Capitolo 2

1097 Words
2 Tigliole d’Asti Mercoledì 13 settembre 2017 Pacchi, pacchi e ancora pacchi. Mi guardo attorno isterico. Sono sfinito. Ma quanti volumi ho accumulato in tutti questi anni? Mi siedo sul divano e osservo la mia vecchia libreria spoglia, ora simile a uno scheletro triste e rinsecchito. Mi scappa un sorriso fugace pensando a quanti soldi avrò speso nel tempo. I libri, quanto li amo? Ma questa è la fine che fanno quando se ne acquistano più di quanti umanamente se ne possono leggere. Ai posteri l’ardua sentenza. Mi alzo veloce. Non devo perdere altro tempo altrimenti non finirò mai. Torno in cucina e controllo tutti i pensili, poi salgo al primo piano e ispeziono i locali. Sembra tutto a posto. Mi affaccio sul terrazzo e guardo le colline e il meraviglioso panorama astigiano. Mi mancherà, ne sono certo. Ma la scelta è fatta. Torno a vivere a Torino. Le svolte spesso hanno bisogno di misure drastiche e di rotture con il passato. Già, altrimenti che svolte sarebbero? Guardo il cielo azzurro. Una bellissima giornata di settembre. Il 13 settembre per l’esattezza. Sospiro con una sorta di groppo alla gola. Malinconia e ricordi. Meglio sbrigarsi e pensare ad altro. Ormai il dado è tratto. Il passato è alle spalle e indietro non si torna. Scendo e apro il cancello in attesa della ditta dei traslochi e invece, con mio stupore, mi ritrovo davanti la vecchia Punto del Comune seguita da una non meno giovane Stilo dei Carabinieri. Mi avvicino curioso. Dalla prima auto scendono due persone, una la conosco di vista, l’altra no. Si presentano. Quello più alto e secco afferma di essere un assessore del Comune con una serie di deleghe, tra cui l’urbanistica e la pianificazione del territorio, l’altro, invece, quello piccolo e grassottello che vedo a volte alle feste organizzate dalla Pro Loco, si definisce un burocrate e la chiude subito lì. Stringo le mani a entrambi mentre sopraggiungono, dietro di loro, i carabinieri. Nuove strette di mano. L’autista lo saluto cordialmente, si chiama Rocco, è un appuntato e lo conosco da anni, il maresciallo invece è un volto nuovo. E infatti si presenta proprio come tale. Moreno Guiotto, il nuovo comandante della stazione Carabinieri di Baldichieri. «Bene… a cosa devo questo piacere?» esclamo. L’assessore filiforme scruta di sottecchi il maresciallo come se dovesse rivelarmi la ricetta segreta della Coca-Cola, poi, dopo essersi guardato intorno, mi chiede di poter entrare in casa. La comunicazione è piuttosto riservata. Resto per qualche istante stupito da questo suo atteggiamento e mi chiedo se all’interno delle mura mi sarà forse rivelato anche l’ultimo segreto di Fatima. Invito tutti a entrare mettendoli in guardia che sono in una fase di trasloco e, pertanto, si dovranno accontentare. Il maresciallo mi osserva con uno strano sorriso che non riesco a interpretare. Ma a prendere la parola è l’assessore filiforme. È decisamente lui l’anima di questo convivio. Apre una cartellina ma si guarda bene dal mostrarmi i fogli che sta spulciando. Io continuo ad aspettare con le braccia conserte, poi, all’improvviso, con la solita circospezione e un tono di voce tendente al baritono, decide di esprimersi. «Dottor Vivaldi, ci siamo permessi di disturbarla per una sorta di consulenza.» «Consulenza?» replico perplesso. «Beh, meglio informarvi subito che non sono più un poliziotto da anni e che anche l’agenzia di investigazioni private aperta successivamente è chiusa da tempo. Una serie di vicissitudini piuttosto complesse. Non penso di potervi essere d’aiuto…» «Non si preoccupi dottor Vivaldi. Noi sappiamo tutto