DUE

2707 Words
DUE L’oceano. Libby si sentì mancare il fiato quando, uscita dall’autostrada, prese la via che dava sull’oceano e intravide per la prima volta l’immensità del Pacifico. Era una perfetta giornata di febbraio. Il cielo era azzurro e sereno e il sole, alto sul mare, splendeva di una luce biancogialla. L’oceano luccicava nei toni dell’azzurro e del verde, appena illuminato da qualche sporadico riflesso dorato. Si stava alzando la brezza marina del pomeriggio, che increspava l’acqua in ciuffi bianchi e sferzava le ali dei gabbiani. Arrivata in cima a una scogliera, Libby accostò l’auto, quindi attraversò la strada, si fermò sul ciglio erboso e si prese un po’ di tempo per respirarlo. Quell’odore. Così familiare, capace di risvegliare in lei emozioni sepolte da molto tempo. Alghe. Salsedine. Un odore corroborante e soffocante allo stesso tempo. Lo inspirò a pieni polmoni. Da lì, guardando a nord, poteva vedere il promontorio che con la sua curva abbracciava l’estremità settentrionale della baia, la sua casa da bambina, dove il vecchio faro catturava il sole sui mattoni imbiancati a calce. Il cuore di Libby era sopraffatto dall’emozione. Libby si voltò e attraversò la strada per tornare all’auto che aveva comprato due giorni prima, appena arrivata a Bris-bane e ancora sottosopra per il jet-lag. Non guidava da anni. A Parigi non ce n’era bisogno e in tutte le vacanze trascorse insieme a Mark era sempre stato lui a guidare. Era geloso della sua Mercedes e a ogni proposta di Libby di farle fare un giro al volante rispondeva con un veloce ma gentile rifiuto. Portare la piccola Subaru fuori dal concessionario si era quindi rivelata un’esperienza interessante. Dopo aver mollato di colpo la frizione, aveva percorso sobbalzando a canguro il vialetto d’accesso, poi, prima di riuscire a salire il pendio e immettersi nel traffico, aveva dovuto far mente locale su come partire in salita, ma se ne era ricordata subito e ne era stata rincuorata. Libby mise in moto l’auto e scese in direzione nord la strada che si svolgeva lungo la scogliera; questa andava via via digradando e a un certo punto apparve la spiaggia biancodorata. Non c’era praticamente nessuno, eccezion fatta per qualche pescatore e per il classico pazzo occasionale che si abbronzava sotto il sole rovente di mezzogiorno. A differenza delle famose spiagge di Noosa e Peregian, Lighthouse Bay era troppo a nord per essere inserita negli itinerari turistici. Quando Libby se n’era andata verso la fine degli anni Ottanta era un paese tagliato fuori dal mondo, un posto da cui i giovani scappavano per riversarsi nelle grandi e dinamiche città come Brisbane e Sidney. Ma mentre la strada la conduceva su in centro si rendeva conto che le cose erano cambiate. Ora la via principale era una striscia di esercizi commerciali: negozi di costumi, ristoranti all’aperto, una raffinata gelateria, scintillanti take-away, un grande negozio di liquori. Il lento ma implacabile avanzare del progresso era visibile in un piccolo centro commerciale con l’intonaco dipinto di bianco, molte vetrate e un bar appartenente a una grande catena che vendeva frappè e dava sulla strada. Poi eccolo, quasi identico all’ultima volta che lo aveva visto, forse ritinteggiato nel frattempo: il bed and breakfast di suo padre. Quando Libby era bambina, d’estate le quattro stanze erano tutte occupate, mentre d’inverno non c’era nessuno e Libby e Juliet ci giocavano immaginando di vivere nel loro castello. Ma ora no, ora era l’attività di sua sorella e la scritta Da Juliet dipinta sulla finestra accanto all’ingresso aveva sostituito Da Reggie. Libby rallentò ma non si fermò. Ci sarebbe stato tempo di vedere Juliet presto, ma non ora. Non ora che Libby stava ancora lottando con la strana sensazione di essere di nuovo lì, nel luogo dove aveva giurato di non tornare. Mai. A quel punto la strada si diramava in due direzioni: una l’avrebbe portata di nuovo sul lungomare e poi al cottage; l’altra invece si addentrava ancora un po’ nell’entroterra, attraversava la periferia dov’era cresciuta e passava accanto al