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Se pensavo che tutto fosse ritornato come prima, be'... A quanto pare, mi ero sbagliata di grosso: quest'anno sembra essere addirittura peggio degli scorsi anni! Il mio "giochetto" a nascondino - che, per giochetto, si intende darsela a gambe dal solito gruppo di stronzi intenti a rovinarmi la vita - mi è costato (niente di meno!) una prima nota disciplinare, e una bella visita in presidenza. A quanto pare, presentarsi in ritardo il primo giorno di scuola, alla prima lezione del primo giorno, non è stata così tanto una buona idea... E, infatti, ecco che adesso mi ritrovo a dover affrontare già la mia prima - e non scherzo, per prima intendo proprio per prima in assoluto! - punizione disciplinare della mia carriera scolastica. «Camila.» Il preside Richards mi squadra dall'alto della sua scrivania, squadrandomi. «Il primo giorno, e mi ritrovo qui ad assistere già a qualcosa di assurdo!» Sospira, quasi incredulo. Lo guardo senza proferire nemmeno una sillaba mentre, vedendolo sfilarsi i sottili occhiali, si porta le dita a massaggiarsi l'arco del naso. Cavolo... l'ho fatta veramente grossa, se sono riuscita addirittura a scioccarlo! Ma, ovviamente, decido che è meglio se sto zitta. Direi molto, molto meglio. «Insomma, Camila» riprende. «Che succede? Tu non sei mai stata richiamata da nessuno dei tuoi insegnanti! Non ti ho mai vista saltare nemmeno un giorno di scuola in tutti questi anni, figuriamoci prendere addirittura una nota disciplinare! Una nota disciplinare, capisci!? E il primo giorno!» Dice, e mi chiedo come faccia a rimanere gentile come sempre e assolutamente pacato, nonostante si noti lontano un miglio quanto sia veramente, veramente fuori di sé. «Aiuti addirittura il giardiniere della scuola a rastrellare via le erbacce! E della professoressa Gonagall? Ne vogliamo parlare? Sei l'unica che si offre sempre per pulire e sistemare la sua cattedra dopo ogni sua lezione!» Dice, stavolta alzando di più la voce. E io non posso fare altro che incassare, e restare zitta. Poi afferra un foglio dopo aver rovistato in mezzo a tanti altri in mezzo alle tante scartoffie della sua scrivania, e assottiglio lo sguardo mentre cerco di capire cosa sta facendo svolazzare tra le dita. Ma non ci mette molto a spiegarmelo. «Ti ha fatto addirittura un permesso. Un permesso, per ogni qual volta tu faccia ritardo alla lezione successiva per permetterti di continuare ad aiutarla, senza farti avere ripercussioni su quei miseri minuti di ritardo alle lezioni successive.» Poi posa il foglio, stavolta lentamente, e subito dopo il silenzio cala di nuovo mentre torna a guardarmi nuovamente negli occhi. Sospira: «pochi minuti, Camila... E non quindici minuti! Capisci anche tu che è inammissibili il primo giorno, vero?» Annuisco. Ecco, ora non posso più nascondermi dietro le sue sfuriate per potermene stare zitta! Penso. «Posso sapere almeno il perché, Camila?» Ecco... E adesso cosa gli dico? Che da quattro anni un gruppo di psicopatici stronzi sta cercando di sabotarmi e rovinarmi la vita in ogni modo possibile? E cosa accadrebbe se rivelassi finalmente una cosa simile? Probabilmente un biglietto di sola andata direttamente all'Inferno, altroché. Prendo un profondo respiro, mentre mi torturo già le mani sapendo all'imbarazzo più totale che sto per affrontare per l'enorme balla che sto per dire. «Io... è abbastanza imbarazzante, in realtà. Ecco, vede... Praticamente io ero entrata per andare a lezione, ma...»  