Chapter 2

2322 Words
«.… mi lascerete voi morire? Colui che vi ha amato, senza conoscervi, senza vedervi, che vi ama di un amore intenso, di un amore che mai, certo, avrete incontrato su questa terra, di un amore che non incontrerete mai più, nel vostro viaggio mortale, questo sconosciuto che gitta, innanzi alla vostra immagine, tutto sè stesso, tutta la sua esistenza, deve, dunque, perire, miseramente, così? O Sconosciuta, in nome di quel Dio che voi, forse, venerate e a cui io mi rivolgo, in questa notte d'inutile, di sterile, di opprimente attesa, in questa notte di lunga straziante delusione, in nome di quanto avete di più caro, nella vostr'anima, o Sconosciuta, apparite, apparitemi, domani, dopo aver udito questo grido di ambascia! Domani, per pietà, per compassione, per umanità, perché un uomo giovine, forte, nella pienezza delle sue energie e nel maggior impeto del suo amore, non muoia per voi. Per il vostro Dio che è, forse, il mio, se voi non siete un'ombra fuggente, se voi non siete una creatura della mia fantasia, se siete un essere reale, se siete una donna, se avete un'anima di bontà, se avete un cuore di tenerezza, se avete raccolto la mia prima lettera e sapete di me e del mio delirio, se, al medesimo posto, domattina, voi raccoglierete questa seconda, in nome di Dio, in nome della pietà umana, in nome dell'Eterno Nostro Giudice, apparite, apparite allo Sconosciuto, perché egli non muoia senz'avervi veduta!» «Roma, cinque maggio… «Diana, era molto tempo che la mia indifferenza non mi faceva metter piede in una chiesa. Ma il miracolo nuovissimo, inaudito che, stamane, ha salvato la mia vita mortale, che ha dato una forma reale al più assurdo fra i sogni, che ha esaltato il più puro e il più impetuoso fra gli amori, meritava che tutto, in me, si prosternasse innanzi a un Dio clemente. Sapete voi, Diana, dove sono andato, con animo pio, a ringraziare Colui che vi ha mandata sulla terra, che vi ha fatta apparire, a me, nell'aspetto idealmente vero, stamane, che mi ha permesso di bearmi nella vostra visione, come nessun altr'uomo si è beato, mai nella contemplazione del vostro volto, o mia stella mattutina, Diana, Diana? Io sono entrato in un'assai piccola chiesa, non molto lungi di qui, in santa Maria della Vittoria, che è di casa Colonna e che rammenta la battaglia di Lepanto e l'eroismo del loro antenato Marcantonio, in quel dì di cruento trionfo contro i turchi. Era mezzodì; la piccola chiesa era quasi vuota; qualche vecchia dalle vesti nere di divota, mormorava orazioni; il marmoreo biancore della santa Teresa del Bernini che smarrisce, quasi, la vita, sotto lo strale dell'amor divino, era toccato, appena, da una striscia di sole. Io mi sono inginocchiato, come nei giorni più innocenti della mia infanzia e come in quei giorni, il mio cuore era candido e mondo, perché era pieno di voi: ho chinato il mio viso sulle mie mani, come quando una mistica commozione penetra in noi e bisogna velar gli occhi e guardare solo in sè stessi: ho concentrato tutte le mie forze spirituali, in un solo slancio di gratitudine, in una sola frase pronunciata, ripetuta, fra me, a Dio che scruta i cuori e i sensi: Ella esiste, io l'ho vista, io posso vivere, io posso amarla, io l'amo... Vagamente, lentamente, mentre mi levavo, mentre mi segnavo con l'antico gesto infantile, mentre salutavo l'altare, prima di uscire, io mormoravo, ancora, in me, come il cristiano seguita a mormorare le sue preghiere, la frase in cui è assorto da stamane, tutto il mio essere: Ella esiste... posso amarla... io l'amo... Un ultimo sguardo sul volto bianco, trasfigurato, morente in una gioia spirituale incomparabile di santa Teresa. Ella è estatica, la grande spagnuola dall'animo che era un focolare di amore: così son io, estatico. Altri, messo a contatto di una felicità suprema. trema, grida, piange di contento; altri s'inebria di una letizia che non conosce freno. Io dal minuto che non obblierò mai, in cui vi ho vista, per la prima volta, sono stato invaso da un senso completo di beatitudine, da un'estasi perfetta. La mia incertezza crudele, la fiamma che mi bruciava, l'angoscia dell'attesa, l'orrendo sospetto che tutto questo fosse un delirio della mia mente, avean talmente esasperato la mia anima e i miei nervi, che la desiderata, invocata e pure inaspettata felicità di scorgervi, nella vostra figura mortale, nella vostra beltà toccante, nel fluido avvincente della vostra malinconia, ha avuto, in me, una reazione profonda e soavissima ed è una estasi singolare quella che fa trascorrere flutti di dolcezza nelle mie vene e io vivo in questa estasi, come