di lei» esclama il maresciallo sorridendomi complice. Lo osservo attento cercando di comprendere cosa si nasconda dietro a quel viso pulito e serio. «Beh, a maggior ragione, se sapete tutto di me, mi corre l’obbligo chiedermi il perché della vostra presenza qui.» «Lei conosce per caso un certo Antonio Fregapane?» mi infilza l’assessore con fare sibillino. Lo guardo interdetto per qualche istante. Quel nome sinceramente non l’ho mai sentito. «Un nome così particolare me lo ricorderei sicuramente. No, mai sentito nemmeno nominare. All’onor del vero, devo però dirvi che io conosco pochissima gente del luogo. Per motivi vari. Un tempo venivo qui e, nemmeno sempre, solo per dormire, negli anni passati ho vissuto in questa casa maggiormente ma ero pur sempre impegnato al lavoro a Torino e poi… e poi, come saprete, sono stato lontano per oltre un anno.» «Antonio Fregapane è un contadino» risponde semplicemente il maresciallo. Io lo interrogo con lo sguardo e lui continua. «Abita qui in una cascina piuttosto isolata. Coltiva mais, cura delle vigne e dei noccioleti. Ha sessantacinque anni. La sua famiglia si trasferì qui dalla Basilicata negli anni Sessanta. Persone oneste a quanto pare, lavoratori. Nulla sul loro conto. Un tempo avevano anche delle vacche e qualche maiale. Ma sono sempre stati isolati dal contesto del paese. Non voglio dire che non si siano integrati, ma, comunque, non hanno mai aderito ad alcuna iniziativa della comunità. Venivano solo alla Santa Messa la domenica mattina finché la madre ce l’ha fatta. Poi, nemmeno più quello.» Osservo i miei ospiti cercando di capire dove vogliano andare a parare, ma inutilmente. Il maresciallo riprende la parola aiutandosi con un tablet. Deve aver fatto i compiti per bene il signorino. Appena arrivato e già conosce dinamiche di paese a me sconosciute. «Il padre morì in un brutto incidente molti anni fa. Rimase schiacciato sotto il trattore, mentre la madre è deceduta quattro anni fa, proprio nel mese di settembre.» «Fratelli, sorelle? È sposato? E poi, cosa ha fatto, scusate» chiedo curioso. «Due fratelli più vecchi di lui, Luigi di anni settantacinque e Giuseppe di anni settantasette. Entrambi vivono a Sidney, in Australia, dove emigrarono una cinquantina di anni fa. Lui risulta celibe. Vive solo.» «Bene. Quindi?» «Quindi abbiamo fatto degli accertamenti con i vecchi del paese che hanno avuto rapporti con lui o che li hanno per motivi di lavoro. Nessuno di loro è mai entrato nella sua cascina. Pare sia un personaggio schivo, burbero, che custodisce gelosamente la sua proprietà. Persino il postino lascia la corrispondenza all’inizio della stradina sterrata privata che porta alla cascina, pertanto almeno a duecento metri dall’abitazione.» «Scusate, ma continuo a non capire cosa ci sia di strano in tutto questo…» esclamo perplesso. Il maresciallo si gratta nervosamente il mento mentre mi osserva serio. Poi replica. «È qui che arriviamo al punto, mio caro dottor Vivaldi. Con lei volevamo discutere proprio di questo. Con tutta la sua esperienza non potrà che darci buoni consigli. Or dunque, risponda onestamente alla mia domanda. Se Antonio vive solo e isolato nella sua cascina, diciamo come un eremita, se non ha rapporti sociali con nessuno tranne che per motivi di lavoro, se è una sorta di misantropo con una serie di manie bizzarre, tant’è che anche la spesa va a farla addirittura a Torino con il suo furgone… Cosa ci facevano quattro ragazzine nel suo cortile invalicabile come un castello, il dodici luglio scorso alle dieci e trenta del mattino?»
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