Fisso il preside Richards, che subito mi fa cenno di andare avanti. Prendo un profondo respiro, e penso che dopo tutte le umiliazioni che ho subito oggi questa sarà sicuramente una passeggiata. «Ecco, vede, mi sono arrivate. Quelle cose. Le mie... Oh, e va bene! Mi sono arrivate le mestruazioni, signore. Ecco tutto!» «Oh.» Esclama, e stavolta è lui in imbarazzo. Annuisce: «Ok, ok, va bene. Se questo è stato il motivo, allora va bene. Io, ecco... Preferirei non indugiare, va bene?» Annuisco: «Oh, sì, la prego. Decisamente!» «D'accordo, be'... Allora ti scrivo una giustificazione io stesso, e puoi andare.» Dieci minuti dopo quell'imbarazzante incontro, il preside Richards mi ha invitato a saltare la prima ora di lezione - che ormai era comunque quasi arrivata al termine - per permettermi di recuperare la prima ora e presentarmi in anticipo con la seconda. Adoro l'ora di lettere; a dire il vero mi piace studiare un po' di tutto in generale, tranne se devo applicarmi in palestra: decisamente detesto l'ora di educazione fisica per vari motivi ovvi tra cui, uno dei tanti, il fatto di dovermi mettere in mostra mentre, sudata e goffa, fallisco miseramente in qualsiasi esercizio proprio non riesce ad andarmi giù. Però, in compenso, sono la studentessa più brillante della scuola e questo mi basta per farmi perdonare questa lacuna. Sembra quasi surreale vedere i corridoi della scuola vuoti, e il silenzio sembra quasi un'oasi di pace. Per la prima volta, in tanti anni, sto camminando senza sentire l'ansia salirmi su verso il petto o la paura di sfiorare qualcuno; è una sensazione completamente unica, camminare come se mi sentissi al sicuro e protetta, come se fossi semplicemente me stessa: senza ne timori, ne vergogna ne remore. Come se fossi una semplice studentessa che percorre i corridoi per andare a lezione, magari incontrandosi con gli amici che frequentano gli stessi corsi, e magari scambiando anche due chiacchiere e qualche pettegolezzo. Magari di qualche studente nuovo, magari... Eppure, non sono niente di tutto ciò: sono sola una delle povere vittime sfigate che si ritrova a venire perseguitata dai più bulli della scuola. Senza nessun amico, perché l'unica migliore amica che ho non frequenta la mia stessa scuola pubblica ma una privata, e con un volto completamente invisibile che nessuno ricorderebbe. Se non per le umiliazioni che subisco ogni giorno, e gli "scherzi" di cui sono sempre vittima. Quando arrivo di fronte la nuova aula del mio nuovo corso, l'aula è completamente vuota. Ovviamente. Decido di sfruttare l'occasione a mio vantaggio, e di sedermi il più infondo possibile, magari nascosta in qualche angolo per non essere vista. Approfitto dell'assenza della professoressa Brown anche per controllare un'ultima volta il telefono, ma niente: nessun messaggio della mia migliore amica. Sbuffo, e con stizza lo rilancio in borsa; mi sto annoiando a morte, e stranamente non vedo l'ora che tutti arrivino. Lancio un'occhiata alla mia borsa, e proprio quando sto per prenderlo per scrivere io per prima ad Ally ecco che sento la porta aprirsi di nuovo, e i primi passi seguite dalle voci squillanti irrompere il silenzio della classe. Davvero non ho sentito il suono della campanella? Ma non faccio neanche in tempo a pensare ad altro, che la mia attenzione viene occupata - letteralmente - da una persona in particolare: il migliore, dannatissimo, amico di Lauren Johnson. Seduto al mio fianco. Nel mio banco. «Camila, sei con noi?» La voce della professoressa Brown mi risveglia come se mi stessero scuotendo a forza nel letto, pur di farmi alzare. Sto pensando solo a una cosa: a cosa cavolo fare. Annuisco, e decido di distogliere il mio sguardo dagli occhi verdi di lui. Perché diamine hanno tutti gli occhi verdi, quelli che mi perseguitano!? «Sì, mi scusi professoressa.» Rispondo, ma la professoressa mi ha già dimenticata prendendo subito a parlare della nuova lezione di oggi, e a scrivere il programma che ci aspetta quest'anno. A quanto pare, oggi studieremo un famoso