fuori del mondo... «Voi siete bella e siete triste, Diana. Quello che la vostra voce mi aveva detto, l'altra sera, in espressioni di calmo e lungo e inconsolato dolore, con le parole del poeta greco ramingo, chiedente a tutti i Numi la sua Euridice, con le armonie austere e amorose di Gluck, quello mi han ripetuto i vostri occhi oscuri, grandi, pensosi, su cui, ogni tanto, così altieramente abbassate le palpebre, quasi a nascondere alla folla il vostro sguardo e il vostro pensiero; quello mi ha detto la vostra bocca giovine, florida, e che non rammenta più di aver sorriso, un tempo... Per così pochi momenti io ho potuto fissare, di lontano, ma non tanto lontano, questi vostri occhi cosi nobilmente tristi, quella bocca bella che non volete schiudere, più, al riso! Mi son innanzi, questi momenti di tanto bene, e forse valgono un secolo di contemplazione... Tutta la mia mattinata era trascorsa in un continuo salire e discendere, dalla mia casa, nella via, con futili pretesti, che davo a me stesso o con nessun pretesto; e ogni mia fuga precipitosa, ogni mio lento passeggio, aumentava la mia sorda impazienza, accresceva il rombo della mia inquietudine interiore. La mia seconda lettera, puerilmente lanciata, nella notte, fra i ferri del cancello di villa Star, alla mattina, era stata presa, portata via; e la mia incrollabile convinzione, la mia grande illusione era che Voi, Voi, l'aveste raccolta e letta! E voi tardavate ad apparire e lo scoramento mi vinceva sempre più e ricominciavo a non credere più alla vostra esistenza, e mi ritenevo uno sciocco, un pazzo... Quando, a un tratto, dal mezzo della via, io ho visto schiudersi il cancello di villa Star, aprendosene largamente i due battenti: un sontuoso equipaggio accostarvisi dalla piccola via adiacente: scendendo gli scalini del vestibolo, una vecchia signora, dai capelli bianchi e lucidi, come l'argento, diritta nelle sue vesti chiare, lady Roselyne Melville ha traversato il giardino: un uomo, alto, magro, adusto, dal volto scarno e raso completamente, un uomo già avanti negli anni, l'accompagnava; poi venivate voi, alta, snella, in una veste di un grigio delicato, con un cappello nero, che gittava un'ombra sui vostri capelli biondo castani, ondulati dalle tempie alla nuca; nelle vostre mani guantate di bianco, voi stringevate un fascio di lilla bianchi. Il signore ha aiutato lady Melville a salire in vettura, con gesti rispettosi; ha anche aiutato voi, senza dir verbo; infine, è salito anche lui e la vettura è partita. Fermo, inchiodato, in mezzo a via Boncompagni, io ho vissuto uno dei più colmi momenti della mia vita. Tutto ho scorto e inteso e compreso: la vostra gioventù, la vostra beltà, la vostra tristezza, la grazia composta e un poco orgogliosa, la sobria armonia delle vostre vesti e dei pochi vostri adornamenti: e il sorriso benigno, quasi materno di lady Melville, mentre si volgeva a parlarvi e l'atto affettuoso, compiacente, con cui l'ascoltavate: e lo sguardo freddo e duro del gentiluomo che vi mirava, sanza parlarvi. Lady Melville non è vostra madre, ma vi ama: quell'uomo è, forse, vostro padre, ma vi guarda così rudemente! Sobbalzò, in me, mi sconvolse, il vano desiderio di seguire la vostra vettura: ero a piedi, come un povero, come un mendicante. Ma vi ho aspettata, Diana, due ore, due ore, nella via, non osando allontanarmi, andando e venendo cento volte, trasalendo a ogni rumor di ruote, ora fermo all'angolo dell'hôtel Excelsior, fremendo, per tutti i miei sensi, che non mi sfuggisse il vostro ritorno. Non mi è sfuggito. Quando la vostra vettura è tornata, io era presso villa Star: voi mi avete visto, notato, allora. Prima, no: allora, sì, sì! Mentre, in piedi, attendevate che lady Roselyne scendesse lentamente di vettura, i vostri occhi si sono posati sui miei. Mi è parso, mentre io soffocava di emozione, che più si addensasse di un pensiero triste, il vostro sguardo: mi è parso che ancora più le linee della vostra bocca stupenda si serrassero, sul vostro segreto sentimentale. Avete sollevato al vostro viso i lilla bianchi e li avete odorati, a lungo... Diana, sono un presuntuoso, sono un fatuo, sono un fanciullo che spera e crede, sono un uomo che sogna: ma ho creduto che quel gentile gesto fosse a me diretto, che volesse dirmi qualche cosa, non so che, non so bene, qualche cosa di oscuro, ma detto tacitamente da voi a me, detto, in quell'atto vago e pure espressivo, da chi ha letto le mie due lettere, dalla Sconosciuta allo Sconosciuto, da colei di cui già conosco l'adorabile nome, Diana, nome stellante... Avete odorato i fiori e mi è parso veder