cimitero dove era sepolto suo padre. Libby mise la freccia e si diresse verso il cimitero. Il cimitero di Lighthouse Bay era piccolo e ombreggiato. Libby parcheggiò lungo la strada e camminò fiancheggiando la bassa recinzione di ferro fino a raggiungere l’ingresso. Il cancello si aprì cigolando per poi chiudersi dietro di lei con un fragore metallico. Per un attimo si sentì disorientata. Era lì da qualche parte, ma dove? Camminò tra le lapidi, cercando con lo sguardo lettere familiari; proseguì attorno allo stagno dei pesci e giù lungo lo stretto sentiero verso la recinzione in fondo. Finalmente lo trovò. Reginald Robert Slater, 1938-1996. Riposi in pace. Libby lesse e rilesse quella semplice iscrizione un’infinità di volte. Era morto a soli cinquantotto anni, la stessa età di Mark. Eppure all’epoca le sembrava già vecchio e aveva pensato che per un anziano fosse normale morire d’infarto così all’improvviso. Se una lunga malattia l’avesse spento piano piano, allora Libby sarebbe stata tentata di tornare a casa a dirgli addio. E invece non era nemmeno venuta al funerale: era troppo lontano da Parigi. Sull’albero vicino un’averla iniziò a cinguettare e il suo canto interruppe i pensieri che stavano tormentando Libby con sensi di colpa insostenibili. Desiderava aver portato dei fiori da mettere sulla tomba, ma si rese conto che sarebbe stato un gesto vuoto. Alzò lo sguardo e osservò il resto del cimitero. Anche sua madre era lì da qualche parte, ma era morta prima che Libby compisse due anni, appena tre giorni dopo aver dato alla luce Juliet. Libby non aveva alcun ricordo di lei e non ne aveva mai sentito la mancanza. Non nel modo in cui sentiva all’improvviso, inaspettatamente, la mancanza del padre. In lontananza si udiva lo sciabordio cadenzato delle onde dell’oceano. Fu travolta da una valanga di emozioni così forte e violenta da credere di restarne sopraffatta: il dolore del lutto, i rimorsi, quell’amore straziante, il freddo senso di colpa. A volte, nei giorni successivi alla morte di Mark, Libby si era domandata perché diavolo fosse ancora viva. Perché il dolore non l’aveva uccisa? Sembrava impossibile che potesse stare così male e non morire di dolore. Ma continuò a vivere. Fatta a pezzi dentro, ma ancora capace di muovere il corpo, di inspirare ed espirare. Mentre camminava verso l’auto lungo la fila di tombe, leggeva indolente le iscrizioni sulle lapidi: erano quasi tutti nomi mai sentiti, ma uno, seminascosto sotto i rami di un albero, lo conosceva molto bene. Andrew Nicholson. Andy. Si chiese se Juliet andasse ancora a visitarne la tomba. Libby si infilò di nuovo in auto. Oggi non era in grado di affrontare un incontro con Juliet. Oggi avrebbe affrontato il semplice ma gravoso compito di vedere il cottage che Mark aveva comprato per lei, per loro. Riconobbe il cottage appena lo vide, isolato in fondo al sentiero di ghiaia che conduceva al faro. Non lo riconobbe solo dalle foto che Mark le aveva mostrato, ma anche dai propri ricordi d’infanzia. Rivangò nella memoria per tirarne fuori il più possibile di quanto sapeva sulla storia del luogo. L’edificio era stato costruito negli anni Quaranta come nuova residenza del guardiano del faro. Quando Libby da piccola viveva a Lighthouse Bay, il cottage era però vuoto. Pirata Pete aveva scelto di abitare nel faro, una costruzione che risaliva al diciannovesimo secolo. E adesso il pensiero di Pirata Pete le riportava alla mente ulteriori ricordi. Lei e alcuni amici adolescenti si sfidavano a salire il sentiero fino al faro e bussare alla porta, in preda alla ridarella come un gruppo di idioti; Pirata Pete veniva ad aprire con la sua camminata ciondolante, la lunga barba grigia e gli occhi di ghiaccio: «Andate al diavolo, lasciatemi in pace!». Pirata Pete era stato spesso protagonista delle storie di paura durante i loro pigiama party. Salvo che ovviamente non era un vero pirata: era solo un guardiano del faro e forse un uomo vecchio e solo. Entrò con l’auto nel vialetto invaso dalle erbacce e spense il motore, poi rimase seduta lì per alcuni minuti, con le mani