scrittore italiano: un certo Manzoni. Cerco di seguire tutto alla lettera, come sempre, ma è davvero difficile: sento i dannatissimi occhi di Harry Scott fissarmi, e la cosa comincia a darmi non poco ai nervi. Sto cercando in tutti i modi di non guardarlo: ignorarlo, completamente, come se non fosse qui con me ma fosse solo l'ombra di un fantasma. Eppure quell'ombra non è così tanto invisibile se riesce a farsi notare così tanto bene. Così opto di nascondermi come meglio riesco a fare: appoggio la testa sulla mano, e ringrazio di avere dei capelli veramente lunghi e scuri, perché così posso farli ricadere tutti d'un lato e nascondermi. Ma non funziona. E, infatti, sento subito dopo un bisbiglio al mio fianco, che ignoro, e per questo decide di attirare la mia attenzione direttamente con una gomitata sui fianchi. Dannazione. Volto di scatto lo sguardo verso la sua direzione, e probabilmente devo avere uno sguardo omicida stampato in faccia perché subito alza le mani, in segno di resa. «Che c'è?» Sbotto, dando però sempre uno sguardo verso la professoressa. «Nulla, ecco... Volevo solo presentarmi.» Lo sento bisbigliare al mio fianco, senza degnarlo di uno sguardo. Alzo gli occhi al cielo, e per poco non sbuffo. «Purtroppo so benissimo chi sei.» Devo averlo detto un po' troppo con enfasi, perché non mi sfugge l'occhiata che la professoressa ci lancia. E d'un tratto lo sento: che ridacchia. Mi volto, e... Sta veramente ridendo? «Scusami, dimenticavo quanto sia divertente per voi tormentarmi e torturarmi, rovinandomi gli anni più belli della mia vita.» Sbotto, e per un secondo mi chiedo dove abbia trovato il coraggio di affrontarlo. Ok, è vero: lui non ha mai partecipato a nulla di tutto ciò che i suoi amici mi hanno sempre fatto, non l'ho mai sentito aprire bocca per insultarmi; però è anche vero che non ho mai sentito la sua voce per farli smettere. Probabilmente devo aver fatto centro, perché smette di ridere e subito si ricompone fissando di nuovo davanti a sé. Faccio lo stesso anch'io, ma poco dopo sento di nuovo la sua voce parlarmi. «Io non sono i miei amici: ricordalo, prima di giudicarmi.» «E i tuoi amici, invece? Loro possono farlo, vero?» Stavolta mi volto a fissarlo. «Giudicarmi, intendo.» Non ricambia il mio sguardo quando mi parla: «non posso cambiare la natura degli altri, però posso recuperare e migliorare sempre la mia. E infatti sono qui, seduto accanto a te, e sto cercando per lo meno di tentare un approccio.» Si volta a fissarmi mentre termina con un: «per fare amicizia.» Non so se posso fidarmi oppure no, eppure quando mi accenna un sorriso mettendo in mostra le fossette su entrambe le guance, non riesco a trovare nulla di maligno in ciò che dice. O anche solo nel modo in cui mi guarda. O forse sono semplicemente una cretina. L'unica cosa che mi viene in mente di fare è di annuire. Lui invece sembra essere di tutt'altra idea, e infatti, rimango sorpresa quando, con un ampio sorriso, mi porge la mano: «Bene. Io sono Harry, ma questo penso tu lo sappia già, giusto?» Non passa in secondo piano la frecciatina che mi ha rivolto per il modo in cui l'ho apostrofato prima. Tentenno un po', spaesata per quello che sta accadendo, e solo dopo molto timidamente allungo anch'io la mano verso la sua, che subito mi stringe. «Camila...» Tossisco, schiarendomi la voce. «Ma spesso per gli altri sono semplicemente Camz.» Mi sorride di nuovo, e ogni volta che lo fa sento sempre quella morsa allo stomaco che piano, piano svanisce. È molto... Strano, non sono abituata a nulla di tutto ciò; finora sono sempre stata "l'invisibile", quella che a malapena ricordi per una manciata di secondi se vedi in giro, l'emarginata sempre isolata durante l'ora di intervallo che se ne sta seduta da sola, in disparte, in