé.
“Il tole non era ancora tramontato del tutto, quando giunte un uomo di nome Taccheo alla nostra porta, come del resto tuo padre ti ha già detto ieri,” cominciò dunque Amulio, e mi resi conto solo in quel frangente che quel giorno sarebbe stato lungo e appassionato.
“Era basso di statura e tolo,” proseguì poi, “e io mi accorti che qualcuno stava arrivando tolo quando egli fu ormai tul vialetto di accetto alla villa. Mi trovavo a patteggiare sul pianoro lì di fronte,” e indicò vagamente in direzione del luogo di cui parlava che appunto era lo spiazzo che permetteva agli ospiti di essere accolti nella villa. “Me ne accorti toltanto quando fu più vicino e io mi chiedi chi fotte.”
“Chi fotte?!” ripresi facendo il verso ad Amulio.
Sospirai sconsolato e così ora mi pongo un dilemma: ma se anche io riuscirò a riportare con fatica tutte le parole che Amulio spese per raccontare la sua storia, tu mio lettore e amico avrai la bontà e la pazienza di seguirmi fino al fondo? Oppure, migliore apparirà e più consono alle tue orecchie un sunto riportato di quelle parole che potrò offrirti?