aggrappate al volante, lasciandosi inondare da pensieri e ricordi. In borsa teneva le chiavi, chiavi che pensava che non avrebbe mai usato. Libby sospirò. Non era quello che immaginava di fare della propria vita quella settimana; non si immaginava di tornare a casa, in lutto, senza lavoro, in un cottage di sua proprietà ma che non aveva mai visitato. Mark andava nel Queensland una volta l’anno per acquistare opali. Sei anni prima, durante uno di quei viaggi, aveva fatto una deviazione nei dintorni di Winterbourne Beach, una località che prendeva il nome dalla sua famiglia e che era famosa per le escursioni subacquee grazie a un leggendario tesoro perso dalla famiglia Winterbourne in un naufragio all’inizio del ventesimo secolo. «Già che ero lì come avrei potuto non andare a vedere il posto dove è nata e cresciuta la mia piccolina» aveva detto. «Il cottage era in vendita e cercavo un modo per dimostrarti quanto ti amo.» Sbattendo le palpebre per ricacciare indietro le lacrime, Libby prese la borsa e scese dall’auto. La prima chiave che provò a infilare nella porta d’ingresso era quella giusta, così fu subito dentro. Odore di chiuso, roba vecchia, polvere che pizzicava occhi e narici. Le finestre erano ricoperte da una sottile crosta di sale che velava la vista del mondo esterno. Primo appunto mentale: pulire le finestre. Attraversò il salotto – piastrelle marroni, un tappetino marrone, un vecchio tavolo quadrato di legno, nessuna sedia – e sbloccò la chiusura di alluminio delle finestre scorrevoli, quindi con un po’ di fatica le aprì tutte per lasciar entrare la brezza marina. La struttura originale sarà anche stata degli anni Quaranta, ma gli arredi erano in pieno stile anni Settanta. Il piano della cucina era in laminato verde acceso e dietro il lavello la zona antischizzo era rivestita con piastrelle piccolissime che avevano lo stesso colore delle alghe dello stagno. I fornelli erano ricoperti da un intreccio di ragnatele e punteggiati da escrementi di scarafaggio. Secondo appunto mentale: sfregare bene tutto quanto con un detergente superconcentrato. Un piccolo corridoio conduceva a un misero bagno, a una lavanderia con una porta che dava sul retro e a due camere da letto. La prima, la camera principale, aveva le pareti dipinte di rosa pallido. Sul letto matrimoniale in ferro battuto era posato un materasso ancora avvolto nella confezione di plastica. Un veloce controllo agli armadi riportò alla luce lenzuola verde chiaro, anch’esse ancora impacchettate. Libby si fermò e prese fiato. Una volta erano stati sul punto di venire. Mark aveva già preso le ferie e Libby aveva scelto i colori per la camera da letto. Quei colori. Ma a una settimana dal volo le era mancato il coraggio. «Dammi solo altri sei mesi» aveva detto a Mark. «Scriverò a Juliet per vedere come la prende. Ci sono vecchi rancori tra noi.» «Che genere di vecchi rancori?» Ma non era mai riuscita a dirglielo. Il legame che lo teneva stretto a lei era già così labile: se avesse esternato la propria vergogna, la propria colpa, i sentimenti di lui si sarebbero raffreddati? Sei mesi divennero un anno. Poi gli anni diventarono due. Libby non aveva ancora scritto a Juliet e Mark aveva smesso di fare domande: forse pensava di potersela lavorare piano piano con il tempo. Ma il tempo era scaduto. La seconda camera non era in realtà grande abbastanza per servire da stanza da letto; era più uno studio, con un’intera parete di vetrate scorrevoli. Era allestita come uno studio d’arte: c’erano due tele bianche posizionate su due cavalletti, ricoperte dalle ragnatele. A quella vista Libby si sedette a terra e pianse. Quando Mark aveva comprato il cottage, si era chiesta perché la spingesse a tornare in un posto dove aveva giurato di non fare mai ritorno. Ma tutto quello che Mark desiderava era che lasciasse il lavoro alla Pierre-Louis e che si godesse di più la vita, che pensasse a rilassarsi e a dipingere, come sognava da quando era bambina. Ed ecco qui: una piccola villetta, una vista sul mare, un nuovo inizio. Ma Mark non era lì a vedere quanto gli era grata, quanto