fondo all'aula a svolgere già i compiti assegnati mentre tutti se la spassano all'aria fresca fuori, anche solo per fumare. «Bene... Camz, che ne dici di seguire quello che dice e magari confrontarci fuori, dopo?» Sorrido: «direi che si può fare.» «Io ci rinuncio: non posso studiare tutta questa roba un mese intero, non ce la farò mai!» Sento Harry lanciare qualcosa, ma non lo sto troppo ad ascoltare; siamo seduti fuori, all'aperto, in un posto appartato dietro la scuola lontani da occhi indiscreti, per mia specifica richiesta. Non ero mai uscita prima d'ora... Con nessuno. Tutto questo è nuovo, per me, e ancora non so come affrontarlo. È tutto troppo nuovo. «Insomma, chi riesce a studiare tutta questa roba? Cazzo, è una palla!» Sorrido, e intanto appunto gli appunti presi in aula. «Per me non è così male.» «Sei seria?» Harry mi guarda come fossi il mostro a tre teste che sorveglia la pietra filosofale. «Ma tu hai sentito quanto sarà lunga questa lezione su questo... Mazzoni...» «Manzoni...» «Come cavolo si chiamava lui! È una roba interminabile!» Piagnucola buttandosi il libro sulla faccia. Si lascia cadere all'indietro sull'erba con fare da vera dama del dramma dell'ottocento che si rispecchi, e lo seguo a ruota. Mi piace stare sull'erba fresca: ti dà un senso di pace indescrivibile. «Dai, Harry...» Comincio. Gli tolgo il libro aperto dalla faccia, e sto attenta a richiuderlo per bene mentre lo metto a posto. «Non sarà così difficile, e poi non dobbiamo studiare tutto il programma in un solo giorno... Abbiamo un mese! Ricordi?» «Sì, ma ci sono un casino di cose da studiare e memorizzare, e non ce la farò mai!» Sbuffa, staccando un filo d'erba dietro la sua folta chioma di capelli ondulati. «Potremmo sempre studiare insieme, qui, dietro la scuola. Sempre se ti va, certo.» «Dici davvero?» Ora i suoi occhi mi guardano con una scintilla tutta loro: è come se stessero sprizzando felicità da ogni lato. E alla luce naturale sono ancora più verdi e luminosi. Annuisco. «Certo, perché no? Approfitto sempre dell'intervallo per trovarmi avanti con gli studi. E poi, sono sempre sola... Perciò...» «Fa così schifo?» M'interrompe. Lo guardo, e vedo che ha di nuovo cambiato espressione. Sembra teso come una corda di violino: talmente teso, che potrebbe strapparsi da un momento all'altro. Distolgo lo sguardo guardando il cielo, e un magone mi stringe la gola quando rispondo: «sì...» Sento qualcosa di caldo e pesante sulla testa che scende a districarmi le mie lunghe ciocche di capelli castani, e dopo un lapsus di spavento mi tranquillizzo quando capisco che si tratta della sua mano. È grande, molto grande, e mi sta accarezzando; lo guardo mentre con le lunghe dita affusolate gioca con alcune ciocche, e intanto il caos di prima sembra essersi affievolito. Probabilmente si staranno già preparando per entrare, il ché è strano, ma non così tanto se ci penso bene: è il primo giorno, dopo tutto è proprio durante questo giorno che gli occhi dei professori sono più critici e severi. Sto per dire ad Harry che forse sarebbe meglio anche per noi prendere tutte le nostre cose ed entrare, quando una voce - purtroppo molto, molto familiare - richiama l'attenzione del ragazzo in questione prima di me. «Harry!?» Scatto sull'attenti, e il primo istinto è quello di alzarmi dall'erba e indietreggiare verso il salice. Anche Harry si alza, ma rimane seduto a terra mentre mi guarda un po' stralunato, prima di dilatare gli occhi e capire il perché della mia reazione. «E tu che cazzo ci fai con Camila la balenottera!?» Lauren, la migliore amica di Harry, mi indica con uno sguardo talmente gelido che potrebbe fare invidia senza ombra di dubbio al clima più freddo del Polo Nord.
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