trascolorare il vostro fine volto, come se mi diceste, così, in quel mutamento, in quella emozione, una cosa molto bella, molto triste, molto misteriosa, è vero, è vero, Diana? Così siete sparita. Ma nella forma spirituale, nella vostra forma fascinante di realtà, voi siete, oramai, tutta nel mio cuore, tutta nella mia anima e io sono come il tempio vostro, Diana, e mi sento sacro per una divina presenza. «Paolo». «Sei maggio… «... alla vostra cintura alta e molle di seta bianca, sul vostro vestito bianco che era, mi è parso, di lana leggera, voi portavate, un'ora fa, o Diana, quando i miei occhi si sono beati della vostra visione, Diana, cuor del mio cuore, voi portavate, sul lato sinistro, tre stupende rose bianche. Perché i fiori che vi adornano, Anima cara, sono sempre bianchi? Il vostro viso, un'ora fa, era bianco come la vostra veste: o, meglio, era bianco come le vostre rose fresche, candido e magnifico come esse erano, malgrado che questo volto divino non avesse neanche una goccia di sangue. Non ho mai veduto un viso più avvincente, nella sua bianchezza nivale! Sovra esso, i vostri occhi erano come due larghe viole vellutate, oscurissime: e la bocca vi si delineava così nettamente, nel suo disegno porporino giovanile, che ancora mi abbaglia e mi fa struggere... Mi avete voi ritrovato, col vostro sguardo, un'ora fa, avete avuto voi il rapidissimo tempo di scorgere lo sconosciuto vostro innamorato, colui che sempre vi aspetta, che sempre ha il compenso della sua umiltà e della sua pazienza, perché voi gli comparite, a un tratto, innanzi, come chiamata, dal suo muto, possente desiderio sentimentale, gli comparite, d'improvviso, come un essere fantastico, e pure come la più seducente fra le donne? Chi sa, chi sa, chi sa, se mi avete scorto! Non so nulla, io, misero! Ero sul marciapiede dirimpetto a villa Melville, mentre voi, escita tutta sola dal vestibolo nel giardino, vi siete fermata, fugacemente, a salutare, a parlare, con la signora che vi aspettava, in automobile, fuori il giardino: una signora che non conosco, come non conosco lady Melville, come non conosco, ahimè, nessuno, nessuno che vi conosca! Mi è sembrato... ho sognato, forse... forse, mi sono illuso, che i vostri occhi di viola bruna si posassero su me, un attimo: ma posso io credere, alla mia illusione, al mio sogno? Con voi, con la dama, l'automobile è partita velocemente e appena se ho potuto notare il suo numero, per mia fortuna. Più tardi ho cercato, in un elenco, il nome della proprietaria: è la marchesa Sergianni, di Perugia. Mia sorella Lisa, la cara sorella mia, che ha passato una o due stagioni a Perugia, a una vaga richiesta mia, mi ha risposto, che conosce, un poco, la marchesa Sergianni: ma che, a Roma, l'ha vista raramente. Io, forse, potrò sapere qualche cosa di più preciso, su voi, fra qualche giorno... forse... se Lisa vorrà cercare la marchesa... se io potrò indurla a tanto, senza confessarle il mio interesse... Oh Diana, tutto quanto vi attornia, mi è ignoto; ogni passo che io tento di fare, verso voi, mi è inibito da questa mia ignoranza; ogni mezzo che io vorrei tentare per avvicinarmi, un poco, solo un poco, se non alla vostra amata persona, alla vostr'anima, al vostro cuore, mi pare periglioso e inetto; e voi dovreste sapere quello che mi è costato di tempo, di furberia, di indagini minuziose e caute, solo la conoscenza del vostro nome, Diana Sforza, la vostra qualità di ospite, in casa Melville. Posso, così, dirigervi una lettera, mettendola alla posta, inviandola per un mio servo, senza buttarla in giardino, come le due prime. Tutto è così incerto, fra me e Voi, tutto è così deludente! Le due prime lettere, gittate, così, come quelle di uno studentello a una sartina, le avete mai avute, le avete mai lette, sapete perché vi amo? Sono esse nelle vostre mani, è il segreto mio amoroso, solo da voi appreso e custodito? Sapete voi come s'iniziò e come crebbe questa follia, che mi riempie di gioia spasimante? Chi, chi mi accerterà di questo? Chi mi assecurerà che voi sapete chi sia il giovane uomo, dall'aria assorta e pure inquieta, che voi incontrate sempre nella via, quando escite e quando rientrate in casa: che voi sapete che è lui, che è colui che vi ha amato, in una sera di maggio, in Roma, perché così appassionatamente cantavate, nel silenzio, che vi ama e vi amerà sempre? Forse voi non avete né raccolto né letto le mie prime due lettere; forse voi mi guardate come il più indifferente fra i passanti, perché nulla voi conoscete di me: e tutto è un vano delirio della mia immaginazione.
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