apprezzasse quel gesto d’amore. Libby pianse per quella che sembrò un’eternità, poi si rimise in piedi e con le mani si asciugò le lacrime dal viso. Premette l’interruttore della luce: niente. Non c’era elettricità. Tornò in cucina. Il frigo era aperto, e vuoto. Niente in dispensa. Nessun tipo di detersivo sotto il lavello. Mancavano le cose fondamentali, doveva per forza andare a fare la spesa. Più stava in città, più correva il rischio di imbattersi in sua sorella, ma non riusciva a imporsi di andare subito al bed and breakfast. Ancora una notte di sonno ristoratore e poi l’avrebbe fatto. Poco ma sicuro. L’afa la faceva sentire stanca e Libby voleva solo rannicchiarsi e dormire. Ma doveva passare il pomeriggio a mettere in ordine il cottage. Si mise in shorts e canotta di cotone, legò i lunghi capelli scuri e raccolse tutte le energie che aveva. Al tramonto era tutta sudata e coperta di ragnatele. Pensò di farsi una doccia, ma poi si ricordò di essere al mare, così cercò invece il costume da bagno e si diresse verso la spiaggia. Anni di vita in città, lontano dal mare, l’avevano resa diffidente: e se c’erano meduse? O squali? Ma intorno a lei l’acqua era verdeazzurra, limpida e calda. Camminò finché l’acqua le arrivò alla vita, poi si tuffò tra le onde e il ritmo regolare dei flutti fu sostituito dal suono delle bollicine che le solleticavano le orecchie. Libby riemerse prendendo aria e ridendo: rideva all’idea di essere fuori così tardi con indosso solo il costume da bagno, a nuotare nel mare. A quell’ora a Parigi si sarebbe infilata guanti e sciarpa e si sarebbe incamminata verso la metropolitana, dove avrebbe sgomitato per farsi un po’ di spazio tra gli altri pendolari. Lì sulla spiaggia invece oltre a lei c’era solo un pescatore con i piedi immersi nell’acqua, a mezzo chilometro di distanza. Galleggiò sulla schiena per un po’, lasciandosi trasportare dalle onde. L’acqua salata sulle labbra, i capelli mossi dalla corrente. Poi uscì dall’acqua e, tornata in spiaggia, si sedette sulla sabbia per lasciar asciugare i capelli. Il dolce livido del tramonto nel cielo; i rosa sfacciati e i riflessi dorati lasciavano il posto al grigio argento e a un viola delicato. Si sentiva avvolta dal velluto: la sabbia soffice, la foschia marina sul promontorio, la brezza mite e la morbidezza umana del proprio corpo, carne, muscoli e un cuore a pezzi. Libby chiuse gli occhi. Quando li riaprì il pescatore se n’era andato e il crepuscolo stava svanendo nella notte. Si alzò e si scrollò la sabbia di dosso, quindi si incamminò verso il cottage. La spiaggia era isolata dalla civiltà da una striscia di vegetazione: banksia, pandanus, mangrovie. I granchi fantasma zampettavano via veloci al suo passaggio mentre risaliva il sentiero sabbioso per raggiungere la strada. Quando entrò nel cottage fu felice di constatare che l’odore di chiuso se n’era andato. La brezza marina invadeva la casa entrando dalle finestre e faceva sventolare le tendine di pizzo. Si preparò un panino con il burro di arachidi, si fece una doccia veloce sotto l’acqua fredda per togliersi il sale di dosso e considerò l’idea di preparare una tela e aprire alcuni barattoli di colore. Ma la stanchezza aveva già altri programmi in serbo per lei e, invece di iniziare a dipingere, Libby si infilò direttamente a letto. Verso le undici di sera si svegliò chiedendosi che cosa avesse disturbato il suo sonno. Era il motore di un’auto. Per un po’ rimase distesa al buio, in ascolto. La macchina non se ne andava né si avvicinava, semplicemente se ne stava ferma nello stesso posto. Libby si alzò e scostò un angolo della tenda. Sì, un’auto era ferma in strada proprio fuori da casa sua. Fari e motore accesi. Ferma. Libby la osservò incuriosita, poi attraversata da un leggero brivido di apprensione. Era troppo buio per vedere che auto fosse, figurarsi il numero di targa. Passarono cinque minuti. Dieci. Finalmente l’auto avanzò nella strada, fece un’inversione a U mentre la ghiaia scricchiolava sotto le gomme e se ne andò con un rombo.
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